Vaticano: gli abusi sessuali dei sacerdoti

**VERONA, Italy (AP) - "Accadeva notte dopo notte", ha detto l'uomo non-udente, "a volte nella camera da letto del prete, a volte nella stanza da bagno, perfino nel confessionale." Quando era un giovane ragazzo all'istituto Cattolico per sordomuti, ha detto Alessandro Vantini, i sacerdoti lo sodomizzavano così implacabilmente che lui era arrivato a sentirsi "come morto". Questi anno, lui e dozzine di altri ex studenti hanno fatto qualcosa di altamente insolito per l'Italia: hanno dichiarato pubblicamente di essere stati costretti ad atti di sesso con i sacerdoti.Per decenni, una cultura del silenzio ha circondato gli abusi dei preti in Italia, dove gli studi mostrano che la Chiesa è considerata una delle istituzioni più rispettate nel Paese. (...) Un'indagine di Associated Press durata un anno ha documentato 73 casi di accuse di abusi sessuali da parte di preti siu minori nel decennio passato in Italia, con più di 235 vittime. L'indagine è stata compilata a partire dai report dei media locali, linkati da siti web di gruppi di vittime e vari blog. Quasi tutti i casi sono usciti nei 7 anni successivi all'esplosione negli USA dello scandalo dei preti cattolici pedofili.I numeri in Italia sono ancora appena un rivolo, se comparati alle centinaia di casi che sono esaminati nelle corti di giustizia in USA e Irlanda. E secondo l'indagine di AP, la chiesa italiana ha dovuto pagare appena qualche centinaio di migliaia di dollari in risarcimenti alle vittime, contro i 2,6 milioni di dollari della diocesi americana o i 1,1 milioni di euro corrisposto alle vittime in Irlanda.(...)I casi italiani seguono molto le modalità degli scandali statunitensi ed irlandesi: i prelati italiani si accanivano su poveri, su disabili fisici o psichici, o su giovani tossicodipendenti affidati alle loro cure. (...)In questo paese prevalentemente Cattolico, le chiese godono di una posizione talmente elevata, che i pronunciamenti del papa sono frequentemente presentati in cima alle notizie della sera, senza alcun commento critico. Anche coloro che hanno visioni anticlericali riconoscono l'importante ruolo che la chiesa gioca nell'educazione, servizi sociali e aiuto ai poveri.Come risultato, pochi osano criticarla, inclusi i grandi giornali indipendenti ed i media di stato. Inoltre, vi è un certo puritanesimo nelle piccole città italiane, dove non si parla di sesso, e meno che mai di sesso tra un prete ed un bambino. (...) Rompendo la cospirazione del silenzio, 67 ex studenti dell'istituto per sordi Antonio Provolo di Verona hanno denunciato abusi sessuali, pedofilia e punizioni corporali che si svolgevano nella scuola dagli anni '50 agli '80 da parte dei preti e dei frati della Compagnia di Maria. Nonostante non tutti siano stati essi stessi vittime, 14 dei 67 hanno rilasciato dichiarazioni giurate e testimonianze videoregistrate in cui raccontano dettagliatamente gli abusi di cui dicono di aver subito, alcuni per anni, nei due campus della città di Giulietta e Romeo. Essi hanno fatto i nomi di 24 preti, religiosi laici e frati.
Vantini ha raccontato di essere stato in silenzio per anni: "Come avrei potuto dire al mio papà che un prete aveva fatto sesso con me?" Vantini, 59 anni, ha parlato con AP un pomeriggio, raccontando per mezzo di un interprete del linguaggio dei segni gli abusi. "Non si poteva raccontare nulla ai genitorim perché i preti ti avrebbero picchiato."
**By THE ASSOCIATED PRESS
*VERONA, Italy (AP) -- It happened night after night, the deaf man said, sometimes in the priest's bedroom, sometimes in the bathroom, even in the confessional.
When he was a young boy at a Catholic-run institute for the deaf, Alessandro Vantini said, priests sodomized him so relentlessly he came to feel ''as if I were dead.'' This year, he and dozens of other former students did something highly unusual for Italy: They went public with claims they were forced to perform sex acts with priests.
For decades, a culture of silence has surrounded priest abuse in Italy, where surveys show the church is considered one of the country's most respected institutions. Now, in the Vatican's backyard, a movement to air and root out abusive priests is slowly and fitfully taking hold.
A yearlong Associated Press tally has documented 73 cases with allegations of sexual abuse by priests against minors over the past decade in Italy, with more than 235 victims. The tally was compiled from local media reports, linked to by Web sites of victims groups and blogs. Almost all the cases have come out in the seven years since the scandal about Roman Catholic priest abuse broke in the United States.
The numbers in Italy are still a mere trickle compared to the hundreds of cases in the court systems of the United States and Ireland. And according to the AP tally, the Italian church has so far had to pay only a few hundred thousand euros (dollars) in civil damages to the victims, compared to $2.6 billion in abuse-related costs for the American diocese or euro1.1 billion ($1.5 billion) due to victims in Ireland.
However, the numbers still stand out in a country where reports of clerical sex abuse were virtually unknown a decade ago. They point to an increasing willingness among the Italian public and -- slowly -- within the Vatican itself to look squarely at a tragedy where the reported cases may only just be the tip of the iceberg. The Italian church will not release the numbers of cases reported or of court settlements.
The implications of priest abuse loom large in Italy: with its 50,850 priests in a nation of 60 million, Italy counts more priests than all of South America or Africa. In the United States -- where the Vatican counts 44,700 priests in a nation of 300 million -- more than 4,000 Catholic clergy have been accused of molesting minors since 1950.
The Italian cases follow much the same pattern as the U.S. and Irish scandals: Italian prelates often preyed on poor, physically or mentally disabled, or drug-addicted youths entrusted to their care. The deaf students' speech impairments, for example, made the priests' admonition ''never to tell'' all the more easy to enforce.
In this predominantly Roman Catholic country, the church enjoys such an exalted status that the pope's pronouncements frequently top the evening news, without any critical commentary. Even those with anti-clerical views acknowledge the important role the church plays in education, social services and caring for the poor.
As a result, few dare to criticize it, including the mainstream independent and state-run media. In addition, there's a certain prudishness in small-town Italy, where one just doesn't speak about sex, much less sex between a priest and a child.
''It's a taboo on top of a taboo,'' said Jacqueline Monica Magi, who prosecuted several pedophilia cases in Italy before becoming a judge. ''This is the provincialism of Italy.''
Breaking the conspiracy of silence, 67 former students from Verona's Antonio Provolo institute for the deaf signed a statement alleging that sexual abuse, pedophilia and corporal punishment occurred at the school from the 1950s to the 1980s at the hands of priests and brothers of the Congregation for the Company of Mary.
While not all acknowledged being victims themselves, 14 of the 67 wrote sworn statements and videotaped testimony, detailing the abuse they say they suffered, some for years, at the school's two campuses in Verona, the city of Romeo and Juliet. They named 24 priests, lay religious men and religious brothers.
Vantini said he, too, was silent for years.
''How could I tell my papa that a priest had sex with me?'' Vantini, 59, told the AP one afternoon, recounting through a sign-language interpreter the abuse he said he endured. ''You couldn't tell your parents because the priests would beat you.''
*articolo pubblicato il 14 settembre dal “ the New York Times"

Kyogen


Il 18 settembre un grande maestro giapponese - Mansaku Nomura - aprirà il Festival Internazionale del Teatro d’Europa - Piccolo Teatro Studio di Milano - con la sua compagnia di kyogen tradizionale.
Il kyogen - nato tra il XIV e il XV secolo - arte millenaria che nel 2001 l’Unesco ha nominato assieme al più celebre noh capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità, approda ora al Piccolo di Milano dopo la visita di Ferruccio Soleri nello scorso mese di luglio al Setagaya Public Theatre di Tokyo con il nostro ormai storico patrimonio dell’umanità, ‘Arlecchino’.
Mansaku, Mansai e Mannosuke Nomura, esponenti di una delle due famiglie che - in Giappone - si tramandano da secoli questa forma teatrale antichissima (Mansai Nomura ha debuttato in teatro a soli tre anni e giovanissimo ha lavorato nel celebre film Ran di Akira Kurosawa) presentano al Piccolo Teatro tre pièce tratte dallo sterminato repertorio (oltre 250 opere): Bo-Shibari (Legato ad un palo), Kawakami (La sorgente del fiume Kawakami), Kagyu (La lumaca).
Il kyogen, che affonda le sue radici nei miti e nelle leggende e assume ancora oggi i caratteri di una cerimonia laica nella ritualità dei movimenti del corpo,della testa o delle mani, come nell’espressività degli occhi e che inizialmente era legato al ‘ noh’ di cui costituiva una sorta di intervallo farsesco, era considerato una parte indispensabile della rappresentazione, perché alleggeriva la tensione drammatica sottolineando gli aspetti ridicoli del reale.
Assunto il carattere di forma teatrale autonoma, il kyogen si sviluppa in brevi pièce comiche che hanno come temi la vita, le abitudini e i costumi della gente comune; recitato prevalentemente senza maschera, utilizza un linguaggio quotidiano, evita qualsiasi riferimento al soprannaturale - se non per parodia - e non prevede i personaggi nobili.

Traditional Kyogen
Piccolo Teatro Studio - via Rivoli 6 - dal 18 al 20 settembre 2009
Biglietteria telefonica 848800304 -
www.piccoloteatro.org

Che Dio ci liberi dai dossier



** Vittorio Feltri lo aveva detto dalle pagine della Stampa, rispondendo a una domanda sull'intenzione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, di chiedere conto al direttore del Giornale di quanto scritto in un editoriale evocando dossier sexy riguardanti esponenti di An: «Le querele si fanno, non si annunciano». Detto, fatto. Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera, in veste di legale di Fini la querela a Feltri l'ha presentata davvero.
L'ANNUNCIO - «Dando seguito al mandato ricevuto dal presidente della Camera, Gianfranco Fini - ha fatto sapere l'avvocato Bongiorno - è stata presentata querela contro il direttore del giornale Vittorio Feltri in relazione all'articolo "Il presidente Fini e la strategia del suicidio lento. Ultima chiamata per Fini: O Cambia rotta o lascia il Pdl"». La nota ripresa dalle agenzie di stampa parla solo della querela a Feltri e non già anche al Giornale e al suo editore, ovvero Paolo Berlusconi.
VIttorio Feltri, direttore del Giornale (Emblema)
«AVVERTIMENTO MAFIOSO» - La vicenda tiene banco da ormai due giorni. Quanti si erano schierati in difesa del presidente del Consiglio, tra i tanti il ministro Ignazio La Russa, avevano detto esplicitamente di ravvisare una sorta di avvertimento a Fini nelle parole del direttore del Giornale. In particolare, non era piaciuta a molti una frase dell'editoriale: «È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme». Feltri, sempre nell'intervista alla Stampa, aveva detto a sua volta di considerare l'annuncio di querela da parte della Bongiorno come un «messaggio mafioso» perché, appunto, «le querele si fanno, non si annunciano».
«MA CHI E' IL MANDANTE?» - Sul tema interviene anche il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: «Ci sono gli estremi tecnici per un tentativo di ricatto in atto, ma ci interessa capire chi è il mandante». «Feltri è l'utilizzatore finale - aggiunge l'ex pm -, ma per chi lavora quando manda messaggi pericolosi alla terza carica dello Stato? Io ho certezze processuali sul fatto che in passato il presidente del Consiglio è stato mandante. Se vuole denunciare anche me, ho "paccate" di documenti processuali che dimostrano il comportamento da mandante di Berlusconi, che ha dato ordini e disposizioni per liquidare attraverso dossier e veline i suoi rivali».
«CONDANNO L'ATTACCO DI FELTRI» - Dalle fila del centrodestra è invece il vice presidente della Camera, Maurizio Lupi, del Pdl, a chiedere uno stop al «gettarsi fango addosso». Nel commentare il contenuto dell'intervista di Giulio Tremonti al Corriere della Sera, in cui il ministro invitava a prendere in considerazione anche i rilievi sulla politica del Pdl mossi negli ultimi tempi dall'ex numero uno di An, Lupi ha esortato a evitare «l'imbarbarimento del clima» e ad un «confronto serio nel rispetto delle posizioni di ciascuno». E quanto a Feltri, Lupi ricorda come già avesse condannato l'attacco al direttore di Avvenire, Dino Boffo, e quella che definisce «la posizione giornalistica strumentale di Repubblica, sempre alla ricerca di un nemico da abbattere». «Ugualmente - afferma ora Lupi- non posso che condannare l'attacco che il direttore del 'Giornalè ha rivolto al presidente della Camera, Gianfranco Fini».
** 15 settembre - Corriere della sera.it

Che Dio ci liberi dai dossier. Si, perché pensiamo che la solitaria determinazione del nostro Presidente della Camera Gianfranco Fini sia aria fresca in un paese in cui a mancare è l’azione e il pensiero autenticamente liberali. Ed è - come saggiamente richiamato da Massimo Teodori in una lettera pubblicata sul Corriere del Sera ‘ paradossale che sia stato un esponente della tradizione neofascista a porre quelle rilevanti questioni di libertà, democrazia e stato di diritto che ovunque sono caratteristiche delle correnti liberali, conservatrici o riformatrici che siano.’ Così , in questo triste paese che sembra aver perso il senso dell’etica del fare e della Virtù, rapito dal vortice mediatico su escort, veline, celodurismo leghista, chi fa che cosa e con chi, assistiamo oggi ad un processo alle intenzioni nei confronti di chi osa porre la giusta e doverosa attenzione alla difesa dei diritti individuali di fronte alla sempre maggiore ingerenza del Vaticano, di chi osa porre dei limiti al dilagare del modello berlusconiano in assenza dei contrappesi del costituzionalismo liberale, di chi osa affrontare con chiarezza problematiche che attengono al prestigio dell’Italia nel mondo in difesa dello Stato e della relativa laicità. E che lo abbia fatto Fini, questo si dovrebbe costituire una minaccia: alla sopravvivenza del cosi detto Partito Democratico che di autenticamente liberale non ha nulla e di tutte quelle anime che pur liberali, ancora oggi non hanno avuto il coraggio di perseguire i propri obiettivi e uscire dal coro, senza ambiguità.

Un giorno con Giovanni


Così a volte succede che nel buio
si insanguini un volto, una mano
ci implori – così c’è
chi ignora e chi invece ha nel cuore
la comunione dei vivi e dei morti.”
Giovanni Roboni

Non è stato solo il grande poeta che tutti conosciamo, ammirato e tradotto nel mondo: Giovanni Raboni è stato un infaticabile lavoratore nel mondo dell'editoria, dove è stato dirigente, consulente, curatore di collane, autorevolissimo critico letterario, teatrale, per un paio d'anni anche cinematografico nonché giornalista attento ai problemi della vita sociale, culturale (la sua presenza nelle giurie dei più importanti premi letterari gli è costata la fatica di molte lotte, quasi tutte vittoriose), politica.

Il 16 settembre, giorno del quinto anniversario della morte, Milano ricorda questo suo cittadino e intellettuale "a tutto tondo".
Un giorno con Giovanni', proposto da Patrizia Valduga e condiviso con il Piccolo Teatro in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera, prevede un calendario di manifestazioni in vari luoghi della città.
Ricco e articolato il programma: alle 16,30 - alla Casa del Manzoni - verrà inaugurata la mostra “Il Catalogo è questo”, a cura di Giulia Raboni, che rimarrà aperta fino a martedì 27 ottobre. Articolata in 16 bacheche secondo un percorso bio-bibliografico, sempre però con attenzione alle esperienze che hanno avuto maggior peso nella attività poetica di Roboni: accanto ai documenti d’epoca (fotografie, lettere), vengono riportati testi autobiografici o poesie successivi che ne commentano l’influenza sulla sua vita e sulla sua formazione culturale (così i libri letti durante lo sfollamento a Sant’Ambrogio di Varese, il rapporto con Milano e l’ambiente culturale degli anni ‘60 e ovviamente la precoce perdita dei genitori). Preponderante l’attenzione alla attività poetica e pubblicistica, a partire dalle raccolte dei primi anni Sessanta, nelle bacheche successive, dove accanto ai libri sono esposte fotografie, lettere di amici e manoscritti.
Alle 18, nella Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera, verrà presentato il volume “Giovanni Raboni – Il libro del giorno 1998-2003”, edito dalla Fondazione Corriere della Sera. All’incontro - coordinato da Paolo Di Stefano - interverranno Maurizio Cucchi, Massimo Onofri, Lanfranco Vaccai, mentre Giancarlo Dettori e Leonardo de Colle eseguiranno alcune letture di testi di Raboni.
Alle 20,30 l’appuntamento è al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli per la serata “Nell’ora della cenere”, voce sola e quintetto d’archi, a cura di Giuseppina Carutti, con Franca Nuti e il Quartetto Indaco.
Dopo la giornata del 16 settembre sono in programma due altri appuntamenti. Il 27 ottobre alle 21 si terrà una visita notturna alla mostra della Casa del Manzoni, con letture di Anna Nogara, mentre il 28 ottobre, con inizio alle 9, all’Università di Milano, Sala Napoleonica (via Sant’Antonio 12), è in calendario una giornata di studi “La Storia di Raboni”.
Gli incontri sono a ingresso libero con prenotazione.

Mercoledì 16 settembre 2009
ore 20.30, Piccolo Teatro Studio (Via Rivoli, 6)
Nell’ora della cenere
voce sola e quintetto d’archi
a cura di Giuseppina Carutti
con Franca Nuti e Quartetto Indaco (Eleonora Matsuno - primo violino; Jamiang Santi - secondo violino;
Andrei Harabagiu - viola; Naomi Berrill - primo violoncello; Giacomo Grava - secondo violoncello)
Schubert - Quintetto per archi in do maggiore D 956 – Adagio
Martedì 27 ottobre
ore 21, Casa del Manzoni (Via Morone, 1)
Visita notturna alla mostra “Il Catalogo è questo
letture di Anna Nogara
Mercoledì 28 ottobre
dalle ore 9, Università degli Studi di Milano, Sala Napoleonica (via Sant’Antonio, 12)
Una giornata di studio
“La Storia di Roboni”
accolti da Elio Franzini e Giovanna Rosa
partecipano
Pier Vincenzo Mengaldo, Fernando Bandini, Maria Antonietta Grignani,
Gabriele Frasca, Rodolfo Zucco, Silvana Tamiozzo Goldmann, Stefano Giovanardi,
Fabio Magro, Marco Ceriani, Luca Daino, Gianni Turchetta, Dino Messina,
Enzo Golino, Gianni Mura, Moni Ovadia

Il razzismo al contrario adesso rischia di contagiare l’Italia

* La notizia migliore, nella vicenda del «bianco» costretto a scappare dal Sudafrica per le vessazioni da parte dei «neri», è che non abbia chiesto asilo a noi, ma al Canada. Finalmente qualcuno si è accorto che esistono territori immensi quasi disabitati, come appunto il Canada, secondo Paese al mondo, dopo la Russia, per estensione e con una densità demografica di 3 abitanti per chilometro (noi circa 200). Ho il dubbio, però, che questa scelta non sia dettata dalla scarsa popolazione, quanto dal fondato timore di ritrovarsi ben presto in Europa a rischio di maltrattamenti o almeno di sottomissione ai voleri dei tanti immigrati, di colore e non. Questa è, infatti, la verità: si tengono tanti discorsi per attutire, nascondere, motivare nei modi più diversi le difficoltà di convivenza fra gli immigrati e i vari popoli d'Europa, ma, di fatto, viviamo malissimo; e uno dei fattori principali di questa sofferenza è il timore, ormai inculcato in noi dai nostri governanti fin dalla nascita, che il malessere sia dettato dal razzismo.
Bene, tranquillizziamoci: il razzismo non c'entra per nulla. Stiamo male perché siamo costretti a vivere nello stesso territorio con popoli diversi da noi, e diversi prima di tutto fisicamente. Le diversità fisiche colpiscono subito e creano immediatamente un senso d'estraneità. È la Natura che fa sì che i parenti si somiglino fisicamente fra loro, i genitori con i figli, con i fratelli, e poi, gradualmente sempre meno: i nipoti, i cugini, fino alle somiglianze di gruppo…L'uguaglianza, cui ci si riferisce oggi in continuazione, è un valore meta-fisico, di cui sono in possesso tutti gli esseri umani in quanto esseri umani, prescindendo da qualsiasi altro connotato, fisico, psichico, sessuale, etnico… ma si tratta di un valore filosofico, difficilissimo da comprendere e da realizzare, e che non ha nulla a che fare con uguaglianze concrete, di cui, per fortuna, non esistono esempi in natura. Non c'è foglia uguale ad altra foglia, come dice un vecchio e saggio adagio popolare. L'estraneità fisica è la caratteristica maggiore che impedisce agli uomini di potersi «identificare» l'uno nell'altro, sentirsi psicologicamente «simili». Maschio e femmina lo sanno benissimo: è impossibile per una donna identificarsi in un maschio, e viceversa.
Ma è ugualmente quasi impossibile per un «bianco» identificarsi in un «nero»: comprendere i sentimenti, le percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli interessi. Se si aggiunge a questo dato di partenza, la differenza di lingua, di religione, di storia culturale, ci si rende conto che vivere sullo stesso territorio non significa vivere «insieme». Non si amano le stesse cose; non si desiderano le stesse cose; soprattutto non si lavora per lo stesso futuro, non si hanno le stesse mete.Prendiamo come esempio gli immigrati musulmani da noi. Vivono in un Paese la cui storia è segnata costantemente dalla ricerca del «bello» in tutte le sue forme, disseminato di architetture, sculture, pitture, che ne testimoniano la storia, dai resti dell'antica Roma alle innumerevoli cattedrali, abbazie, castelli, palazzi… Ebbene, ai musulmani, come a tutti i popoli che obbediscono all'Antico Testamento, è vietata ogni forma di «rappresentazione», il che significa che tutte le opere d'arte di cui l'Italia è piena, essi non le possono né capire, né apprezzare, e che, non appena sarà in loro potere farlo, le distruggeranno. Nessuno pensi che non sarà così: non ha, forse, la Chiesa dei primi secoli, distrutto, cancellato, tutti i monumenti di Roma, perfino gli acquedotti, le fognature, i fori, gli anfiteatri?
Perché mai gli immigrati non dovrebbero avere come meta di poter governare, avere la maggioranza, poterci dominare? Sono uomini e come tali non possono desiderare altro che lasciare la propria impronta nella storia, far vincere la propria lingua, la propria religione, il proprio gruppo… Insomma, se non si cambia del tutto la rotta seguita fino ad oggi, noi non abbiamo futuro. È vero che il loro progetto è quello del Governo Mondiale, con l'unificazione di tutti i popoli, di tutte le religioni, ma sarà bene richiamarli alla realtà: hanno costretto al silenzio, all'umiliazione, addirittura al rimbambimento gli europei ponendogli sempre di fronte le stimmate della seconda guerra mondiale, ma esistono, oltre agli immigrati in Europa, miliardi di uomini, in Cina, in India, in America Latina, che non si piegano davanti alla onnipotente presunzione della guida americana e che manderanno all'aria ogni idea di uguaglianza unificatrice e di governo mondiale.Non sarebbe, dunque, urgente che anche noi, gli Italiani, gli Europei, riprendessimo in mano la nostra vita, il nostro futuro? Cosa hanno fatto di male i giovani italiani, i giovani tedeschi, nati tanto tempo dopo il fascismo, dopo il nazismo, perché debbano ancora tenere bassa la testa, umiliarsi, chiedere perdono? Questo è il razzismo, questa è l'eredità genetica, questa è la peggiore delle ingiustizie.
L'Unione Europea è in crisi perché era fin dal principio un'idea irrealizzabile. Ancor più irrealizzabile è l'idea dell'Unione Mondiale.
Cominciamo a lavorare per sopravvivere come italiani.

* Ida Magli – 3 settembre 2009 – il Giornale.it

Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia

* Roma, 7 agosto 1603: quella mattina, alle porte della Cancelleria Apostolica, il cursore Laerzio Cecchetti affiggeva un editto del Maestro del Sacro Palazzo, Giovanni Maria Guanzelli da Brisighella, che notificava la proibizione di una sessantina di libri. Per alcuni di questi, si stabiliva una necessaria emendatio ed expurgatio, come previsto dalla Instructio dell’edizione dello Index libro rum prohibitorum promulgata da Clemente VIII nel 1596, ma per una decina di autori la condanna era senza appello: opera omnia omnino prohibentur. Accanto ai nomi degli eretici e degli eresiarchi che dall’edizione dell’Index nel 1559 (il primo Indice romano ad avere effettiva diffusione: dunque, giusto quattrocentocinquanta anni orsono) avevano determinato, con la lacerazione dell’unità religiosa in Europa, la più grave crisi nella storia della Chiesa, figuravano i due più grandi filosofi italiani tra Cinquecento e Seicento: Giordano Bruno (1548-1600) e Tommaso Campanella (1568-1639), i più emblematici per il comune destino di ribellione, fuga, persecuzione e censura. Il percorso della Mostra “Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia” prende spunto dalla perentoria condanna dei due filosofi nell’Editto del Maestro del Sacro Palazzo, “Iordani Bruni Nolani libri & scripta omnino prohibentur”; “Thomae Campanellae opera omnia omnino tolluntur”. Nell’Editto si intimava pertanto: “di provedere con diligenza e sollecitudine, che in quest’Alma Città di Roma non si stampi, vendi, ò in qualsivoglia modo tratti, e maneggi libro alcuno prohibito, ò sospeso”.
L’importanza e il fascino della Mostra - i cui volumi esposti fanno parte oggi del Fondo antico della Biblioteca di via Senato - consiste nel riunire un numero notevole delle rarissime prime edizioni delle opere di Giordano Bruno con l’opera in prima edizione pressoché completa di Tommaso Campanella, affiancata in molti casi dalle non meno rare seconde e terze edizioni o contraffazioni nonché dalle provenienze illustri, talune di amici dei due filosofi, che fanno rivivere l’atmosfera dell’epoca: il prezioso volume in cui sono uniti De la causa, principio, et uno (1584) e De l’infinito universo et mondi (1584) di Bruno porta la nota manoscritta “ex dono Joannis Florio” (Giovanni Florio 1553-1625), amico caro di Bruno e fine letterato dell’Inghilterra elisabettiana. Il De monade numero et figura (1591) di Bruno rivela la provenienza del filosofo tedesco Luderus Kulenkamp (1724-1794) che possedeva anche manoscritti del filosofo nolano. L’esemplare di Prodromus philosophiae instaurandae (1617) di Campanella mostra una dedica autografa del curatore dell’edizione Tobias Adami (1581-1643): “Adami à Rosenano Floren”.
Per la prima volta in assoluto sarà in visione fuori Roma la sentenza di condanna di Giordano Bruno dell’8 febbraio 1600, un documento unico e di valore inestimabile, oggi custodito nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (Città del Vaticano). Divisa in due parti ordinate cronologicamente e dedicate rispettivamente al Nolano e allo Stilese, la Mostra presenta soprattutto le splendide e molto rare prime edizioni ma anche stampe di vedute e il ritratto a olio di Campanella eseguito a Parigi nel 1639, che dà il nome alla Sala Campanella della Biblioteca di via Senato. Il destino comune di persecuzione ed esilio dei due filosofi ha avuto come conseguenza che i luoghi della loro vita e peregrinatio europea così come quelli di stampa dei loro scritti sono i più diversi. L’idea guida della Mostra consiste nel presentare “vedute” di libri e di luoghi di entrambi gli autori: Giordano Bruno che viaggia per tutta l’Europa da Nola a Napoli, Roma, Ginevra, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Francoforte, Zurigo, Padova, Venezia fino al ritorno, non più come uomo libero, a Roma; Tommaso Campanella che pur rimanendo in Italia fino al 1634, quando è costretto a fuggire in Francia dove potrà finalmente curare personalmente la pubblicazione delle proprie opere, ha tra il 1617 e il 1630 un notevole numero di scritti editi a Francoforte sul Meno, grazie all’interessamento e alle cure dell’amico tedesco Tobias Adami. Affidati a Eugenio Canone per la parte filosofica e Annette Popel Pozzo per la parte catalografica, i pezzi esposti si pongono l’obiettivo di fornire non solo un’esposizione ragionata del rilievo che hanno avuto i singoli testi (che di per sé sarebbe già un grande risultato), ma anche informazioni sull’epoca.
Il tempo passato sui libri secondo Bruno procura amabilità e stimola tolleranza, indica la via per una compiuta riforma dell’animo: controllo degli umori, beatitudine interiore e – insieme – rispetto per il passato, attenzione per il presente e apertura verso il futuro; quindi, cura per le espressioni di una tradizione che unisce ed eleva gli animi: più sollecitudine che ozio. Nello Spaccio de la bestia trionfante il personaggio principale, di nome Sofia, fa un’appassionata difesa dei libri e di una biblioteca pubblica libera e senza censure: “non è lezzione, non è libro – arriva ad affermare Sofia – che non sia essaminato da dèi, e che se non è a fatto senza sale non sia maneggiato da dèi; e che se non è tutto balordesco non sia approvato, e messo con le catene nella biblioteca commune: perché pigliano piacere nella moltiforme representazione di tutte cose, e frutti moltiformi de tutti ingegni” (ed. “Biblioteca dell’Utopia”, vol. 10, Milano 2000, p. 139).
I libri, con i loro innumerevoli mondi speculativi, morali, estetici sono gli amici preziosi nelle dinamiche di comprensione e invenzione per le quali l’uomo, facendo interagire l’intelletto e la mano, riesce con l’arte a spingersi oltre la natura. Tanto amò i libri Campanella che a proposito delle regole da seguire per filosofare in modo adeguato, raccomanda “di non aderire a nessuna scuola di filosofi o legislatori al punto da ritenerla immune da errori” e però anche di leggere “i libri di tutti gli uomini, e non respingere a prima vista tutto ciò che non si accorda con il tuo intelletto”. D’altra parte, Campanella non si stanca di sottolineare che “Dio solo è verace” e colui che vuole indagare la verità deve cessare di “voltar libri” nelle biblioteche e rivolgersi invece alla lettura del codice di Dio, il libro della natura, ossia “il libro dove il Senno Eterno scrisse i propri concetti”. Risultato della passione caratterizzante la Biblioteca di via Senato per i Maestri dell’Utopia, la Mostra interviene con originalità nell’anniversario della prima edizione dell’Index romano dei libri proibiti, presentando i duplici opera omnia di Bruno e Campanella, condannati dall’editto dell’agosto del 1603.
La Mostra, allestita nella splendida cornice della Fondazione di via Senato, non ambisce a essere una compiuta presentazione dell’intero materiale bibliografico bruniano e campanelliano: si presenta piuttosto come un invito ad apprezzare il valore, l’unicità, l’aura che si sprigiona dai libri dei due autori e che ha un riflesso nell’attenzione amorevole delle descrizioni relative agli esemplari esposti.
dal 24 agosto al 2 ottobre 2009
Fondazione Biblioteca di via Senato - Sala Tommaso Campanella - via Senato 12, Milano- Ingresso libero
da lunedì a venerdì : 9.30-13.00 / 14.30-18.00
Tel. 02 76215329-315-318 Fax 02 782387
* dalla brochure della mostra

Tagli alla cultura:lettera aperta di Sergio Escobar

Gentile Presidente Berlusconi,
Lei ha puntato sulla cultura per accogliere il G8 all’Aquila: concerto, libri, opere d’arte, made in Italy. Con sconcertante simultaneità il Suo Governo, a Roma, falcidiava nuovamente gli investimenti per la cultura. Non è da Lei usare il passato ignorando il futuro.
Voglio attenermi a fatti precisi.
E’ vero che il mondo della cultura ha meno capacità di lobby rispetto ad altre componenti sociali: fermare un treno ha un effetto diverso che chiudere un teatro per protesta. Sarebbe davvero grave se questo fosse l’unico criterio con cui i governi fanno scelte per lo sviluppo del Paese.
E’ un fatto che il Fus, Fondo unico per lo spettacolo, essenziale e comunque complementare agli investimenti privati e degli enti locali, sia in valore reale un terzo rispetto al 1986. I Suoi colleghi Sarkozy e Merkel investono tre-quattro volte tanto in cultura.
Le diranno che questo è un mondo di inefficienze e sprechi. Non è vero, e il Ministero ha tutti gli strumenti per valutare. Se ci sono, si caccino gli incapaci. Cacciare chi non sa fare non avrebbe neppure il “costo politico” dello spoil system. Giusto e basta. Sbagliato e miope penalizzare le realtà produttive falcidiando gli investimenti.
Le diranno di investire in cultura per l’indotto: turismo, ristorazione eccetera. Sacrosanto ma marginale. Investire in cultura significa farlo in qualità urbana, competitività complessiva del Paese. Lo ha scritto Giulio Tremonti in “La paura e la speranza” (libro che ha emozionato anche a sinistra). Noi vogliamo cambiare il titolo in “Opportunità e volontà”, per il futuro del Paese. La cultura, scriveva Pierre Boulez, rende inevitabile l’altamente improbabile. E’ la vera sfida per non temere il futuro.
E’ grave e paradossale che proprio dal decreto anti-crisi si vogliano escludere interventi per la cultura. Il settore è in crisi, il settore è uno degli strumenti per uscire da crisi globali e strutturali. Il settore forma e dà lavoro (duecentomila persone) a moltissimi giovani ad alta specializzazione.
Per questo Le chiediamo molto di più del ripristino del Fus: investire con convinzione, coerenza, e regole certe sul futuro del Paese per non condannarlo nella competizione internazionale.
Noi ci stiamo alla efficienza e alle regole certe.
Gira una battuta a Montecitorio, attribuita a un influente ministro: “Meglio un piatto di polenta che la cultura”. Ne ho sentite di peggio. Una cosa è certa e non è una battuta: su questa strada al prossimo G8 l’accoglienza sarà con pacchi di polenta liofilizzata, importata. Anche la nostra polenta nasce dalla cultura.
Grazie per l’attenzione, cordialmente.
Milano, 16 luglio 2009
Sergio Escobar
Direttore del Piccolo Teatro di Milano
e Presidente di Platea, Associazione dei Teatri Stabili italiani
foto Margherita Busacca

La donna di un tempo

Dopo la prima italiana di “La notte araba” e il successo di “Vero West”, Corrado d'Elia porta in Italia -ancora diretto da Sergio Maifredi -una seconda opera mai rappresentata nel nostro Paese, di Roland Schimmelpfennig: "La donna di un tempo".
Roland Schimmelpfennig, giovane talento della scena teatrale tedesca ( premio Schiller nel 1998), ha collaborato come drammaturgo con alcuni tra i principali teatri tedeschi, ed è tra i drammaturghi più rapprensentati in Europa.
"La donna di un tempo", è un rapido rivivere un amore con il "rewind": dopo 24 anni nella vita di una giovane coppia ritorna il grande amore di lui. Si presenta alla porta la sua "donna di un tempo", fiamma di un'estate d'amore adolescenziale che prepotentemente chiede di riprendersi il suo uomo, la sua vita.
L'opera gioca sulla capacità di manovrare la struttura drammaturgica, lavorando su forti rimandi interni e una tecnica raffinata che chiama in causa lo spettatore per la ricostruzione del quadro d'insieme.
La sua grande capacità di scivolare nel tempo e nello spazio, rende questo copione una novità assoluta per l'Italia.
Lo spettacolo si inserisce nel progetto che prevede una serie di incontri cui parteciperanno intellettuali, scienziati e uomini di cultura e che si terrà a Genova presso il Palazzo Ducale dal 28 maggio al 30 agosto in contemporanea alla mostra “Tutto il teatro in un manifesto. Polonia 1989-2009”.
A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, Genova propone dunque un momento di riflessione attorno a quella data storica e ad un evento che ha segnato la nostra contemporaneità.
Attraverso 200 manifesti d’artista, filmati, scenografie e manichini prestati dal Nowy Teatr di Poznan - di cui Maifredi è regista residente - viene presentato uno spaccato dei cambiamenti avvenuti nella società e nella cultura polacca dopo la caduta del Muro di Berlino: ottanta foto con testi della stessa Bulaj e di Rumiz, una gigantografia della mappa con cui i due viaggiatori sono andati alla scoperta di luoghi lontani e ai più sconosciuti - sulla quale mettere i nostri passi -sono il prologo ideale della rassegna e certamente consentono una maggior comprensione di quelle culture e di quei popoli, la cui immagine è troppo spesso legata a stereotipi.
A noi ora 'l'incanto e il disincanto' per questo ultimo spettacolo che chiude la stagione 'Oltre il muro' di Teatro Libero.

Teatro Libero - via Savona, 10 - Milano - dal 6 al 18 luglio - "LA DONNA DI UN TEMPO"
Compagnia Teatri Possibili e Teatri Possibili Liguria con il contributo di Fondazione Cariplo in collaborazione con Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea

De profundis


“...noi chiamiamo la nostra un’epoca utilitaria e non conosciamo l’uso delle cose più semplici. Abbiamo dimenticato che l’Acqua può lavare e il Fuoco purificare e che la terra é madre di noi tutti. Ne consegue che la nostra Arte é come la Luna e scherza con le ombre (..) Io sono sicuro che vi sia una catarsi nelle forze elementari e voglio tornare a quelle e vivere in loro presenza. Certo per un uomo moderno e enfant de mon siècle come sono, anche solo contemplare il mondo sarà un immenso piacere. Tremo di gioia quando penso che il giorno che uscirò di prigione, l’ornello ed il lillà saranno in fiore nei giardini e che vedrò il vento agitare con fremente bellezza l’oro mobile dell’uno e dell’altra; così come avrò per me tutti i profumi dell’Arabia. Linneo in ginocchio pianse di gioia quando vide per la prima volta la vasta brughiera di non so quale parte della collina inglese ingiallita dai fiori fulvi e aromatici della comune ginestra; e quanto a me, so che mi aspettano lagrime nei petali di qualche rosa. Così è stato sempre per me, fin da quando ero ragazzo. Non vi è colore racchiuso nel calice di un fiore, non vi è curva di conchiglia, alla quale per qualche oscura affinità con l’anima stessa delle cose, la mia natura non corrisponda. Come Gautier, sono sempre stato di quelli pour qui le monde visibile esiste. Tuttavia sento ora che dietro questa Bellezza si nasconde uno Spirito di cui le forme e i contorni non sono che modi di una manifestazione; e proprio con questo Spirito intendo entrare in contatto.
Mi sono stancato delle espressioni articolate dell’uomo e delle cose (..) nella società, così come noi l’abbiamo costituita, non v’è posto per me, né vi potrà mai essere; ma la Natura, le cui dolci piogge bagnano indistintamente il giusto come il peccatore, avrà anfratti nelle rocce entro cui potrò nascondermi e valli segrete nel cui silenzio potrò piangere indisturbato. Appenderà stelle alla volte del cielo perché io possa camminare nelle tenebre senza inciampare; e farà soffiare il vento perché cancelli le mie impronte e io non venga inseguito e braccato a morte. (..)
Spero che il nostro incontro sarà ciò che un incontro fra me e te – dopo quanto è successo - dovrebbe essere. C’è sempre stato un enorme abisso tra noi due, l’abisso tra l’Arte realizzata e la cultura acquisita; c’è oggi un abisso ancora più profondo, l’abisso del Dolore: ma niente è impossibile all’Umiltà e all’Amore tutto è facile.
Per quel che riguarda la tua risposta a questa mia, puoi farla come credi, lunga o breve (..) Io ti ho scritto in piena libertà; anche tu devi fare altrettanto.(..) Ho aspettato per mesi che tu ti facessi vivo. Anche se non ti avessi aspettato ma ti avessi chiuso tutte le porte in faccia, avresti dovuto ricordare che nessuno può continuare a chiudere le porte in faccia all’Amore.(..) Non vi é prigione al mondo in cui l’Amore non possa aprirsi un varco. Se non comprendi questo, non capisci niente dell’Amore.(..) Scrivimi di te in tutta franchezza (..) tutto quello che hai da dirmi, dillo senza timore..se vi sarà qualcosa di falso o artefatto, me ne accorgerò..nel culto per la letteratura che ho avuto tutta la vita, mi sono fatto avaro di suono e di sillabe come Mida delle sue monete.
Ricorda che mi resta ancora da conoscerti. Forse a entrambi, ci resta da conoscerci a vicenda.
Quanto a te, non ho che quest’ultima cosa da dirti. Non aver paura del passato. Se qualcuno ti dirà che è irrevocabile, non credergli. Passato, presente e futuro non sono che un attimo della visione di Dio, al cui cospetto dovremmo cercare di vivere. Tempo e spazio, successione ed estensione, sono soltanto condizioni accidentali del Pensiero: l’Immaginazione può trascenderle e portarle in una libera sfera di esistenze ideali. Anche le cose sono, nella loro essenza, ciò che vogliamo esse siano: una cosa é in quanto noi la guardiamo(..) Ciò che ho davanti a me adesso, è il mio passato.. devo indurmi a guardarlo con altri occhi.. posso farlo solo accettandolo, come una parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere di fronte a tutto ciò che ho sofferto.. e per incompleto e imperfetto che io sia, tu, da me, hai ancora molto da imparare.
Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più grande: il significato del Dolore e la sua bellezza.
Il tuo affezionato amico.”

Oscar Wilde
gennaio - marzo 1897

Ciò che era un minuto fa non è più: tanto è per le esplosioni e le implosioni che soffocano in tragedia il mondo, siano esse pubbliche o private.
Così, nell’andirivieni caotico di notizie, nell’affannosa ricerca di un senso che rimandi all’Etica e alla Virtù, in questo nostro mondo piegato dalle catastrofi e dal fuoco e le cui anime si perdono nel frastuono del chiacchiericcio volgare, l’unica casa che riconosciamo è la Musica, quella che certi burocrati vorrebbero relegare in angusti spazi e nell’oblio della memoria privata di fondi e sostegno, come la magia e la forza del Sogno che certi personaggi – a noi cari – gettano come incantesimo sulla posteriorità.
Per dirla con Jacques Barzun “ ..non è per le loro imprese che Eloisa e Maria Stuarda, Byron e Lincoln hanno richiesto tanti volumi per il racconto più volte ripetuto delle loro vite. Il loro incanto è implicito, magnetico; ma ciò non significa che le loro persone siano state più grandi o più nobili delle loro azioni. Significa soltanto che esse, per una catena di circostanze, incarnano per noi un modo di vivere del quale non ci possiamo disinteressare e che non possiamo emulare, biasimare o accettare come scontato. Noi ci rivolgiamo verso di loro come verso la vita stessa, magnetizzati, perché sappiamo che non v’è spiegazione finale del genio, della passione, dell’errore o della tragedia in esse incarnate.”
Questi Ditirambi muovono oggi verso una figura che - vittima e fors’anche carnefice- fu interprete di vita e arte: e li dedichiamo a chi - preda dei luoghi comuni - ride ancora della sua omosessualità, come del suo girasole all’occhiello.
Per dirla con un suo aforisma ‘ nella sublimità dell’anima non c’è contagio alcuno.’
Già.

Dalla bohème milanese alla Roma bizantina

noi siamo i figli dei padri ammalati: aquile al tempo di mutar le piume, svolazziamo muti, attoniti, affamati, sull’agonia di un nume.” (Emilio Praga- Penombre-1864)

Nella bella cornice della Biblioteca di via Senato, inaugura la mostra a ingresso libero ‘La Scapigliatura e Angelo Sommaruga’, dal 26 giugno al 22 novembre 2009, organizzata con il contributo del Comune di Milano - settore Cultura - in concomitanza con l’esposizione ‘Scapigliatura. Un pandemonio per cambiare l’arte’ allestita a Palazzo Reale.
Partendo dai testi, dalle riviste e dai documenti della Scapigliatura e attraverso l’inedito Fondo Angelo Sommaruga ( di proprietà della Fondazione Biblioteca di via Senato, qui esposto per la prima volta), l’esposizione intende evidenziare come la Scapigliatura non sia stata solamente un episodio locale di imitazione delle mode artistiche d’Oltralpe, ma uno dei momenti più caratterizzanti della cultura italiana dell’800.
In una società che andava inesorabilmente cambiando, la Scapigliatura si è lentamente trasformata in quella che viene definita la letteratura della Nuova Italia, precorrendo temi che troveranno ampio spazio nelle avanguardie del primo ‘900, anche grazie all’opera intelligente dell’editore Sommaruga -ormai dimenticato dai più- anche per le traversie politiche ed economiche che lo tennero a lungo lontano dall’Italia.
Sommaruga provenendo dal mondo della bohèmien milanese seppe portare, all’indomani della proclamazione di Roma capitale, una ventata di radicale novità nel mondo sonnacchioso dei salotti romani.

Curata da Annie-Paule Quinsac - storica dell’arte e curatrice anche della mostra allestita a Palazzo Reale - Giuseppe Farinelli – docente ordinario di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e Matteo Noja – conservatore della Biblioteca di via Senato - la mostra realizzata in collaborazione con la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, nonchè la Biblioteca Comunale Centrale – Palazzo Sormani- è arricchita da opere di Ernesto Bazzaro, Luigi Conconi, Tranquillo Cremona, Eugenio Pellini, Daniele Ranzoni, Paolo Troubetzkoy, una sezione dedicata alle caricature e libri, riviste,documenti di Carducci, d’Annunzio, De Amicis, Verga, Matilde Serao.

La Scapigliatura e Angelo Sommaruga’

dal 26 giugno al 22 novembre 2009 Fondazione Biblioteca di via Senato 14 – Milano – da martedì a domenica ore 10-18 orario continuato - chiuso il lunedì - Ingresso libero

Ciao Nina

" Io devo a Paolo Grassi e Giorgio Strehler tutto quello che ho imparato della vita: comprensione, tolleranza, indulgenza, e soprattutto umanità, la facoltà di riconoscere e apprezzare gli autentici valori che la vita man mano ci offre. Ho passato giornate intere a cercare di separare Paolo e Giorgio in lite per la data della prima, per il numero di prove, che si prendevano a calci, si buttavano i posacenere… ma discutevano di cultura, una cosa che sarà sempre alla base della vita. Cosa è stata la vita del Piccolo? Arte e cultura ma dentro c’era la vita… perché il teatro nella società rappresenta un luogo dove gli uomini vanno ad ascoltare le parole di altri uomini. Ed è questa la vera solidarietà.
Certo la nascita del Piccolo fu importante per scuotere Milano e i milanesi, ma lo fu soprattutto per l’Europa che, da subito, colse la novità dell’esperienza. La Francia, allora così all’avanguardia per la teorizzazione di un teatro nuovo, voleva i nostri spettacoli, eravamo amatissimi dai teatri dei Paesi scandinavi e riuscimmo, con le tournée americane, ad affascinare anche gli Stati Uniti e l’America del Sud. Il Piccolo era accolto con calore, sia per l’alta poetica delle rappresentazioni strehleriane, sia per la perfezione della macchina produttiva e gestionale.
Il Piccolo ha dovuto inventarsi molte cose nel campo della gestione aziendale, oltre che in quello dell’arte. Nel 1947, anno della nascita del Piccolo, riuscimmo a coinvolgere nella nostra impresa molti industriali milanesi, la grande borghesia imprenditoriale, da Pirelli a Adriano Olivetti, a quella grande figura che fu Mattioli, il presidente della Banca Commerciale Italiana. Ma devo dire che, per primi, abbiamo ideato molte iniziative nel campo della promozione e della gestione del nostro teatro: dai contatti con il mondo della pubblicità, alla creazione degli abbonamenti, all’organizzazione del pubblico tra le scuole e i sindacati e, più recentemente, l’informatizzazione della biglietteria. E siamo forse stati l’unico teatro che si fa certificare il bilancio da una società competente.
Come teatro stabile, abbiamo avuto una produzione molto particolare, in quanto abbiamo lavorato all’estero organizzando un’attività completa, con approfondimenti culturali e dibattiti intorno ad ogni spettacolo. Molti teatri privati allestiscono qualche spettacolo all’estero, ma non in modo sistematico come il Piccolo. La nostra attività è molto più apprezzata all’estero che nel nostro Paese, avaro di riconoscimenti pubblici nei confronti delle proprie istituzioni culturali.
Ho fatto qualche tournée con la compagnia all’estero e ho ricordi molto belli di ogni spettacolo. Mi ha colpita molto, quando siamo andati a Los Angeles con “La tempesta”, la straordinaria reazione del pubblico americano, un po’ infantile, diversa dalla nostra: quando Ariel volava, gli spettatori emettevano gridolini come bambini. In URSS la partecipazione era anche maggiore, commovente, con un approfondimento inimmaginabile. Ma dappertutto abbiamo avuto grande successo.
Ricordo opere innovatrici che abbiamo portato al Piccolo, il Living e il Bread and Puppet.
E rammento volentieri registi e autori venuti a lavorare al Piccolo, da Patrice Chéreau, che in un certo senso è nato da noi, a Grüber, Bob Wilson e soprattutto Brecht, un uomo molto semplice, discreto, interessante, fuori dei cliché dell’uomo che si mette in evidenza, con una grande ricchezza interiore, al pari di sua moglie, Helene Weigel." Nina Vinchi
dal volume “Piccolo è il mondo”, edito da Piccolo Teatro e Fiera Milano, 2006 - foto Busacca

Modi di morire

Organizzato dall’Unione Femminile Nazionale e dalla Libera Università delle Donne in collaborazione con Associazione A77, martedì 16 giugno presso la sede milanese dell’Unione, Maddalena Gasparini e Maria Nadotti incontreranno Iona Heath , autrice di “Modi di Morire”.

Medico di base, la Heath lavora dal 1975 presso il Caversham Group Practice di Kentish Town, nella zona di Camden, a Londra. Da oltre vent’anni componente del Council of the Royal College of General Practitioners, dal 1997 al 2003 ha presieduto l’Health Inequalities Standing Group e dal 1998 al 2004 il Committee on Medical Ethics. Dal 1997 al 1999 ha fatto parte della Royal Commission on Long Term Care for the Elderly e dal 2004 al 2007 della Human Genetics Commission. Attualmente presiede il College’s International Committee e l’Ethics Committee del “British Medical Journal”.
Autrice di vari saggi, tra cui The Mystery of General Practice (1996) e – in collaborazione con Patricia E. Hutt e Roger Neighbour – Confronting an Ill Society: David Widgery, General Practice, Idealism and the Chase for Change, con “Modi di morire” (Bollati Boringhieri, 2008) affronta il tema delicato del rapporto tra medico e paziente.
Che cosa succede quando la medicina è messa in scacco da una malattia terminale o semplicemente dalla vecchiaia? Che rapporto si instaura tra medico e paziente, quando il crinale tra vita e morte si fa sempre più sottile? Come dialogare con chi sta per lasciarci? Come accompagnarlo senza ridurlo a oggetto di inutile accanimento terapeutico? Come e quando passare dalla cura all’alleviamento? Come rendere più lieve e dignitoso il trapasso? Che grado di autonomia rivendicare al termine della vita, sia come individui sia nell’esercizio della professione medica? Quali possibilità, in una società come la nostra, che la morte assuma una valenza sociale?’

Martedì 16 giugno, ore 20.30 - Unione Femminile Nazionale - C.so di Porta Nuova, 32 - 20121 Milano

La strana coppia della danza

Approda allo Strehler di Milano dal 16 al 18 giugno “Three Solos and a Duet” : così lontani, così vicini tra loro, Mikhail Baryshnikov e Ana Laguna sono la più stupefacente strana coppia della danza di oggi.

Lui è “the greatest living dancer”: dalle vette del balletto russo, l’ex transfuga Misha non ha fatto altro che cambiare tutto per non cambiare niente; è rimasto se stesso, una superstar curiosa, perfezionista, inguaribilmente snob. Dopo essere stato il più musicale dei 'Principi del balletto zarista', ha frequentato a lungo il neo-modern e post-modern Usa di Twyla Tharp e Mark Morris per poi concedersi qualche ardita “escursione”: ha calzato tacchi vertiginosi come Achille per il provocatorio Richard Move, si è calato nei panni del fascinoso Aleksandr Petrovsky nel cult tv “Sex & the City”.
Di lei, la spagnola Ana, si sa molto meno: da sempre musa del marito coreografo, lo svedese Mats Ek, è un’antidiva defilata dalla mondanità, immune da qualsiasi vanità femminile. Interprete di viscerale espressività, ha saputo scolpire a piedi nudi creature borderline per le poetiche coreografie contemporanee di Ek. Insieme, Misha & Ana formano una miscela esplosiva.

Con grande smacco di chi vorrebbe la danza perennemente congelata in una smagliante gioventù, ecco la lezione di due sublimi sessantenni. Non salgono in cattedra, ma scivolano nelle angustie del quotidiano - tratteggiato da un tavolo e un tappeto - simulacri di una vita qualunque in cui cullarsi, specchiarsi, accapigliarsi, ritrovarsi.

È “Place”, una tessitura di gesti minuti modellata sui corpi intelligenti di Baryshnikov e Laguna da uno dei maestri più sensibili della scena contemporanea - Mats Ek - che per i due ha adattato anche il suo “Solo for Two”, originariamente concepito per Sylvie Guillem e Niklas Ek, su musica di Arvo Pärt, in cui si intrecciano solitudine, distanza e desiderio tra una donna e un uomo a lungo sospirato.

E' il nuovissimo assolo per Baryshnikov sul la “Valse Fantasie” di Mikhail Glinka - ideato dall’ex direttore del Balletto del Bolshoi Alerei Ratmanski- e un secondo solo per Misha dal titolo “Years Later”, firmato nel 2007 dal francese Benjamin Millepied, principal dancer del New York City Ballet, su musiche di Philip Glass, Erik Satie e Akira Rabelais a riservare le sorprese forse più 'ardite' per questi sessantenni, strana coppia in assolo, da non mancare.


Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 16 al 18 giugno 2009 ore 20.30 'Three Solos and a Duet'
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org


La Masterclass di Ronconi


Al via domenica 14 giugno la quinta edizione di Masterclass: fino a martedì 30 giugno si alterneranno al Teatro Studio - in alcune sale prova e sul retropalco del Teatro Strehler - otto scuole provenienti da Cina, Ungheria, Russia, Regno Unito, Francia.


Realizzata in collaborazione con Pirelli RE, quest’anno la ‘Casa delle Scuole di Teatro’ ideata da Luca Ronconi, avrà tra gli ospiti d’onore Guido Ceronetti, che porterà in teatro frammenti dalla sua raccolta ‘Le ballate dell’angelo ferito’, viaggio intorno alla fragilità della condizione umana; il “clown da teatro” Pierre Byland - come lo definì Jacques Lecoq - alla cui prestigiosa scuola l’artista si formò, che terrà un workshop dal titolo ‘La scoperta del clown interiore’; l’Accademia Teatrale di Shanghai - istituzione con cui il Piccolo ha stabilito alcune stagioni fa un protocollo di scambio - che oltre a portare in scena un lavoro teatrale legato a un autore cinese contemporaneo, è anche protagonista di un laboratorio su Pirandello.
Tra le novità la Scuola Superiore Shepkin di Mosca, che lo scorso anno ha ospitato la prima avventura della neonata Accademia Internazionale della Commedia dell’Arte diretta da Ferruccio Soleri e che propone un excursus tra i classici del teatro russo del Novecento; la Scuola del Piccolo che conclude il primo anno del suo percorso triennale con una performance dal titolo “Variazioni sul clown”, riprendendo le fila di quel tema della clownerie variamente approfondito nei numerosi workshop.
Ad un pubblico di universitari, provenienti da dieci diverse istituzioni (Università IULM - Libera Università di Lingue e Comunicazione, Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi, Nuova Accademia di Belle Arti Milano NABA, Università degli Studi di Milano, Università Commerciale Luigi Bocconi, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università Cattolica del Sacro Cuore, Politecnico di Milano, Accademia di Comunicazione, Università di Düsseldorf) è dedicato un progetto di formazione coordinato da Emiliano Bronzino, regista del Piccolo Teatro ed assistente di Luca Ronconi, che prevede la partecipazione alle dimostrazioni-spettacolo, ad incontri con registi e compagnie e al workshop con Pierre Byland.

Introduce la Masterclass il seminario ‘La filosofia del comico’, organizzato in collaborazione con la cattedra di Estetica dell’Università degli Studi di Milano, per raccontare la comicità dell’infelicità attraverso i secoli, dagli antichi a Beckett, a Nietsche, a Deleuze.


Masterclass - La Casa delle Scuole di Teatro
Piccolo Teatro Studio - Piccolo Teatro Strehler
14-30 giugno 2009


Per informazioni sulle modalità di accesso agli spettacoli: masterclass@piccoloteatromilano.it.
Per lo spettacolo di Guido Ceronetti, posto unico 10 euro

Diavolo di un Buzzati!


'Art&Music Festival 2009' inaugura con un grande evento il calendario di appuntamenti nella città di Milano: giovedì 11 e venerdì 12 giugno al Piccolo Teatro Studio sarà in scena la prima rappresentazione assoluta della versione originale di “Ferrovia soprelevata”, racconto musicale in sei episodi del grande Dino Buzzati musicato da Luciano Chailly, uno dei più significativi compositori del secondo Novecento italiano.

La riscoperta è straordinaria: una storia surreale, una forma mista di teatro e musica, di commedia e melodramma, nella quale musica e testo si sviluppano in simbiosi perfetta; una partitura musicale originalissima, priva di archi, nella quale si combinano fiati, tastiere e una schiera di percussioni.

Così Buzzati ha riassunto la fantasiosa vicenda: “ Un diavolo, spedito in missione sulla terra col nome di Max per condurre a perdizione le anime, si innamora proprio della ragazza ch’egli è riuscito a rovinare, di nome Laura. Da qui la sua conversione; affronta la pericolosa incognita di un elettroshock che non si può prevedere quale risultato dia, e che infatti lo trasforma in cane. Ciò non gli impedisce di riscattare la sua natura demoniaca con un gesto eroico e disperato insieme, buttandosi sotto al treno dei diavoli che portano Laura all’inferno. E lo fa deragliare. Così la storia si conclude per Max in un ipotetico paradiso, con la soddisfazione di tutti, tranne che di Belzebù, e con un gioioso alleluja”.
Come anticipato, si tratta della prima rappresentazione assoluta del testo originale, al quale, in occasione dell’unica rappresentazione del 1955, la commissione di censura aveva imposto radicali modifiche; l’intero quinto episodio, che rappresenta un esorcismo praticato da un vescovo, dovette essere completamente riscritto e trasformato in una seduta psicanalitica. Ciò provocava una dicotomia fra il testo nuovo e la musica scritta per quello precedente. La versione originale è stata ripristinata sulla base dei manoscritti autografi, pertanto l’opera andrà in scena per la prima volta come la vollero gli autori.
La parte dello speaker, che tiene le fila della vicenda che si svolge sulla scena, è stata affidata a un interprete “anomalo”: il famoso rapper Frankie Hi Nrg, mentre gli attori principali sono artisti familiari alle produzioni del Piccolo: Giorgia Senesi, Pierluigi Corallo, Giorgio Ginex, Sergio Leone. La regia è di Lisa Nava mentre l’Orchestra Milano Classica è diretta da Gianluca Capuano. La danzatrice iraniana Deniz Azhar Azari, il soprano Mya Fracassini e il baritono Davide Rocca completano lo sterminato cast, che prevede anche mimi, un coro misto (Rhaudenses Cantores diretti da Giovanni Scomparin) e un coro di voci bianche (Piccoli Cantori delle Colline di Brianza diretti da Floranna Spreafico).
Scene di Roberta Pagani, costumi di Margherita Maltese.

Info e prenotazioni: Piccolo Teatro 02.42411889 Biglietto: 10 euro

Serate Bastarde

" Esiste une versione ufficiale della storia ed esiste anche una versione ufficiale del nostro presente. In genere è raccontato dalla televisione (e dall’informazione). La televisione diventa la verità e nella vita cerchiamo di riprodurla. Per riuscirci occorre essere tendenzialmente belli, tendenzialment ricchi, tendenzialmente di successo, tendenzialmente arditi, tendenzialmente veloci, tendenzialmente sfrontati, tendenzialmente erotomani e insieme probi, tendenzialmente produttivi, tendenzialmente solari, tendenzialmente in una maggioranza, tendenzialmente automuniti. Ma c’è un problema: nella realtà siamo storti. Inadeguati. Tendenzialmente brutti, tendenzialmente senza soldi, recentemente senza futuro, tendenzialmente bugiardi. Non siamo ottimi figli, spesso neanche buoni genitori. Siamo umani. E, attualmente, nella crisi: ovvero nel momento terrificante e straordinario della separazione, nel momento della decisione. Un momento che separa ciò che è stato da ciò che potrebbe essere. Il passo dalla finanza alla filosofia è breve.
Serate Bastarde nasce dal desiderio di parlare delle nostre paure: paura di diventare poveri, paura che i vicini di casa ci sparino, paura degli arabi, paura delle malattie, paura di non essere amate per le ustioni che portiamo sul corpo, paura di rimanere fregate, paura di aprire la bocca e paura di morire senza aver aperto la bocca. E nasce dal desiderio di parlare delle nostre spinte rigeneratrici: le parole che rompono le convenzioni del linguaggio. E si sa che la rottura del linguaggio porta con sé la rottura dei complessi.
Raccontare tutto ciò senza la mediazione della metafora ma attraverso la corporalità suicidale dell’incontro diretto con lo spettatore.
Per questo, dentro al racconto, ci siamo messe dentro noi per prime, e il nostro corpo: un’ustionata di 4° grado, le nostre esperienze famigliari, i nostri lutti. Gli argomenti che affrontiamo son quelli delle grandi occasioni: sesso, morte e politica. Il linguaggio è quello del Satiro, quell’essere a membro eretto che aveva il compito di purificare la terra dagli spiriti maligni ostentando riso e linguaggio scurrile come affermazioni della potenza rigeneratrice della natura. Che ha il compito di attaccare i territori di premesse e pregiudizi in cui siamo incappate. E di contro il linguaggio della poesia che solleva il mondano e lo lancia nello spazio.
La vita è breve e la necessità della liberazione un dovere.
Il dovere di conoscere la verità dei fatti, di conoscere chi si è veramente al di là di quello che qualcuno ci richiede di essere.
In genere il mondo lo vediamo tratteggiato in maniera lungamente più grossolana della nostra intima consapevolezza del mondo stesso.
Ma la società si è strutturata per sottrarci il fuoco dell’indagine, la Sorpresa, e ancora peggio: l’Entusiasmo. Ci siamo strutturati per perdere l’uso della parola, la capacità di raccontare ciò che esattamente siamo, ciò che esattamente vorremmo essere(...)
La sorpresa di scoprire cosa c’è, attualmente, dietro alla guerra, dietro a un corpo martoriato dal fuoco, dentro alla casa di una pensionata costretta a lavorare a settant’anni, dietro alla morale della religione, dentro al lutto, dietro alla bandiera." Renata Ciaravino
ore 21.00 martedi 9 giugno ore 21.00 mercoledi 10 giugno ore 21.30
Piccolo Teatro Strehler/Scatola Magica - Milano
TriTTico Festival MIX Milano
Compagnia Dionisi
di Renata Ciaravino e di Carmen Pellegrinelli e Silvia Gallerano
con Ciaravino, Gallerano, Pellegrinelli,
Filmaking di Elvio Longato
Direzione tecnica di Carlo Compare
Produzione Marina Belli
Organizzazione Alessandra Maculan

Ready Made Butoh

Otto anni di ricerche, stage, spettacoli, per approfondire e realizzare una sintesi ed una convergenza tra le arti così dette visive, il teatro e la danza Butoh. Questo è il percorso artistico del gruppo Oloart.
Ready Made-Butoh - omaggiando due importanti artisti del secolo scorso -rievoca, in una chiave dada tra il drammatico, il surreale ed il grottesco, un teatro senza parola, di un fascino ed una suggestione che prende il pubblico e lo trascina in ambiti emozionali estremi. Oriente e occidente, danza e racconto teatrale, scultura e performance,musica contemporanea e visioni evocative, in un arte “olistica” di avanguardia.
Di Tadeutz Kantor i personaggi del teatro e della pittura vengono riproposti sulla scena in chiave Butoh. Il corpo degli interpreti è in bilico tra la disciplina della scultura, della danza e del teatro tra il drammatico ed il grottesco che ricorda l'opera teatrale “Classe Morta” dell’artista polacco.
Più surreale e provocatorio invece l’omaggio Marcel Duchamp dove gli interpreti liberano, in uno spirito decisamente “dada”, l’entusiasmo per la riscoperta dell’oggetto di uso comune così come un corpo di “uso comune” che sulla scena si carica di valenze sicuramente attinenti all’arte totale, l’arte della natura.

READY MADE BUTOH - Guppo Oloart
Domenica 7 giugnoh. 21,00 - Spazio Opera Osnago - Ingresso: 5 €

Orchestra Senza Confini

Al suo penultimo appuntamento la rassegna "Orchestra Senza Confini" rende omaggio a Jimmy Heath, il grande musicista afroamericano nato il 25 ottobre del 1926 e tuttora in piena e creativa attività, lunedì 25 maggio presso il Piccolo Teatro.
Heath, un classico esempio di “musicista per musicisti”, è sassofonista di altissimo profilo oltre che un riconosciuto maestro nell’arte della composizione e dell’arrangiamento.
Influenzato inizialmente da Charlie Parker e a tale proposito soprannominato “Little Bird”, vicino a John Coltrane (che suonò anche nella sua big band alla fine degli anni ’40), lo seguì negli anni del suo apprendistato e poi contribuì a farlo entrare nel primo quintetto di Miles Davis. Proprio con Davis, Jimmy Heath suonerà dopo l’uscita dal gruppo di Coltrane e Davis, anni dopo, inciderà il suo brano Gingerbread Boy, che verrà presentato in questo concerto insieme ad altri classici del sassofonista, tra cui C.T.A., cavallo di battaglia di molti gruppi Hard Bop, e quel Gemini che divenne popolarissimo grazie all’interpretazione di Cannonball Adderley.
Jimmy Heath ha inciso un gran numero di album sia in veste di leader sia in qualità di partner di musicisti quali Gil Evans, Kenny Dorham, Milt Jackson, Art Farmer tra gli altri. Nel 1975, insieme ai suoi fratelli (Percy, contrabbassista del Modern jazz Quartet, e Albert, batterista che suonerà nel concerto milanese), fonderà il gruppo degli Heath Brothers. Didatta di alto profilo, ideatore del Jazz Program al Queen’s College, ha ricevuto un gran numero di Awards & Honors, tra cui i recenti Giants of Black History Award e il Duke Ellington Fellowship.
Nel concerto di Orchestra Senza Confini presenterà i suoi classici arrangiamenti per big band, in un concerto al quale prende parte anche Albert “Tootie” Heath, il più giovane della famiglia (è nato nel 1935), figura storica della batteria jazz, che ha suonato e inciso al fianco di musicisti del livello di John Coltrane, Wes Montgomery, Jay Jay Johnson, Dexter Gordon, Cedar Walton, Herbie Hancock e attualmente è produttore e leader del The Whole Drum Truth, un ensemble di batteristi che ospita personalità come Ben Riley, Ed Thigpen, Billy Hart tra gli altri.
Lunedì 25 maggio, ore 21, presso il Piccolo Teatro Studio via Rivoli 6 – M2 Lanza
Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco
JIMMY HEATH sassofoni
ALBERT “TOOTIE” HEATH batteria
CIVICA JAZZ BAND
solisti: Emilio Soana (tromba), Roberto Rossi (trombone), Giulio Visibelli (sassofoni),
Marco Vaggi (contrabbasso), Tony Arco (batteria)
e gli studenti dei Civici Corsi di Jazz dell’Accademia Internazionale della Musica
Direttore ENRICO INTRA

Shakespeare alla maniera di Shakespeare

Prosegue il Festival del Teatro d’Europa che per la fine del mese di maggio propone un vero e proprio ‘dittico elisabettiano’: Shakespeare come l’avrebbe fatto Shakespeare con Propeller, la compagnia tutta maschile di Edward Hall con sede a Watermill - vecchio mulino ad acqua alle porte di Londra - che raddoppia quest'anno l’appuntamento e accanto a "The Merchant of Venice", in programma al Piccolo Teatro Strehler dal 27 al 31 maggio, propone la sua versione di "A Midsummer Night’s Dream", al Piccolo Teatro Studio dal 21 al 24 maggio.

'A Midsummer Night’s Dream' è “una delle opere più originali, più comunicative e più abilmente costruite di Shakespeare” dice Robert Warren che con il regista Edward Hall ha adattato il testo per la scena. Una storia questa di amori possibili e impossibili, di fughe nella foresta, di giovani amanti, di fate e folletti, di artigiani che si trasformano in comici: un percorso iniziatico nell’intricata geografia dei sentimenti, con pozioni magiche che creano il caos in una lunga notte tra sogno e follia.
E poi la spietata storia di Shylock, di Bassanio, del loro spietato commercio…
Vittima o carnefice? Uomo o donna? L’eterno tema dell’ambiguità e della ricerca di identità torna in un altro dei capolavori di Shakespeare, in una messa in scena originale, divertente, certamente da non mancare.
Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 21 al 24 maggio 'A Midsummer Night’s Dream '
Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 27 al 31 maggio 2009 ' The Merchant of Venice'

Il coraggio di dire no

" Me lo chiedo da tempo in un mondo che peggiora, in una società come la nostra che degrada di giorno in giorno e nasconderselo sarebbe ingenuità o delitto.
Si respira un'aria che addormenta, piena di bacilli che corrompono.
La tendenza a scavarsi ciascuno - in questa realtà morbida, instabile, disorientante - una piccola nicchia di quiete personale è diffusa come un'epidemia.
L'arte del compromesso è alla portata di tutti, come Kant e Croce nelle collane tascabili.
Gli strumenti della tecnica, entrati nella vita quotidiana per servirla, se ne impadroniscono. L' auto, il televisore, il frigorifero, la lavatrice, il giradischi sono idoli - ormai - più venerati e obbediti di qualsiasi altro nella storia delle religioni. Diventiamo meschini senza accorgercene, proprio come si diventa vecchi, o pazzi.
La lezione della moderazione, del buonsenso, del senso comune, si fa ossessionante.
Le piccole virtù prendono il posto della grande passione, come in un matrimonio di convenienza.

Le grandi passioni sono faticose: è facile stancarsene.

Penso di descrivere ( telegraficamente) un'esperienza abbastanza diffusa di additare un pericolo che certo non siamo in pochi a vedere. Ecco, m'interessano soprattutto i suoi riflessi sul nostro rapporto coi figli. Se siamo noi a cedere, ad abbandonarci a una vita senza passione, a non provare rabbia per come va il mondo, a rinunciare all'azione, possiamo ottenere due risultati, per noi ugualmente negativi: nel caso migliore ( per loro) saranno i figli a rivoltarsi contro di noi, a fare contro di noi la loro 'rivoluzione culturale' ( speriamo che l'immagine non mi faccia qualificare come 'cinese'); nel caso peggiore, alleveremo dei piccoli ipocriti carrieristi. Bravi tecnici, magari, ma odiosi 'benpensanti'.
E se noi non cediamo: se continuiamo a pensare che una vita senza passione è degna di un albero, d'un gatto, ma non d'un uomo, allora come possiamo comunicare ai nostri figli questo atteggiamento? Sono sufficienti, allora, i consigli della psicologia e le conquiste della pedagogia sperimentale? Essere ' genitori moderni' può bastare? Fino a che punto e con quali mezzi l'educazione del cuore deve accompagnarsi all'educazione della mente?

Dovrei definire, prima d'andare avanti, che cosa intendo per ' passione'.

Sono sicuro d'averlo già fatto capire a sufficienza. Ma se occorre una definizione più precisa, eccola: intendo per passione la capacità di resistenza e di rivolta; l'intransigenza del rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà di azione e di dedizione; il coraggio di sognare in grande, la coscienza del dovere che abbiamo - come uomini - di cambiare il mondo in meglio - senza accontentarci di mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com'era prima: il coraggio di dire di no quand'è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non fare come gli altri, anche se per questo bisogna pagare un prezzo."
Gianni Rodari

L’artigiano dei sogni

Nell'ambito di "Artigiana 2009" promossa da Regione Lombardia e Unioncamere Lombardia, un open day sul "saper fare artigiano": mercoledì 6 maggio 2009 alle 16.30, il Piccolo Teatro Studio apre le porte agli artigiani, creatori di emozioni, figure fondamentali nella vita quotidiana e assolutamente indispensabili nel teatro, nel cinema e nello sport.
A loro è dedicato l'incontro 'L'artigiano dei sogni. L'eccellenza artigiana nel creare emozioni', organizzato da Regione Lombardia DG Artigianato e Servizi e Unioncamere Lombardia in collaborazione con il Piccolo Teatro, moderato da Federica Gentile, conduttrice della trasmissione di RaiTre Okkupati.

Interverranno Andrea Crisanti, scenografo cinematografico; Angelo Sala, coordinatore artistico degli allievi scenografi presso l'Accademia di Arti e Mestieri del Teatro alla Scala; Mauro Carosi, scenografo; Odette Nicoletti, costumista; Stefano De Luca, regista teatrale: Gianluca Lo Presti, regista cinematografico, animazione tradizionale; Domenico Lillia, Presidente Cantiere Nautico Lillia; Enrico Chieffi, velista.
Piccolo Teatro - via Rivoli 6, M2 Lanza - ingresso libero fino a esaurimento posti. Prenotazioni 02 72.333.313

Lo specchio dell'amore

“Sempre ci amammo.E come potevamo non farlo, quando tu sei così simile a me, amor mio,
pur con un volto così diverso?”

Dopo lo straordinario successo della serata inaugurale con " Sono diventato etero!", il secondo appuntamento della terza rassegna di teatro omosessuale ospitata da Teatro Libero è con “Lo specchio dell'amore”, diretto da Tobia Rossi e tratto dall'omonima, bizzarra “operetta amorale” di Alan Moore e José Villarrubia.
Tra i resti di un selvaggio party alcolico due creature, uomo e donna solo in apparenza, rimasti soli sul fare del giorno, giocano a raccontarsi la bizzarra fiaba della storia dell'omosessualità. Tra schermaglie, scherzi e tensioni erotiche compiono una ricognizione dei momenti salienti della storia gay, momenti di ingiustizie e conquiste, di vergogna ed emancipazione. Il loro è un viaggio straordinario, faticoso, a volte doloroso, senz'altro emozionante e si compie anche attraverso l'esperienza, la vita e le opere di grandi artisti come Saffo, Caravaggio, Wilfred Owen, Allen Ginsberg, evocati sulla scena come fantasmi.
Nella rievocazione di lotte civili e private, di solitudini e aneliti di libertà, i due personaggi si scambiano i sessi, in un gioco di specchi e travestimenti, celebrando così una concezione dell'amore che va al di là dei ruoli e delle etichette, non una definizione ma la sublimazione del rapporto tra due spiriti.
L'opera di partenza per questo lavoro presentato dalla compagnia ' La città invisibile ' è “Lo specchio dell'amore” di Alan Moore -opera polimorfica multimediale - nata per un'antologia di fumetti e successivamente integrata con una serie di fotografie a opera di Josè Villarrubia trasformatasi poi in performance teatrale, con l'intervento del drammaturgo David Drake.
Con Elena Forlino, Monica Massone e Andrea Negruzzo, regia di Tobia Rossi.

Teatro Libero - via Savona 10 Milano - 5 maggio 2009

biglietteria@teatrolibero.it - www.teatrolibero.it 02-8323126



Liberi Amori Possibili


Al via la terza edizione della rassegna 'Liberi Amori Possibili' che Teatro Libero di Milano - sul modello di quanto accade da diversi anni negli Usa e a Dublino e in concomitanza con il Théâtre Côté Cour di Parigi - presenta al pubblico dal 4 al 12 maggio attraverso 9 spettacoli, spunti di riflessione per indagare i diversi aspetti dell'omosessualità, il rapporto uomo-uomo, quello donna-donna, il transgender, la bisessualità.
In stretta collaborazione con le maggiori associazioni omosessuali, tra cui Il C.I.G. Comitato Provinciale Arcigay Milano e Arcilesbica che hanno aderito con interesse alla manifestazione e la Provincia di Milano - settore cultura - che ha patrocinato l'iniziativa, la rassegna apre il 4 maggio con lo spettacolo “Sono diventato Etero!” commedia musicale di Lorenzo De Feo che ancora oggi - rappresentata per la prima volta a Roma nel 2007 - gode di un successo senza interruzioni, grazie soprattutto al passaparola del pubblico delle sue ormai più di cinquanta repliche.
Marco è il figlio omosessuale ideale: nessuna tendenza al travestitismo o a mestieri prettamente gay, equilibrato nelle sue tendenze, per niente effeminato: insomma, un maschietto a tutti gli effetti se non fosse per la sua omosessualità! Omosessualità accettata da lui stesso, ma soprattutto dalla sua famiglia, dai parenti e dai vicini… Tutti felici della sua felice condizione di omosessuale, vissuta senza fantasmi del passato. Convinto e felice… Se non fosse per Isa…Isabella, sua madre: ostacolo da una vita, interferenza costante, assillante proprio come… una madre. Sempre schierata dalla sua parte, orgogliosa dell’omosessualità del suo unico figlio maschio, lieta che egli sia omosessuale e non… frocio! Differenza che ritiene fondamentale. Fino a quando questo perfetto equilibrio viene bruscamente interrotto: Marco ama... una donna!Ha immediatamente inizio il classico “gioco delle parti”: nessuno è quello che sembra e nessuno è quello che vuol far credere agli altri e al pubblico.
Solo alla fine di questa commedia paradossale, che diverte ma allo stesso tempo induce a riflettere sulle diverse sfaccettature dell'essere umano, solo quando ormai paure e debolezze, crudeltà e sentimenti di ognuno sono venuti alla luce, si riveleranno le vere identità dei
Scritta e diretta da Lorenzo De Feo, musiche e canzoni di Loriana Lana per l'Associazione Culturale Millelire; con Alessandro Cassoni, Susanna Cantelmo e Antonio Lupi

Teatro Libero - via Savona 10, Milano - dal 4 al 12 maggio 2009
prenotazioni : biglietteria@teatrolibero.it - www.teatrolibero.it - 02-8323126
Programma:
4 maggio
Millelire presenta “Sono diventato etero!” di Lorenzo De Feo, regia di Lorenzo De Feo, con Alessandro Cassoni, Susanna Cantelmo e Antonio Lupi;
5 maggio
La Città Invisibile presenta “Lo specchio dell'amore” tratto dall'opera di Alan Moore e José Villarrubia, regia di Tobia Rossi, con Elena Forlino, Monica Massone e Andrea Nerguzzo;
6 maggio
Skenè presenta “Oberon” di Ugo Chiti , regia di Nanny Schifino, con Federica Capuano, Livia Trama, Nanny Schifino e Giovanni Scura, coreografie di Ricky Bonavita;
7 maggio
Zauberteatro e NoirDesir.it presentano “Attrazione dell'abisso” di Massimo Stinco, regia di Massimo Stinco, con Massimo Stinco, Niccolò Gaggio, Dejan Djordjevic, Jacopo Bartaloni e Cesare Mascitelli;
8 maggio
Beat 72 presenta “Sotto il convento... niente!” di Flavio Mazzini, regia di Marco Medelin, con Angelo Curci, Stefano De Santis, Giuliana Di Marco, Fabrizio Foligno, Riccardo Laurina e Silvana Spina;
9 maggio
Piccolo Teatro Campo d'Arte e Diverbia et Cantica presentano “Le luci di Laramie” di Moises
Kaufman, regia di Gianluca Ferrato, con Gabriele Colferai, Annabella Calabrese, Monica Maroncelli Cerquitelli, Gianpiero Pumo, Guido Saudelli, Igor Petrotto, Imma Dante e Valentina Chisci;
10 maggio
Quinta Tinta presenta “Benzina” di Daniele Falleri, regia di Roberto Zunino, con Laura Renaldo, Lia Lopomo, Simona Guandalini e Roberto Zunino;
11 maggio
Spazi Vuoti presenta “Anch'io come te” di Gianluca De Col, regia di Marta Arosio, con Sara Corso, Denis Michallet, Lorenzo Piccolo e Laura Pozone;
12 maggio
Decimopianeta e I Teatrini presentano “12 baci sulla bocca” di Mario Geraldi , regia di Giuseppe Miale di Mauro, con Francesco Di Leva,
Stefano Meglio e Andrea Vellotti.

La cimice di Majakovskij al Piccolo di Milano


Serena Sinigaglia torna al Piccolo Teatro di Milano con “La cimice” di Vladimir Majakovskij, di cui segue oltre che la regia, traduzione e adattamento insieme a Fausto Malcovati.

Nei panni di Prisipkin Paolo Rossi, reduce dallo straordinario successo del suo one man show - “Sulla strada ancora” - e in quelli di Oleg Bajan, Massimo de Francovich.
La storia è presto detta: l’operaio Prisypkin, preso dall’ambizione di avere “una vita migliore”, lascia l’operaia Zoja, che lo ama e che per lui tenta il suicidio, e si fidanza con Elzevira, di professione cassiera, figlia di piccolo-borghesi. Si sposano e durante il banchetto nuziale, che finisce in una sbornia collettiva, scoppia un incendio. Vi perdono la vita tutti, tranne Prisypkin, che rimane ibernato dall’acqua gelida degli idranti. Dopo cinquant’anni – la commedia venne rappresentata per la prima volta nel 1929 – nella nuova società comunista che si è nel frattempo realizzata, certi comportamenti individuali, egoistici, propri di un mondo diviso in classi e dominato da interessi privati sono ormai superati e vengono considerati come antiche malattie. Prisypkin viene rinvenuto nel suo blocco di ghiaccio e fatto scongelare per essere esaminato: gli si trova addosso una cimice che viene catturata e isolata nello zoo. Nonostante il controllo degli scienziati, ben presto i germi della malattia nota come borghesia ancora attivi nel corpo di Prisypkin si diffondono provocando inaudite manifestazioni. Alla fine i due parassiti, il “borghesius vulgaris” Prisypkin e il “cimex normalis” vengono rinchiusi nello zoo per essere mostrati alla folla attonita… “Questo testo”, scrisse Majakovskij,è la variante teatrale di quell’argomento fondamentale al quale ho dedicato versi e poemi: la lotta contro il piccolo-borghese”.

“La cimice” si inserisce nella intensa riflessione di Majakovskij sul processo rivoluzionario seguita alla morte di Lenin nel 1924. L’evoluzione del regime sovietico procede a partire da quell’anno verso una burocratizzazione e un irrigidimento dogmatico che turbano il poeta, accusato sempre più spesso di distaccarsi dai bisogni proletari della nazione. Majakovskij reagisce alla involuzione burocratica, contraria agli ideali della Rivoluzione, con la satira, scrivendo due opere teatrali, “La cimice” appunto e “Il bagno”, rappresentate nel 1929 e nel 1930 ed entrambe accolte freddamente dalla critica di partito.
Penso che Majakovskij non sia stato solo un uomo di teatro ma uno di quegli artisti completi di cui oggi, soprattutto in Italia, sentiamo molto la mancanza”, spiega Serena Sinigaglia. “Chi fa teatro non fa cinema, chi lavora nel cinema non dipinge… Majakovskij aveva talento per tutto: faceva cinema, era attore, scriveva per il teatro, disegnava manifesti, costumi e scenografie. Soprattutto, come molti altri della sua generazione, era un poeta. Un poeta nel senso pasoliniano del termine, quella figura che, in una forma di religiosità laica, è il vero profeta di una società. Ma siccome l’essere umano spesso non è all’altezza del proprio compito”, aggiunge la regista, “chi sa guardare avanti - il poeta - e vorrebbe volare in alto, finisce sempre per schiantarsi tragicamente…”.

Ecco allora beffarda ottant’anni dopo la domanda: siamo tutti delle cimici?

Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 4 al 24 maggio 2009
Il Piccolo Teatro di Milano, in collaborazione con l’Associazione Italia-Russia, ha organizzato una serie di incontri dal titolo “Majakovskij e la rivoluzione. Che senso ha se ti salvi solo tu?”. L’ultimo appuntamento, venerdì 8 maggio, è un confronto tra la regista, Serena Sinigaglia, Fausto Malcovati e alcuni attori della compagnia.
L’incontro si svolge nella Scatola Magica del Piccolo Teatro Strehler, alle ore 17, ed è a ingresso libero, fino a esaurimento posti.