80 anni con leggerezza


Festa grande nella famiglia del Piccolo Teatro domani, 6 novembre, per gli ottant’anni di Ferruccio Soleri, intramontabile interprete di Arlecchino servitore di due padroni: per l’occasione il sindaco di Milano Letizia Moratti gli conferirà l’Ambrogino d’oro con una cerimonia speciale alle 17,15 a Palazzo Marino nella Sala dell’Orologio.

Ottant’anni splendidamente portati e quasi 50 da Arlecchino: Soleri infatti debuttò nel capolavoro goldoniano con la regia di Giorgio Strehler il 28 febbraio 1960 a New York - come sostituto di Marcello Moretti -diventando poi titolare di questo ruolo nel 1963. Da allora Arlecchino, ogni anno, è in scena a Milano e in tournée in Italia e nel mondo: finora è stato rappresentato in 40 Paesi (dalla Russia alla Cina, dal Giappone agli Stati Uniti alla Nuova Zelanda) e in oltre 200 città, superando i due milioni e mezzo di spettatori.

Nominato nel 2007 Ambasciatore Unicef, questo Ambrogino si aggiunge a numerosi premi ricevuti da Soleri, tra i quali la medaglia di benemerenza civica del Comune di Milano, l’Arlecchino d’oro a Mantova, la maschera d’oro a Mosca, la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica come benemerito della Scuola, della Cultura e dell’Arte, il leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2006.


Un uomo, una storia

Un giorno con Giovanni - organizzato dal Piccolo Teatro in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera per il quinto anniversario della morte del poeta Giovanni Raboni - si prolunga e completa nei giorni 27 e 28 ottobre, con una lettura e un convegno. Martedì 27 alle ore 21 alla Casa del Manzoni l'attrice Anna Nogara leggerà una sua scelta di testi raboniani. I partecipanti al convegno non residenti a Milano avranno modo di visitare, alla vigilia della chiusura, la mostra "Il catalogo è questo", curata da Giulia Raboni, figlia del poeta. Mercoledì 28, nella Sala Napoleonica dell'Università Statale comincerà alle ore 9 una giornata di studio in cui maestri della critica e qualche amico e giornalista - come Moni Ovadia e Dino Messina - parleranno del poeta, del critico, del traduttore, dell'uomo.

C’è il Raboni poeta al centro della giornata di studio organizzata dal dipartimento di Filologia moderna e curata dal professor Gianni Turchetta dal titoloLa Storia di Raboni”. Con un programma fitto di interventi e introdotto dai saluti del Preside di Lettere e Filosofia, Elio Franzini e di Giovanna Rosa, direttore del dipartimento di Filologia moderna, il convegno affronta il percorso poetico di Raboni intrecciandolo a tratti alla sua profonda e duratura attività di critico e autore letterario e teatrale.

La giornata dedicata al poeta e presieduta da Pier Vincenzo Mengaldo - filologo, storico della letteratura italiana e grande studioso del ‘900 - prevede interventi di: Fernando Bandini, Maria Antonietta Grignani, Gabriele Frasca, Rodolfo Zucco, che ne ha curato l’edizione dell’opera poetica per i “Meridiani” della Mondadori, Stefano Giovanardi, Silvana Tamiozzo Goldmann, Fabio Magro, autore di una recente monografia sul poeta, Marco Ceriani e Luca Daino. Ma l’attività di Giovanni Raboni appartiene anche all’editoria. Consulente di Garzanti e Mondadori, prima, e direttore della collana di poesia della Guanda poi, il poeta Raboni dà voce a tanta poesia contemporanea - quella nota e quella fino ad allora del tutto sconosciuta - mantenendo un rapporto prolifico e costante con il mondo editoriale, che lo vede anche traduttore di Flaubert, Apollinaire, Baudelaire e Racine, oltre che dell’intera Recherche proustiana. E poi c’è l’attività di giornalista e critico letterario, teatrale e cinematografico attento ai problemi della vita sociale, culturale e politica del Paese, che analizza con lucida generosità dalle pagine di aut aut, di Paragone, dei Quaderni Piacentini, del Corriere della Sera. Di questo si parlerà nella tavola rotonda conclusiva che vede la partecipazione di: Dino Messina, Enzo Golino, Gianni Mura e Moni Ovadia.

Omofobia: un passo indietro per l'Italia

BRUXELLES "Affossare la legge contro l'omofobia è stato un passo indietro per l'Italia". L'Alto commissario Onu per i diritti umani, Navi Pillay, mette sotto accusa l'Italia. E denuncia le scelte del Parlamento, che non tengono conto delle violenze di cui sono spesso fatti oggetto gli omosessuali: "Per loro è necessaria una piena protezione".

Navi Pillay entra a gamba tesa nella già accesa discussione nata dopo la bocciatura della legge che avrebbe introdotto l'aggravante per i reati commessi in danno di persone colpite per il loro orientamento sessuale. "L'omosessualità e gli omosessuali vengono criminalizzati in alcuni Paesi - ha detto il commissario Onu - ma non possiamo ignorare che i gruppi minoritari, e tra loro gli omosessuali, sono soggetti non solo a violenza, ma a discriminazioni in diversi aspetti della loro vita". Secondo Pillay, che era a Bruxelles per l'apertura del nuovo ufficio Onu per i diritti umani nell'Unione europea, è necessaria quindi "una piena protezione" per gli omosessuali.

Navi Pillay aveva già apertamente criticato il governo italiano per le scelte in materia di respingimenti dei migranti. Oggi il commissario per i diritti umani è ritornato sul problema sicurezza in Italia, criticando ancora una volta la circostanza aggravante della clandestinità contestata agli immigrati irregolari che commettano un crimine. "E' una discriminazione. Per gli immigrati irregolari - ha sottolineato Pillay - non ci può essere una sospensione dei diritti umani. Per punire lo stesso reato, dovrebbero esserci le stesse regole per chiunque. Non escludo - ha concluso il commissario - che l'Onu possa chiedere all'Italia di modificare la legge".

Il birraio di Preston

Siamo nella seconda metà dell’Ottocento, in una piccola città della provincia siciliana, quella Vigàta dove Camilleri ama ambientare tutte le sue storie ancora un secolo e mezzo prima dell’arrivo di Montalbano. Si deve inaugurare il nuovo teatro civico “Re d’Italia”. Il Prefetto Bortuzzi - fiorentino e perciò “straniero” - prefetto di Montelusa, paese distante qualche chilometro, ma odiato dagli abitanti di Vigàta perché più importante e sede della Prefettura, s’intestardisce ad aprire la stagione lirica con Il birraio di Preston, melodramma di Ricci di scarso valore, di nulla fama e di oggettiva idiozia. In realtà nessuno vorrebbe la rappresentazione di quell’opera, ma il Prefetto obbliga a dimettersi ben due consigli di amministrazione del teatro, pur di far passare quella che lui considera una doverosa educazione dei vigatesi all’Arte. Tra i siciliani, visibilmente irritati dall’autorità esterna, si insinua il “bombarolo” mazziniano Nando Traquandi, venuto da Roma per creare scompiglio all’apertura della sala. L’imposizione, un “atto di testardaggine” del Prefetto, crea dunque una situazione che dopo aver visti coinvolti l’esercito, mafiosi veri e presunti, causa un incendio con numerosi morti e ci conduce infine alla scoperta che tutto è nato per un clamoroso equivoco.

Questo "Il birraio di Preston", capolavoro assoluto della scrittura di Camilleri, in scena al Piccolo Teatro Strehler dal 20 ottobre al 15 novembre.Prima di accettare l'ipotesi di una riduzione per il teatro - spiega Camilleri - ho resistito un bel po'. Non capivo come fosse possibile (e ragionavo, è ovvio, da autore) trovare un contenitore spaziale, una griglia che supportasse, senza tradirlo, il racconto. Il colloquio avuto con Giuseppe Dipasquale ci ha fatto trovare la soluzione: una struttura drammaturgica che salvaguardasse la scomposizione temporale del romanzo, ma condotta in modo da loca lizzare scenicamente il tutto in un luogo chefosse ad un tempo un teatro (quello, per esem pio, dove poteva essere avvenuto l'incendio) e il luogo dell'azione del racconto”. Osserva il regista Giuseppe Dipasquale: “Il racconto parte da un fatto che vuole essere di per sé stupefacente, misterioso e incantatore. Proprio come il' C’era una volta dei bambini'. E di un bambino si tratta: l’occhio innocente di un bimbo, per purezza nei confronti del mondo, è il motore dell’azione. Ad esso è destinata, in apertura del romanzo, la scoperta dell’unica grande tragedia che incombe su Vigàta; le altre saranno come delle ipotragedie in questa contenute e da questa conseguenti. Ossia lo spaventoso incendio che nell’originale struttura narrativa costituisce l’inizio e al tempo stesso la conclusione del racconto”.

Tra brucianti storie d’amore, morti ammazzati per volontà e per accidente, lazzi di un loggione indisciplinato, si dipana una storia dalla perfetta architettura narrativa che partendo da una tragedia ci porta al sorriso e che Giuseppe Dipasquale - con la stessa raffinata ironia- mette in scena, a dieci anni dal primo allestimento e con un cast rinnovato.

Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi 2 - M2 Lanza – dal 20 ottobre al 15 novembre 2009

foto Filippo Sinopoli


Il rogo della verità

"Siamo entrati nella fabbrica per i sopralluoghi e più che la parte bruciata mi ha colpito il resto, lo squallore, la tristezza, la morte che il luogo in sé, la fabbrica appunto, emanava. Il mio viaggio dentro la fabbrica è cominciato da lì. Sentivo il bisogno di partire da quel dolore cercando di entrare nella sua profondità, evitando il pietismo che è solo prodotto dall’ipocrisia." Pippo Delbono

Approda a Milano dopo il grande successo riscosso ad Avignone "La menzogna", ultima creazione di Pippo Delbono, che sarà in scena al Piccolo Teatro Studio fino al 31 ottobre. Lo spettacolo prende le mosse dal tragico episodio dell’incendio alla Thyssen Krupp costato la vita a sette operai, ma non si ferma alla fabbrica col suo bagaglio di dolore o lo stillicidio continuo delle morti bianche: lo spettacolo svela -alla maniera visionaria e poetica dell’artista ligure - la menzogna come un male diffuso in maniera capillare al quale è difficile, se non impossibile, sottrarsi. Ed è di nuovo la presa di coscienza del dolore il nucleo centrale di questo, come già di altri lavori di Delbono. La menzogna si apre nel silenzio. Quel silenzio, quella memoria, sono il suo punto di partenza.

Vengono però poi evocate altre memorie, altri corpi bruciati, reclusi, abbandonati, mentre emerge il desiderio dell’autore di andare a fondo, guardarsi in faccia, andare oltre le menzogne politiche, ma anche teatrali. La menzogna muove da un bisogno di verità, di spogliarsi delle menzogne di cui è intessuta la vita di ciascuno, di smascherare il finto gioco della rappresentazione, per essere spettacolo politico attraverso la poesia e mettere in guardia contro il razzismo e il fascismo strisciante, contro la violenza e la stupidità. Riflessioni e materiali letterari costruiscono man mano il discorso dell’autore intorno al suo tema, insieme ad immagini surreali, oniriche, brani da Shakespeare non interpretati ma che emergono come urli dell’anima, un tessuto sonoro emotivo che va dall’opera al tango, da Stravinskij a Wagner, fino alla voce di Juliette Greco.

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 - M2 Lanza – fino al 31 ottobre 2009


La parola alle donne

Con ottobre lo Spazio dell'Unione femminile torna ad aprirsi alla città. Riprende la rassegna di letture teatrali Theatralìè le muse del teatro, quest'anno alla quinta edizione con il titolo "Giri di vite: la parola alle donne". Il primo appuntamento della rassegna è per mercoledì 28 con "La donna che entrò da sola in un bar. Ovvero: La grande enciclopedia della donna". Si ascolta musica mercoledì 21, con il concerto a cura dell'Associazione Kairòs, "Le giardiniere, 1815-1848", dedicato alla musica al femminile nella Milano di primo Ottocento.

Nel pieno del dibattito della libertà di informazione, alcune giornaliste milanesi lanciano un appello alle concittadine. Intitolato "Le donne della realtà", si rivolge a quelle che "si dedicano al lavoro e alla famiglia, che contribuiscono allo sviluppo scientifico, sociale e morale del Paese", e che "sono scomparse dai media. I riflettori sono accesi su modelli femminili distorti. Escort, veline, donne di carta che paiono avere un solo obiettivo: visibilità e carriera, soldi e favori elargiti da uomini potenti e danarosi". Lo scopo è quello di dare voce all'indignazione femminile di fronte al dilagare di un'informazione insensibile ai problemi della vita reale, a vantaggio di analisi che rendono sempre più virtuale il contatto tra media e Paese reale. A proposito di informazione. La biblioteca dell'Unione femminile ha appena acquisito alcune annate di due importanti riviste straniere. "Fem. Publicacion feminista mensual" è la prima rivista femminista latinoamericana. "off our backs" è un periodico fatto da e per le donne, sul mondo dell'attivismo al femminile in USA. Pubblicato dal 1970, costituisce il più antico giornale femminista vivente negli Stati Uniti. Altre novità in biblioteca: "L'ora delle ragazze Alfa", l'ultimo libro della giornalista e scrittrice Valeria Palumbo. "Se l'amore ferisce", storie al femminile per curare le ferite del cuore. L'autrice e l'autore sono psicoterapeuti. Non usciamo dal seminato se parliamo di blog, veicoli di controinformazione. Nel variegato mondo delle bloggers non mancano le giovani donne che rifiutano il modello "velina" per ricercare una propria via alla femminilità. Oggi segnaliamo Sherazade ed Eka, che dicono la loro su un manifesto pubblicitario che abbiamo visto di recente nelle strade e nelle metropolitane.

A settembre giornali e notiziari hanno dato ampio spazio alla vicenda della giovane Sanaa, uccisa dal padre che non ne condivideva le scelte di vita. Se ne è molto parlato per il fatto che Sanaa era di origine marocchina. Segnaliamo alcune voci nel dibattito femminista, che offrono una lettura più articolata rispetto allo scenario dello scontro di civiltà. Così Lea Melandri sul sito della Libera università delle donne, con "Il caso Sanaa: quando l’integrazione si sposa con la xenofobia". Stefania Cantatore, sul sito del Paese delle donne, prende spunto dal fatto che "Cristina accoltellata a Rho il 30 luglio è morta proprio come Sanaa. Anche se gli uomini che le hanno uccise si credono differenti". Ileana Montini, sullo stesso sito, invita a non semplificare il nesso fra patriarcato e religione. Per le Donne in nero di Bologna, "non si tratta di una questione religiosa ma di tradizioni e di culture che giustificano la punizione delle donne in quanto il loro corpo è il depositario dell’identità, dell’onore della famiglia e della comunità".

Le autrici del blog Mille e Una Donna, dedicato alla condizione delle donne arabe e/o musulmane in Italia e nel mondo, scrivono delle "altre Sanaa salvate dal padre padrone", mentre le Dumbles affermano "Siamo tutte Sanaa" lanciando un provocatorio "Evviva il patriarcato degli altri!"

Unione Femminile Nazionale - c.so di Porta Nuova, 32 - 20121 Milano




Sulle orme di Sant’Ambrogio

Trascorsa l’estate ad adattare per la scena il soggetto a cui ha dedicato il suo ultimo libro, Dario Fo è giunto alla naturale conclusione di dividere la scena con la compagna di una vita, Franca Rame, che insieme a lui nell’ultimo mezzo secolo ha vissuto la città da protagonista non solo della sua vita culturale ma anche di battaglie civili e impegno politico: in prima nazionale assoluta fino all'11 ottobre debuttano al Piccolo Teatro Strehler con "Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano".
Dario Fo e Franca Rame si presentano dunque al pubblico con uno spettacolo su Ambrogio, patrono di Milano a cui diede massimo lustro e davanti al quale s’inchinarono imperatori, papi, vescovi e che oggi si trova ad essere paradossalmente quasi uno sconosciuto nella sua città.
Nel lavoro drammaturgico, quelli che erano due grandi monologhi (Ambrosius e All’improvvisa) sono confluiti in un unico testo a due voci, "Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano": così si dipana sulla scena il viaggio avventuroso alla scoperta della vita di quest'uomo dal coraggio incredibile e contemporaneamente delle radici di Milano.

La biografia di questa coppia straordinaria si sovrappone sulla scena alla storia della città dal dopoguerra ad oggi, nel segno del coraggio e dell’indipendenza intellettuale di cui Ambrogio è stato esempio tanti secoli prima. Il racconto, accompagnato da grandi proiezioni di disegni e pitture per la regia multimediale di Felice Cappa, mostrerà - attraverso le vicende dei protagonisti - una Milano poco nota, con piazze e architetture degne di una città che è stata capitale dell’impero romano:" Al tempo di Ambrogio, Milano era una città d'acqua, con sette fiumi e tre canali. Ci si arrivava in barca dall'Adriatico. William Shakespeare credeva addirittura ci fosse un porto, come testimonia la sua Tempesta. Certo, oggi, nessuno lo direbbe".

Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi 2 (M2 Lanza) – dal 6 all’11 ottobre 2009
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org

Amleto claustrofobico


…io sono morto e tu continui a vivere…
Racconta di me a chi vorrà saperne di più. Addio, addio! Ti prego, Orazio, ricordati di me. Continua a ricordare. Ricorda.....”
Sono queste le ultime parole che Amleto morente rivolge a Orazio, l'amico carissimo, l'unico sopravvissuto della storia: questi ne accoglie la preghiera e ne diventa il testimone. Col procedere del tempo, però, il ricordo si sbiadisce e si deteriora e nella mente di Orazio la vicenda si confonde e si scompone.

Dunque questo piccolo grande teatro di Milano - Teatro Libero - che nella passata stagione ha battuto il record di presenze in sala, si presenta al suo pubblico con lo spettacolo 'AMLETO', che con Otello, Romeo e Giulietta, Macbeth, Riccardo III inaugura il ciclo di produzioni shakespeariane della Compagnia Teatri Possibili, dal 23 settembre al 19 ottobre 2009.
Luoghi della mente, luoghi dell'anima quelli dove si svolgono le azioni ,in una logica di labilità del confine tra sogno e realtà.
Con un cast completamente rinnovato, la Compagnia intende coinvolgere ed affascinare gli spettatori con una delle più originali rappresentazioni di Amleto che siano mai state messe in scena: in una stanza vuota Corrado d'Elia racconta - o forse è più esatto dire ricorda - la vicenda di Amleto, così come la memoria di Orazio la rimanda; una sequenza più o meno logica di quadri in cui i volti e le immagini emergono dal buio con la rapidità di un battito di ciglia.
La scena è una stanza della memoria, claustrofobica e senza via d'uscita; le azioni si susseguono al ritmo ossessivo del ricordo, si confondono e si mischiano come avviene nella mente di Orazio, che ci restituisce una storia spezzata, frammentaria,ma colma di umanità. Un allestimento di forte impatto emotivo, caratterizzato da un linguaggio visivo marcato, dall'essenzialità di scene e costumi, da un ritmo sostenuto e dall'uso incalzante delle luci e della musica; un percorso verso la frammentarietà, che qui raggiunge il suo apice, con un taglio fortemente cinematografico.
Un Corrado d'Elia - Amleto - da non mancare, con tutta la forza, l'impatto emotivo e l'energia che caratterizzano le sue interpretazioni.

Compagnia Teatri Possibili
AMLETO
di W. Shakespeare
Dal 23 settembre al 19 ottobre 2009 - Teatro Libero - via Savona,10 - Milano
info 02-8323126

Vaticano: gli abusi sessuali dei sacerdoti

**VERONA, Italy (AP) - "Accadeva notte dopo notte", ha detto l'uomo non-udente, "a volte nella camera da letto del prete, a volte nella stanza da bagno, perfino nel confessionale." Quando era un giovane ragazzo all'istituto Cattolico per sordomuti, ha detto Alessandro Vantini, i sacerdoti lo sodomizzavano così implacabilmente che lui era arrivato a sentirsi "come morto". Questi anno, lui e dozzine di altri ex studenti hanno fatto qualcosa di altamente insolito per l'Italia: hanno dichiarato pubblicamente di essere stati costretti ad atti di sesso con i sacerdoti.Per decenni, una cultura del silenzio ha circondato gli abusi dei preti in Italia, dove gli studi mostrano che la Chiesa è considerata una delle istituzioni più rispettate nel Paese. (...) Un'indagine di Associated Press durata un anno ha documentato 73 casi di accuse di abusi sessuali da parte di preti siu minori nel decennio passato in Italia, con più di 235 vittime. L'indagine è stata compilata a partire dai report dei media locali, linkati da siti web di gruppi di vittime e vari blog. Quasi tutti i casi sono usciti nei 7 anni successivi all'esplosione negli USA dello scandalo dei preti cattolici pedofili.I numeri in Italia sono ancora appena un rivolo, se comparati alle centinaia di casi che sono esaminati nelle corti di giustizia in USA e Irlanda. E secondo l'indagine di AP, la chiesa italiana ha dovuto pagare appena qualche centinaio di migliaia di dollari in risarcimenti alle vittime, contro i 2,6 milioni di dollari della diocesi americana o i 1,1 milioni di euro corrisposto alle vittime in Irlanda.(...)I casi italiani seguono molto le modalità degli scandali statunitensi ed irlandesi: i prelati italiani si accanivano su poveri, su disabili fisici o psichici, o su giovani tossicodipendenti affidati alle loro cure. (...)In questo paese prevalentemente Cattolico, le chiese godono di una posizione talmente elevata, che i pronunciamenti del papa sono frequentemente presentati in cima alle notizie della sera, senza alcun commento critico. Anche coloro che hanno visioni anticlericali riconoscono l'importante ruolo che la chiesa gioca nell'educazione, servizi sociali e aiuto ai poveri.Come risultato, pochi osano criticarla, inclusi i grandi giornali indipendenti ed i media di stato. Inoltre, vi è un certo puritanesimo nelle piccole città italiane, dove non si parla di sesso, e meno che mai di sesso tra un prete ed un bambino. (...) Rompendo la cospirazione del silenzio, 67 ex studenti dell'istituto per sordi Antonio Provolo di Verona hanno denunciato abusi sessuali, pedofilia e punizioni corporali che si svolgevano nella scuola dagli anni '50 agli '80 da parte dei preti e dei frati della Compagnia di Maria. Nonostante non tutti siano stati essi stessi vittime, 14 dei 67 hanno rilasciato dichiarazioni giurate e testimonianze videoregistrate in cui raccontano dettagliatamente gli abusi di cui dicono di aver subito, alcuni per anni, nei due campus della città di Giulietta e Romeo. Essi hanno fatto i nomi di 24 preti, religiosi laici e frati.
Vantini ha raccontato di essere stato in silenzio per anni: "Come avrei potuto dire al mio papà che un prete aveva fatto sesso con me?" Vantini, 59 anni, ha parlato con AP un pomeriggio, raccontando per mezzo di un interprete del linguaggio dei segni gli abusi. "Non si poteva raccontare nulla ai genitorim perché i preti ti avrebbero picchiato."
**By THE ASSOCIATED PRESS
*VERONA, Italy (AP) -- It happened night after night, the deaf man said, sometimes in the priest's bedroom, sometimes in the bathroom, even in the confessional.
When he was a young boy at a Catholic-run institute for the deaf, Alessandro Vantini said, priests sodomized him so relentlessly he came to feel ''as if I were dead.'' This year, he and dozens of other former students did something highly unusual for Italy: They went public with claims they were forced to perform sex acts with priests.
For decades, a culture of silence has surrounded priest abuse in Italy, where surveys show the church is considered one of the country's most respected institutions. Now, in the Vatican's backyard, a movement to air and root out abusive priests is slowly and fitfully taking hold.
A yearlong Associated Press tally has documented 73 cases with allegations of sexual abuse by priests against minors over the past decade in Italy, with more than 235 victims. The tally was compiled from local media reports, linked to by Web sites of victims groups and blogs. Almost all the cases have come out in the seven years since the scandal about Roman Catholic priest abuse broke in the United States.
The numbers in Italy are still a mere trickle compared to the hundreds of cases in the court systems of the United States and Ireland. And according to the AP tally, the Italian church has so far had to pay only a few hundred thousand euros (dollars) in civil damages to the victims, compared to $2.6 billion in abuse-related costs for the American diocese or euro1.1 billion ($1.5 billion) due to victims in Ireland.
However, the numbers still stand out in a country where reports of clerical sex abuse were virtually unknown a decade ago. They point to an increasing willingness among the Italian public and -- slowly -- within the Vatican itself to look squarely at a tragedy where the reported cases may only just be the tip of the iceberg. The Italian church will not release the numbers of cases reported or of court settlements.
The implications of priest abuse loom large in Italy: with its 50,850 priests in a nation of 60 million, Italy counts more priests than all of South America or Africa. In the United States -- where the Vatican counts 44,700 priests in a nation of 300 million -- more than 4,000 Catholic clergy have been accused of molesting minors since 1950.
The Italian cases follow much the same pattern as the U.S. and Irish scandals: Italian prelates often preyed on poor, physically or mentally disabled, or drug-addicted youths entrusted to their care. The deaf students' speech impairments, for example, made the priests' admonition ''never to tell'' all the more easy to enforce.
In this predominantly Roman Catholic country, the church enjoys such an exalted status that the pope's pronouncements frequently top the evening news, without any critical commentary. Even those with anti-clerical views acknowledge the important role the church plays in education, social services and caring for the poor.
As a result, few dare to criticize it, including the mainstream independent and state-run media. In addition, there's a certain prudishness in small-town Italy, where one just doesn't speak about sex, much less sex between a priest and a child.
''It's a taboo on top of a taboo,'' said Jacqueline Monica Magi, who prosecuted several pedophilia cases in Italy before becoming a judge. ''This is the provincialism of Italy.''
Breaking the conspiracy of silence, 67 former students from Verona's Antonio Provolo institute for the deaf signed a statement alleging that sexual abuse, pedophilia and corporal punishment occurred at the school from the 1950s to the 1980s at the hands of priests and brothers of the Congregation for the Company of Mary.
While not all acknowledged being victims themselves, 14 of the 67 wrote sworn statements and videotaped testimony, detailing the abuse they say they suffered, some for years, at the school's two campuses in Verona, the city of Romeo and Juliet. They named 24 priests, lay religious men and religious brothers.
Vantini said he, too, was silent for years.
''How could I tell my papa that a priest had sex with me?'' Vantini, 59, told the AP one afternoon, recounting through a sign-language interpreter the abuse he said he endured. ''You couldn't tell your parents because the priests would beat you.''
*articolo pubblicato il 14 settembre dal “ the New York Times"

Kyogen


Il 18 settembre un grande maestro giapponese - Mansaku Nomura - aprirà il Festival Internazionale del Teatro d’Europa - Piccolo Teatro Studio di Milano - con la sua compagnia di kyogen tradizionale.
Il kyogen - nato tra il XIV e il XV secolo - arte millenaria che nel 2001 l’Unesco ha nominato assieme al più celebre noh capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’umanità, approda ora al Piccolo di Milano dopo la visita di Ferruccio Soleri nello scorso mese di luglio al Setagaya Public Theatre di Tokyo con il nostro ormai storico patrimonio dell’umanità, ‘Arlecchino’.
Mansaku, Mansai e Mannosuke Nomura, esponenti di una delle due famiglie che - in Giappone - si tramandano da secoli questa forma teatrale antichissima (Mansai Nomura ha debuttato in teatro a soli tre anni e giovanissimo ha lavorato nel celebre film Ran di Akira Kurosawa) presentano al Piccolo Teatro tre pièce tratte dallo sterminato repertorio (oltre 250 opere): Bo-Shibari (Legato ad un palo), Kawakami (La sorgente del fiume Kawakami), Kagyu (La lumaca).
Il kyogen, che affonda le sue radici nei miti e nelle leggende e assume ancora oggi i caratteri di una cerimonia laica nella ritualità dei movimenti del corpo,della testa o delle mani, come nell’espressività degli occhi e che inizialmente era legato al ‘ noh’ di cui costituiva una sorta di intervallo farsesco, era considerato una parte indispensabile della rappresentazione, perché alleggeriva la tensione drammatica sottolineando gli aspetti ridicoli del reale.
Assunto il carattere di forma teatrale autonoma, il kyogen si sviluppa in brevi pièce comiche che hanno come temi la vita, le abitudini e i costumi della gente comune; recitato prevalentemente senza maschera, utilizza un linguaggio quotidiano, evita qualsiasi riferimento al soprannaturale - se non per parodia - e non prevede i personaggi nobili.

Traditional Kyogen
Piccolo Teatro Studio - via Rivoli 6 - dal 18 al 20 settembre 2009
Biglietteria telefonica 848800304 -
www.piccoloteatro.org

Che Dio ci liberi dai dossier



** Vittorio Feltri lo aveva detto dalle pagine della Stampa, rispondendo a una domanda sull'intenzione del presidente della Camera, Gianfranco Fini, di chiedere conto al direttore del Giornale di quanto scritto in un editoriale evocando dossier sexy riguardanti esponenti di An: «Le querele si fanno, non si annunciano». Detto, fatto. Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia della Camera, in veste di legale di Fini la querela a Feltri l'ha presentata davvero.
L'ANNUNCIO - «Dando seguito al mandato ricevuto dal presidente della Camera, Gianfranco Fini - ha fatto sapere l'avvocato Bongiorno - è stata presentata querela contro il direttore del giornale Vittorio Feltri in relazione all'articolo "Il presidente Fini e la strategia del suicidio lento. Ultima chiamata per Fini: O Cambia rotta o lascia il Pdl"». La nota ripresa dalle agenzie di stampa parla solo della querela a Feltri e non già anche al Giornale e al suo editore, ovvero Paolo Berlusconi.
VIttorio Feltri, direttore del Giornale (Emblema)
«AVVERTIMENTO MAFIOSO» - La vicenda tiene banco da ormai due giorni. Quanti si erano schierati in difesa del presidente del Consiglio, tra i tanti il ministro Ignazio La Russa, avevano detto esplicitamente di ravvisare una sorta di avvertimento a Fini nelle parole del direttore del Giornale. In particolare, non era piaciuta a molti una frase dell'editoriale: «È sufficiente, per dire, ripescare un fascicolo del 2000 su faccende a luci rosse riguardanti personaggi di Alleanza Nazionale per montare uno scandalo. Meglio non svegliare il can che dorme». Feltri, sempre nell'intervista alla Stampa, aveva detto a sua volta di considerare l'annuncio di querela da parte della Bongiorno come un «messaggio mafioso» perché, appunto, «le querele si fanno, non si annunciano».
«MA CHI E' IL MANDANTE?» - Sul tema interviene anche il leader dell'Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: «Ci sono gli estremi tecnici per un tentativo di ricatto in atto, ma ci interessa capire chi è il mandante». «Feltri è l'utilizzatore finale - aggiunge l'ex pm -, ma per chi lavora quando manda messaggi pericolosi alla terza carica dello Stato? Io ho certezze processuali sul fatto che in passato il presidente del Consiglio è stato mandante. Se vuole denunciare anche me, ho "paccate" di documenti processuali che dimostrano il comportamento da mandante di Berlusconi, che ha dato ordini e disposizioni per liquidare attraverso dossier e veline i suoi rivali».
«CONDANNO L'ATTACCO DI FELTRI» - Dalle fila del centrodestra è invece il vice presidente della Camera, Maurizio Lupi, del Pdl, a chiedere uno stop al «gettarsi fango addosso». Nel commentare il contenuto dell'intervista di Giulio Tremonti al Corriere della Sera, in cui il ministro invitava a prendere in considerazione anche i rilievi sulla politica del Pdl mossi negli ultimi tempi dall'ex numero uno di An, Lupi ha esortato a evitare «l'imbarbarimento del clima» e ad un «confronto serio nel rispetto delle posizioni di ciascuno». E quanto a Feltri, Lupi ricorda come già avesse condannato l'attacco al direttore di Avvenire, Dino Boffo, e quella che definisce «la posizione giornalistica strumentale di Repubblica, sempre alla ricerca di un nemico da abbattere». «Ugualmente - afferma ora Lupi- non posso che condannare l'attacco che il direttore del 'Giornalè ha rivolto al presidente della Camera, Gianfranco Fini».
** 15 settembre - Corriere della sera.it

Che Dio ci liberi dai dossier. Si, perché pensiamo che la solitaria determinazione del nostro Presidente della Camera Gianfranco Fini sia aria fresca in un paese in cui a mancare è l’azione e il pensiero autenticamente liberali. Ed è - come saggiamente richiamato da Massimo Teodori in una lettera pubblicata sul Corriere del Sera ‘ paradossale che sia stato un esponente della tradizione neofascista a porre quelle rilevanti questioni di libertà, democrazia e stato di diritto che ovunque sono caratteristiche delle correnti liberali, conservatrici o riformatrici che siano.’ Così , in questo triste paese che sembra aver perso il senso dell’etica del fare e della Virtù, rapito dal vortice mediatico su escort, veline, celodurismo leghista, chi fa che cosa e con chi, assistiamo oggi ad un processo alle intenzioni nei confronti di chi osa porre la giusta e doverosa attenzione alla difesa dei diritti individuali di fronte alla sempre maggiore ingerenza del Vaticano, di chi osa porre dei limiti al dilagare del modello berlusconiano in assenza dei contrappesi del costituzionalismo liberale, di chi osa affrontare con chiarezza problematiche che attengono al prestigio dell’Italia nel mondo in difesa dello Stato e della relativa laicità. E che lo abbia fatto Fini, questo si dovrebbe costituire una minaccia: alla sopravvivenza del cosi detto Partito Democratico che di autenticamente liberale non ha nulla e di tutte quelle anime che pur liberali, ancora oggi non hanno avuto il coraggio di perseguire i propri obiettivi e uscire dal coro, senza ambiguità.

Un giorno con Giovanni


Così a volte succede che nel buio
si insanguini un volto, una mano
ci implori – così c’è
chi ignora e chi invece ha nel cuore
la comunione dei vivi e dei morti.”
Giovanni Roboni

Non è stato solo il grande poeta che tutti conosciamo, ammirato e tradotto nel mondo: Giovanni Raboni è stato un infaticabile lavoratore nel mondo dell'editoria, dove è stato dirigente, consulente, curatore di collane, autorevolissimo critico letterario, teatrale, per un paio d'anni anche cinematografico nonché giornalista attento ai problemi della vita sociale, culturale (la sua presenza nelle giurie dei più importanti premi letterari gli è costata la fatica di molte lotte, quasi tutte vittoriose), politica.

Il 16 settembre, giorno del quinto anniversario della morte, Milano ricorda questo suo cittadino e intellettuale "a tutto tondo".
Un giorno con Giovanni', proposto da Patrizia Valduga e condiviso con il Piccolo Teatro in collaborazione con la Fondazione Corriere della Sera, prevede un calendario di manifestazioni in vari luoghi della città.
Ricco e articolato il programma: alle 16,30 - alla Casa del Manzoni - verrà inaugurata la mostra “Il Catalogo è questo”, a cura di Giulia Raboni, che rimarrà aperta fino a martedì 27 ottobre. Articolata in 16 bacheche secondo un percorso bio-bibliografico, sempre però con attenzione alle esperienze che hanno avuto maggior peso nella attività poetica di Roboni: accanto ai documenti d’epoca (fotografie, lettere), vengono riportati testi autobiografici o poesie successivi che ne commentano l’influenza sulla sua vita e sulla sua formazione culturale (così i libri letti durante lo sfollamento a Sant’Ambrogio di Varese, il rapporto con Milano e l’ambiente culturale degli anni ‘60 e ovviamente la precoce perdita dei genitori). Preponderante l’attenzione alla attività poetica e pubblicistica, a partire dalle raccolte dei primi anni Sessanta, nelle bacheche successive, dove accanto ai libri sono esposte fotografie, lettere di amici e manoscritti.
Alle 18, nella Sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera, verrà presentato il volume “Giovanni Raboni – Il libro del giorno 1998-2003”, edito dalla Fondazione Corriere della Sera. All’incontro - coordinato da Paolo Di Stefano - interverranno Maurizio Cucchi, Massimo Onofri, Lanfranco Vaccai, mentre Giancarlo Dettori e Leonardo de Colle eseguiranno alcune letture di testi di Raboni.
Alle 20,30 l’appuntamento è al Piccolo Teatro Studio di via Rivoli per la serata “Nell’ora della cenere”, voce sola e quintetto d’archi, a cura di Giuseppina Carutti, con Franca Nuti e il Quartetto Indaco.
Dopo la giornata del 16 settembre sono in programma due altri appuntamenti. Il 27 ottobre alle 21 si terrà una visita notturna alla mostra della Casa del Manzoni, con letture di Anna Nogara, mentre il 28 ottobre, con inizio alle 9, all’Università di Milano, Sala Napoleonica (via Sant’Antonio 12), è in calendario una giornata di studi “La Storia di Raboni”.
Gli incontri sono a ingresso libero con prenotazione.

Mercoledì 16 settembre 2009
ore 20.30, Piccolo Teatro Studio (Via Rivoli, 6)
Nell’ora della cenere
voce sola e quintetto d’archi
a cura di Giuseppina Carutti
con Franca Nuti e Quartetto Indaco (Eleonora Matsuno - primo violino; Jamiang Santi - secondo violino;
Andrei Harabagiu - viola; Naomi Berrill - primo violoncello; Giacomo Grava - secondo violoncello)
Schubert - Quintetto per archi in do maggiore D 956 – Adagio
Martedì 27 ottobre
ore 21, Casa del Manzoni (Via Morone, 1)
Visita notturna alla mostra “Il Catalogo è questo
letture di Anna Nogara
Mercoledì 28 ottobre
dalle ore 9, Università degli Studi di Milano, Sala Napoleonica (via Sant’Antonio, 12)
Una giornata di studio
“La Storia di Roboni”
accolti da Elio Franzini e Giovanna Rosa
partecipano
Pier Vincenzo Mengaldo, Fernando Bandini, Maria Antonietta Grignani,
Gabriele Frasca, Rodolfo Zucco, Silvana Tamiozzo Goldmann, Stefano Giovanardi,
Fabio Magro, Marco Ceriani, Luca Daino, Gianni Turchetta, Dino Messina,
Enzo Golino, Gianni Mura, Moni Ovadia

Il razzismo al contrario adesso rischia di contagiare l’Italia

* La notizia migliore, nella vicenda del «bianco» costretto a scappare dal Sudafrica per le vessazioni da parte dei «neri», è che non abbia chiesto asilo a noi, ma al Canada. Finalmente qualcuno si è accorto che esistono territori immensi quasi disabitati, come appunto il Canada, secondo Paese al mondo, dopo la Russia, per estensione e con una densità demografica di 3 abitanti per chilometro (noi circa 200). Ho il dubbio, però, che questa scelta non sia dettata dalla scarsa popolazione, quanto dal fondato timore di ritrovarsi ben presto in Europa a rischio di maltrattamenti o almeno di sottomissione ai voleri dei tanti immigrati, di colore e non. Questa è, infatti, la verità: si tengono tanti discorsi per attutire, nascondere, motivare nei modi più diversi le difficoltà di convivenza fra gli immigrati e i vari popoli d'Europa, ma, di fatto, viviamo malissimo; e uno dei fattori principali di questa sofferenza è il timore, ormai inculcato in noi dai nostri governanti fin dalla nascita, che il malessere sia dettato dal razzismo.
Bene, tranquillizziamoci: il razzismo non c'entra per nulla. Stiamo male perché siamo costretti a vivere nello stesso territorio con popoli diversi da noi, e diversi prima di tutto fisicamente. Le diversità fisiche colpiscono subito e creano immediatamente un senso d'estraneità. È la Natura che fa sì che i parenti si somiglino fisicamente fra loro, i genitori con i figli, con i fratelli, e poi, gradualmente sempre meno: i nipoti, i cugini, fino alle somiglianze di gruppo…L'uguaglianza, cui ci si riferisce oggi in continuazione, è un valore meta-fisico, di cui sono in possesso tutti gli esseri umani in quanto esseri umani, prescindendo da qualsiasi altro connotato, fisico, psichico, sessuale, etnico… ma si tratta di un valore filosofico, difficilissimo da comprendere e da realizzare, e che non ha nulla a che fare con uguaglianze concrete, di cui, per fortuna, non esistono esempi in natura. Non c'è foglia uguale ad altra foglia, come dice un vecchio e saggio adagio popolare. L'estraneità fisica è la caratteristica maggiore che impedisce agli uomini di potersi «identificare» l'uno nell'altro, sentirsi psicologicamente «simili». Maschio e femmina lo sanno benissimo: è impossibile per una donna identificarsi in un maschio, e viceversa.
Ma è ugualmente quasi impossibile per un «bianco» identificarsi in un «nero»: comprendere i sentimenti, le percezioni, i gusti, intuire il tipo di intelligenza, le reazioni, gli interessi. Se si aggiunge a questo dato di partenza, la differenza di lingua, di religione, di storia culturale, ci si rende conto che vivere sullo stesso territorio non significa vivere «insieme». Non si amano le stesse cose; non si desiderano le stesse cose; soprattutto non si lavora per lo stesso futuro, non si hanno le stesse mete.Prendiamo come esempio gli immigrati musulmani da noi. Vivono in un Paese la cui storia è segnata costantemente dalla ricerca del «bello» in tutte le sue forme, disseminato di architetture, sculture, pitture, che ne testimoniano la storia, dai resti dell'antica Roma alle innumerevoli cattedrali, abbazie, castelli, palazzi… Ebbene, ai musulmani, come a tutti i popoli che obbediscono all'Antico Testamento, è vietata ogni forma di «rappresentazione», il che significa che tutte le opere d'arte di cui l'Italia è piena, essi non le possono né capire, né apprezzare, e che, non appena sarà in loro potere farlo, le distruggeranno. Nessuno pensi che non sarà così: non ha, forse, la Chiesa dei primi secoli, distrutto, cancellato, tutti i monumenti di Roma, perfino gli acquedotti, le fognature, i fori, gli anfiteatri?
Perché mai gli immigrati non dovrebbero avere come meta di poter governare, avere la maggioranza, poterci dominare? Sono uomini e come tali non possono desiderare altro che lasciare la propria impronta nella storia, far vincere la propria lingua, la propria religione, il proprio gruppo… Insomma, se non si cambia del tutto la rotta seguita fino ad oggi, noi non abbiamo futuro. È vero che il loro progetto è quello del Governo Mondiale, con l'unificazione di tutti i popoli, di tutte le religioni, ma sarà bene richiamarli alla realtà: hanno costretto al silenzio, all'umiliazione, addirittura al rimbambimento gli europei ponendogli sempre di fronte le stimmate della seconda guerra mondiale, ma esistono, oltre agli immigrati in Europa, miliardi di uomini, in Cina, in India, in America Latina, che non si piegano davanti alla onnipotente presunzione della guida americana e che manderanno all'aria ogni idea di uguaglianza unificatrice e di governo mondiale.Non sarebbe, dunque, urgente che anche noi, gli Italiani, gli Europei, riprendessimo in mano la nostra vita, il nostro futuro? Cosa hanno fatto di male i giovani italiani, i giovani tedeschi, nati tanto tempo dopo il fascismo, dopo il nazismo, perché debbano ancora tenere bassa la testa, umiliarsi, chiedere perdono? Questo è il razzismo, questa è l'eredità genetica, questa è la peggiore delle ingiustizie.
L'Unione Europea è in crisi perché era fin dal principio un'idea irrealizzabile. Ancor più irrealizzabile è l'idea dell'Unione Mondiale.
Cominciamo a lavorare per sopravvivere come italiani.

* Ida Magli – 3 settembre 2009 – il Giornale.it

Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia

* Roma, 7 agosto 1603: quella mattina, alle porte della Cancelleria Apostolica, il cursore Laerzio Cecchetti affiggeva un editto del Maestro del Sacro Palazzo, Giovanni Maria Guanzelli da Brisighella, che notificava la proibizione di una sessantina di libri. Per alcuni di questi, si stabiliva una necessaria emendatio ed expurgatio, come previsto dalla Instructio dell’edizione dello Index libro rum prohibitorum promulgata da Clemente VIII nel 1596, ma per una decina di autori la condanna era senza appello: opera omnia omnino prohibentur. Accanto ai nomi degli eretici e degli eresiarchi che dall’edizione dell’Index nel 1559 (il primo Indice romano ad avere effettiva diffusione: dunque, giusto quattrocentocinquanta anni orsono) avevano determinato, con la lacerazione dell’unità religiosa in Europa, la più grave crisi nella storia della Chiesa, figuravano i due più grandi filosofi italiani tra Cinquecento e Seicento: Giordano Bruno (1548-1600) e Tommaso Campanella (1568-1639), i più emblematici per il comune destino di ribellione, fuga, persecuzione e censura. Il percorso della Mostra “Giordano Bruno e Tommaso Campanella: Opera omnia” prende spunto dalla perentoria condanna dei due filosofi nell’Editto del Maestro del Sacro Palazzo, “Iordani Bruni Nolani libri & scripta omnino prohibentur”; “Thomae Campanellae opera omnia omnino tolluntur”. Nell’Editto si intimava pertanto: “di provedere con diligenza e sollecitudine, che in quest’Alma Città di Roma non si stampi, vendi, ò in qualsivoglia modo tratti, e maneggi libro alcuno prohibito, ò sospeso”.
L’importanza e il fascino della Mostra - i cui volumi esposti fanno parte oggi del Fondo antico della Biblioteca di via Senato - consiste nel riunire un numero notevole delle rarissime prime edizioni delle opere di Giordano Bruno con l’opera in prima edizione pressoché completa di Tommaso Campanella, affiancata in molti casi dalle non meno rare seconde e terze edizioni o contraffazioni nonché dalle provenienze illustri, talune di amici dei due filosofi, che fanno rivivere l’atmosfera dell’epoca: il prezioso volume in cui sono uniti De la causa, principio, et uno (1584) e De l’infinito universo et mondi (1584) di Bruno porta la nota manoscritta “ex dono Joannis Florio” (Giovanni Florio 1553-1625), amico caro di Bruno e fine letterato dell’Inghilterra elisabettiana. Il De monade numero et figura (1591) di Bruno rivela la provenienza del filosofo tedesco Luderus Kulenkamp (1724-1794) che possedeva anche manoscritti del filosofo nolano. L’esemplare di Prodromus philosophiae instaurandae (1617) di Campanella mostra una dedica autografa del curatore dell’edizione Tobias Adami (1581-1643): “Adami à Rosenano Floren”.
Per la prima volta in assoluto sarà in visione fuori Roma la sentenza di condanna di Giordano Bruno dell’8 febbraio 1600, un documento unico e di valore inestimabile, oggi custodito nell’Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede (Città del Vaticano). Divisa in due parti ordinate cronologicamente e dedicate rispettivamente al Nolano e allo Stilese, la Mostra presenta soprattutto le splendide e molto rare prime edizioni ma anche stampe di vedute e il ritratto a olio di Campanella eseguito a Parigi nel 1639, che dà il nome alla Sala Campanella della Biblioteca di via Senato. Il destino comune di persecuzione ed esilio dei due filosofi ha avuto come conseguenza che i luoghi della loro vita e peregrinatio europea così come quelli di stampa dei loro scritti sono i più diversi. L’idea guida della Mostra consiste nel presentare “vedute” di libri e di luoghi di entrambi gli autori: Giordano Bruno che viaggia per tutta l’Europa da Nola a Napoli, Roma, Ginevra, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga, Helmstedt, Francoforte, Zurigo, Padova, Venezia fino al ritorno, non più come uomo libero, a Roma; Tommaso Campanella che pur rimanendo in Italia fino al 1634, quando è costretto a fuggire in Francia dove potrà finalmente curare personalmente la pubblicazione delle proprie opere, ha tra il 1617 e il 1630 un notevole numero di scritti editi a Francoforte sul Meno, grazie all’interessamento e alle cure dell’amico tedesco Tobias Adami. Affidati a Eugenio Canone per la parte filosofica e Annette Popel Pozzo per la parte catalografica, i pezzi esposti si pongono l’obiettivo di fornire non solo un’esposizione ragionata del rilievo che hanno avuto i singoli testi (che di per sé sarebbe già un grande risultato), ma anche informazioni sull’epoca.
Il tempo passato sui libri secondo Bruno procura amabilità e stimola tolleranza, indica la via per una compiuta riforma dell’animo: controllo degli umori, beatitudine interiore e – insieme – rispetto per il passato, attenzione per il presente e apertura verso il futuro; quindi, cura per le espressioni di una tradizione che unisce ed eleva gli animi: più sollecitudine che ozio. Nello Spaccio de la bestia trionfante il personaggio principale, di nome Sofia, fa un’appassionata difesa dei libri e di una biblioteca pubblica libera e senza censure: “non è lezzione, non è libro – arriva ad affermare Sofia – che non sia essaminato da dèi, e che se non è a fatto senza sale non sia maneggiato da dèi; e che se non è tutto balordesco non sia approvato, e messo con le catene nella biblioteca commune: perché pigliano piacere nella moltiforme representazione di tutte cose, e frutti moltiformi de tutti ingegni” (ed. “Biblioteca dell’Utopia”, vol. 10, Milano 2000, p. 139).
I libri, con i loro innumerevoli mondi speculativi, morali, estetici sono gli amici preziosi nelle dinamiche di comprensione e invenzione per le quali l’uomo, facendo interagire l’intelletto e la mano, riesce con l’arte a spingersi oltre la natura. Tanto amò i libri Campanella che a proposito delle regole da seguire per filosofare in modo adeguato, raccomanda “di non aderire a nessuna scuola di filosofi o legislatori al punto da ritenerla immune da errori” e però anche di leggere “i libri di tutti gli uomini, e non respingere a prima vista tutto ciò che non si accorda con il tuo intelletto”. D’altra parte, Campanella non si stanca di sottolineare che “Dio solo è verace” e colui che vuole indagare la verità deve cessare di “voltar libri” nelle biblioteche e rivolgersi invece alla lettura del codice di Dio, il libro della natura, ossia “il libro dove il Senno Eterno scrisse i propri concetti”. Risultato della passione caratterizzante la Biblioteca di via Senato per i Maestri dell’Utopia, la Mostra interviene con originalità nell’anniversario della prima edizione dell’Index romano dei libri proibiti, presentando i duplici opera omnia di Bruno e Campanella, condannati dall’editto dell’agosto del 1603.
La Mostra, allestita nella splendida cornice della Fondazione di via Senato, non ambisce a essere una compiuta presentazione dell’intero materiale bibliografico bruniano e campanelliano: si presenta piuttosto come un invito ad apprezzare il valore, l’unicità, l’aura che si sprigiona dai libri dei due autori e che ha un riflesso nell’attenzione amorevole delle descrizioni relative agli esemplari esposti.
dal 24 agosto al 2 ottobre 2009
Fondazione Biblioteca di via Senato - Sala Tommaso Campanella - via Senato 12, Milano- Ingresso libero
da lunedì a venerdì : 9.30-13.00 / 14.30-18.00
Tel. 02 76215329-315-318 Fax 02 782387
* dalla brochure della mostra

Tagli alla cultura:lettera aperta di Sergio Escobar

Gentile Presidente Berlusconi,
Lei ha puntato sulla cultura per accogliere il G8 all’Aquila: concerto, libri, opere d’arte, made in Italy. Con sconcertante simultaneità il Suo Governo, a Roma, falcidiava nuovamente gli investimenti per la cultura. Non è da Lei usare il passato ignorando il futuro.
Voglio attenermi a fatti precisi.
E’ vero che il mondo della cultura ha meno capacità di lobby rispetto ad altre componenti sociali: fermare un treno ha un effetto diverso che chiudere un teatro per protesta. Sarebbe davvero grave se questo fosse l’unico criterio con cui i governi fanno scelte per lo sviluppo del Paese.
E’ un fatto che il Fus, Fondo unico per lo spettacolo, essenziale e comunque complementare agli investimenti privati e degli enti locali, sia in valore reale un terzo rispetto al 1986. I Suoi colleghi Sarkozy e Merkel investono tre-quattro volte tanto in cultura.
Le diranno che questo è un mondo di inefficienze e sprechi. Non è vero, e il Ministero ha tutti gli strumenti per valutare. Se ci sono, si caccino gli incapaci. Cacciare chi non sa fare non avrebbe neppure il “costo politico” dello spoil system. Giusto e basta. Sbagliato e miope penalizzare le realtà produttive falcidiando gli investimenti.
Le diranno di investire in cultura per l’indotto: turismo, ristorazione eccetera. Sacrosanto ma marginale. Investire in cultura significa farlo in qualità urbana, competitività complessiva del Paese. Lo ha scritto Giulio Tremonti in “La paura e la speranza” (libro che ha emozionato anche a sinistra). Noi vogliamo cambiare il titolo in “Opportunità e volontà”, per il futuro del Paese. La cultura, scriveva Pierre Boulez, rende inevitabile l’altamente improbabile. E’ la vera sfida per non temere il futuro.
E’ grave e paradossale che proprio dal decreto anti-crisi si vogliano escludere interventi per la cultura. Il settore è in crisi, il settore è uno degli strumenti per uscire da crisi globali e strutturali. Il settore forma e dà lavoro (duecentomila persone) a moltissimi giovani ad alta specializzazione.
Per questo Le chiediamo molto di più del ripristino del Fus: investire con convinzione, coerenza, e regole certe sul futuro del Paese per non condannarlo nella competizione internazionale.
Noi ci stiamo alla efficienza e alle regole certe.
Gira una battuta a Montecitorio, attribuita a un influente ministro: “Meglio un piatto di polenta che la cultura”. Ne ho sentite di peggio. Una cosa è certa e non è una battuta: su questa strada al prossimo G8 l’accoglienza sarà con pacchi di polenta liofilizzata, importata. Anche la nostra polenta nasce dalla cultura.
Grazie per l’attenzione, cordialmente.
Milano, 16 luglio 2009
Sergio Escobar
Direttore del Piccolo Teatro di Milano
e Presidente di Platea, Associazione dei Teatri Stabili italiani
foto Margherita Busacca

La donna di un tempo

Dopo la prima italiana di “La notte araba” e il successo di “Vero West”, Corrado d'Elia porta in Italia -ancora diretto da Sergio Maifredi -una seconda opera mai rappresentata nel nostro Paese, di Roland Schimmelpfennig: "La donna di un tempo".
Roland Schimmelpfennig, giovane talento della scena teatrale tedesca ( premio Schiller nel 1998), ha collaborato come drammaturgo con alcuni tra i principali teatri tedeschi, ed è tra i drammaturghi più rapprensentati in Europa.
"La donna di un tempo", è un rapido rivivere un amore con il "rewind": dopo 24 anni nella vita di una giovane coppia ritorna il grande amore di lui. Si presenta alla porta la sua "donna di un tempo", fiamma di un'estate d'amore adolescenziale che prepotentemente chiede di riprendersi il suo uomo, la sua vita.
L'opera gioca sulla capacità di manovrare la struttura drammaturgica, lavorando su forti rimandi interni e una tecnica raffinata che chiama in causa lo spettatore per la ricostruzione del quadro d'insieme.
La sua grande capacità di scivolare nel tempo e nello spazio, rende questo copione una novità assoluta per l'Italia.
Lo spettacolo si inserisce nel progetto che prevede una serie di incontri cui parteciperanno intellettuali, scienziati e uomini di cultura e che si terrà a Genova presso il Palazzo Ducale dal 28 maggio al 30 agosto in contemporanea alla mostra “Tutto il teatro in un manifesto. Polonia 1989-2009”.
A vent’anni dalla caduta del Muro di Berlino, Genova propone dunque un momento di riflessione attorno a quella data storica e ad un evento che ha segnato la nostra contemporaneità.
Attraverso 200 manifesti d’artista, filmati, scenografie e manichini prestati dal Nowy Teatr di Poznan - di cui Maifredi è regista residente - viene presentato uno spaccato dei cambiamenti avvenuti nella società e nella cultura polacca dopo la caduta del Muro di Berlino: ottanta foto con testi della stessa Bulaj e di Rumiz, una gigantografia della mappa con cui i due viaggiatori sono andati alla scoperta di luoghi lontani e ai più sconosciuti - sulla quale mettere i nostri passi -sono il prologo ideale della rassegna e certamente consentono una maggior comprensione di quelle culture e di quei popoli, la cui immagine è troppo spesso legata a stereotipi.
A noi ora 'l'incanto e il disincanto' per questo ultimo spettacolo che chiude la stagione 'Oltre il muro' di Teatro Libero.

Teatro Libero - via Savona, 10 - Milano - dal 6 al 18 luglio - "LA DONNA DI UN TEMPO"
Compagnia Teatri Possibili e Teatri Possibili Liguria con il contributo di Fondazione Cariplo in collaborazione con Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea

De profundis


“...noi chiamiamo la nostra un’epoca utilitaria e non conosciamo l’uso delle cose più semplici. Abbiamo dimenticato che l’Acqua può lavare e il Fuoco purificare e che la terra é madre di noi tutti. Ne consegue che la nostra Arte é come la Luna e scherza con le ombre (..) Io sono sicuro che vi sia una catarsi nelle forze elementari e voglio tornare a quelle e vivere in loro presenza. Certo per un uomo moderno e enfant de mon siècle come sono, anche solo contemplare il mondo sarà un immenso piacere. Tremo di gioia quando penso che il giorno che uscirò di prigione, l’ornello ed il lillà saranno in fiore nei giardini e che vedrò il vento agitare con fremente bellezza l’oro mobile dell’uno e dell’altra; così come avrò per me tutti i profumi dell’Arabia. Linneo in ginocchio pianse di gioia quando vide per la prima volta la vasta brughiera di non so quale parte della collina inglese ingiallita dai fiori fulvi e aromatici della comune ginestra; e quanto a me, so che mi aspettano lagrime nei petali di qualche rosa. Così è stato sempre per me, fin da quando ero ragazzo. Non vi è colore racchiuso nel calice di un fiore, non vi è curva di conchiglia, alla quale per qualche oscura affinità con l’anima stessa delle cose, la mia natura non corrisponda. Come Gautier, sono sempre stato di quelli pour qui le monde visibile esiste. Tuttavia sento ora che dietro questa Bellezza si nasconde uno Spirito di cui le forme e i contorni non sono che modi di una manifestazione; e proprio con questo Spirito intendo entrare in contatto.
Mi sono stancato delle espressioni articolate dell’uomo e delle cose (..) nella società, così come noi l’abbiamo costituita, non v’è posto per me, né vi potrà mai essere; ma la Natura, le cui dolci piogge bagnano indistintamente il giusto come il peccatore, avrà anfratti nelle rocce entro cui potrò nascondermi e valli segrete nel cui silenzio potrò piangere indisturbato. Appenderà stelle alla volte del cielo perché io possa camminare nelle tenebre senza inciampare; e farà soffiare il vento perché cancelli le mie impronte e io non venga inseguito e braccato a morte. (..)
Spero che il nostro incontro sarà ciò che un incontro fra me e te – dopo quanto è successo - dovrebbe essere. C’è sempre stato un enorme abisso tra noi due, l’abisso tra l’Arte realizzata e la cultura acquisita; c’è oggi un abisso ancora più profondo, l’abisso del Dolore: ma niente è impossibile all’Umiltà e all’Amore tutto è facile.
Per quel che riguarda la tua risposta a questa mia, puoi farla come credi, lunga o breve (..) Io ti ho scritto in piena libertà; anche tu devi fare altrettanto.(..) Ho aspettato per mesi che tu ti facessi vivo. Anche se non ti avessi aspettato ma ti avessi chiuso tutte le porte in faccia, avresti dovuto ricordare che nessuno può continuare a chiudere le porte in faccia all’Amore.(..) Non vi é prigione al mondo in cui l’Amore non possa aprirsi un varco. Se non comprendi questo, non capisci niente dell’Amore.(..) Scrivimi di te in tutta franchezza (..) tutto quello che hai da dirmi, dillo senza timore..se vi sarà qualcosa di falso o artefatto, me ne accorgerò..nel culto per la letteratura che ho avuto tutta la vita, mi sono fatto avaro di suono e di sillabe come Mida delle sue monete.
Ricorda che mi resta ancora da conoscerti. Forse a entrambi, ci resta da conoscerci a vicenda.
Quanto a te, non ho che quest’ultima cosa da dirti. Non aver paura del passato. Se qualcuno ti dirà che è irrevocabile, non credergli. Passato, presente e futuro non sono che un attimo della visione di Dio, al cui cospetto dovremmo cercare di vivere. Tempo e spazio, successione ed estensione, sono soltanto condizioni accidentali del Pensiero: l’Immaginazione può trascenderle e portarle in una libera sfera di esistenze ideali. Anche le cose sono, nella loro essenza, ciò che vogliamo esse siano: una cosa é in quanto noi la guardiamo(..) Ciò che ho davanti a me adesso, è il mio passato.. devo indurmi a guardarlo con altri occhi.. posso farlo solo accettandolo, come una parte inevitabile dell’evoluzione della mia vita e del mio carattere di fronte a tutto ciò che ho sofferto.. e per incompleto e imperfetto che io sia, tu, da me, hai ancora molto da imparare.
Venisti a me per imparare il Piacere della Vita e il Piacere dell’Arte. Forse sono stato scelto per insegnarti qualcosa di più grande: il significato del Dolore e la sua bellezza.
Il tuo affezionato amico.”

Oscar Wilde
gennaio - marzo 1897

Ciò che era un minuto fa non è più: tanto è per le esplosioni e le implosioni che soffocano in tragedia il mondo, siano esse pubbliche o private.
Così, nell’andirivieni caotico di notizie, nell’affannosa ricerca di un senso che rimandi all’Etica e alla Virtù, in questo nostro mondo piegato dalle catastrofi e dal fuoco e le cui anime si perdono nel frastuono del chiacchiericcio volgare, l’unica casa che riconosciamo è la Musica, quella che certi burocrati vorrebbero relegare in angusti spazi e nell’oblio della memoria privata di fondi e sostegno, come la magia e la forza del Sogno che certi personaggi – a noi cari – gettano come incantesimo sulla posteriorità.
Per dirla con Jacques Barzun “ ..non è per le loro imprese che Eloisa e Maria Stuarda, Byron e Lincoln hanno richiesto tanti volumi per il racconto più volte ripetuto delle loro vite. Il loro incanto è implicito, magnetico; ma ciò non significa che le loro persone siano state più grandi o più nobili delle loro azioni. Significa soltanto che esse, per una catena di circostanze, incarnano per noi un modo di vivere del quale non ci possiamo disinteressare e che non possiamo emulare, biasimare o accettare come scontato. Noi ci rivolgiamo verso di loro come verso la vita stessa, magnetizzati, perché sappiamo che non v’è spiegazione finale del genio, della passione, dell’errore o della tragedia in esse incarnate.”
Questi Ditirambi muovono oggi verso una figura che - vittima e fors’anche carnefice- fu interprete di vita e arte: e li dedichiamo a chi - preda dei luoghi comuni - ride ancora della sua omosessualità, come del suo girasole all’occhiello.
Per dirla con un suo aforisma ‘ nella sublimità dell’anima non c’è contagio alcuno.’
Già.