Adriano Prosperi: Inquisizione organismo vivente

"Quello di cui stiamo parlando è una istituzione del passato o è un organismo vivo e in piena attività?" . Si conclude con questa domanda l'interessante articolo di Adriano Prosperi, il maggiore studioso italiano dell'Inquisizione, pubblicato in apertura al nuovo numero della rivista "Belafgor", diretta da Carlo Ferdinando Russo.
La domanda posta da Prosperi, docente alla Normale di Pisa, arriva dopo una ricostruzione critica di una storia dell'Inquisizione in Italia, non trascurando il confronto con i Paesi europei cattolici, e un'osservazione sulla durata di questa istituzione della chiesa romana. L'Inquisizione spagnola, osserva Prosperi, nasce nel 1478 e muore nel 1834, quela portoghese nasce nel 1536 e muore nel 1821.
Per quanto riguarda l'Inquisizione italiana la vicenda è più sfumata: l'anno di nascita è il 1542, stabilito da una bolla di Papa Paolo III, l'anno di morte è il 1965 (7 dicembre), quando la IX sessione del Concilio Vaticano II approva la "declaratio de libertate religiosa". In conseguenza di questo atto Paolo VI trasformò la Congregazione del Sant'Uffizio (in base alla riforma avvenuta sotto Pio X nel 1908) in Congregazione per la dottrina della fede.
"L'opera della Congregazione a partire dal 1965 - scrive Prosperi - è stata non solo intensa ma si è collocata con decisione su di una linea che il suo attuale prefetto card. William Joseph Levada ha definito di 'rinnovamento nella continuità'. E' facile rendersene conto a chi sfoglia i 105 documenti raccolti nel volume edito dalla Congregazione stessa nel 2006. Le materie trattate in un'opera normativa che s'è fatta progressivamente più intensa appartengono in pieno alla tradizione storica dell'opera del Sant'Uffizio: basti pensare alla questione della 'sollicitatio ad turpia', da quasi cinque secoli presenza fissa nella giurisprudenza e nell'attività processuale del Sacro Tribunale. E ci sono naturalmente la scomunica per apostasia ed eresia, una speciale attenzione ai rapporti con i fedeli di altre confessioni, una sorveglianza sulle tendenze politiche e le ideologie come la 'teologia della liberazione'".
Tra i libri italiani condannati dall'Inquisizione cattolica nel Novecento quelli di Alberto Pincherle (Moravia), Raffaele Pettazzoni, Adolfo Omodeo, ma soprattutto Benedetto Croce (per 'La storia d'Europa nel Secolo decimonono') e Giovanni Gentile.
Padre Agostino Gemelli osservò che era la prima volta che la Santa Sede condannava un intero sistema filosofico.
dal Blog di Dino Messina - La nostra Storia - Corriere.it

Latella e Albertazzi, viaggiatori d’infinito

Antonio Latella torna al Piccolo Teatro di Milano dal 27 gennaio all’8 febbraio, dando vita insieme a Giorgio Albertazzi alla trasposizione scenica dell’opera che Herman Melville pubblicò nel 1851: “Moby Dick”.

Dall’incontro avvenuto nel 2004 - quando ‘Bestia da stile’ era in scena al Teatro India - in cui intuirono un percorso comune e nacque l’idea di lavorare insieme, Giorgio Albertazzi e Antonio Latella in “Moby Dick” hanno trovato ‘il viaggio comune’, un viaggio senza ritorno al quale è destinato solo chi è pronto a sopportare lo sradicamento e la sfida, a pagare il prezzo che si deve per solcare – liberi - gli oceani perigliosi della conoscenza.
Chi sceglie il mare, sceglie le leggi della natura e non dei cittadini – dichiara Latella - Chi sceglie il mare, sceglie di non camminare. È lui che ci conduce, che ci culla, che ci sbatte, che c’innalza verso il cielo, ci sprofonda verso gli abissi. E’ l’acqua a decidere di noi’.
Acqua che diventa metafora di trasformazione, del potere sgretolante di ogni certezza che si incarna nella solidità della terra ferma. ‘Chi sfida la Balena Bianca - aggiunge il regista - sfida la malattia del vivere. […] Solo davanti alla chiara consapevolezza che il male non è una proiezione, ma è dentro di noi, come l’odio, si può tentare la via del ritorno verso la purezza. Non verso casa”.

Copione teatrale opera di Federico Bellini, ancora una volta al fianco del regista, la caccia alla balena bianca che l’occhio di Ismaele e la sua narrazione intessuta di riflessioni, trasforma da epica in allegoria ed epopea umana, viene portata in scena dalla affiatata e collaudata compagnia di attori diretta da Latella ( del quale ancora batte come un’incudine sul nostro cuore lo straordinario e intenso ‘Edoardo II’ di Marlowe andato in scena nel 2006 sempre al Piccolo Teatro), qui equipaggio della baleniera comandata dal capitano Achab, al quale Giorgio Albertazzi con la sua interpretazione conferisce una potenza tragica e una pietrosa intensità.

Passata per l’Odéon di Parigi di seguito a una lunga tournée, la baleniera Pequod approda ora sulle tavole del Piccolo Teatro per chiudere il suo viaggio: non ci è dato sapere ora se Strehler gradirà o meno la presenza scenica di Albertazzi data la storica rivalità; confidiamo le Ombre delle idee possano accompagnare questi viaggiatori d’infinito, in una sfida da non mancare.
di Eloisa Dacquino


Piccolo Teatro Strehler - largo Greppi (M2 Lanza) – dal 27 gennaio all’8 febbraio 2009

Giovannino Guareschi al Bertoldo

Dal Blog La nostra storia di Dino Messina - Corriere della Sera



Nell'anno del fascismo trionfante, il 1936, anno della dichiarazione dell'impero e della guerra di Spagna, Angelo Rizzoli affidò a Cesare Zavattini il compito di dirigere una rivista umoristica, . Agli inizi con frequenza bisettimanale il nuovo giornale doveva far concorrenza al marc'aurelio, ma rivolgendosi a un pubblico più colto. Zavattini perciò reclutò alcuni dei migliori giornalisti umoristi, da Giovanni Mosca (che ben presto gli soffiò il posto di direttore) a Marcello Marchesi al campione di grafica Saul Steinberg (ricordate la mappa di New York che guarda Milano?), a Carletto Manzoni e, last but not least come dicono gli inglesi, a Giovannino Guareschi (1908-1968), che sarebbe diventato presto caporedattore.
Nell'anno del centenario della nascita e del quarantennale della morte, accanto alle iniziative milanesi, c'è da registrare una mostra che si aprirà sabato 29 a Brescia all'Auditorium del museo di Santa Giulia in via dei Musei 81/b, sino al 28 febbraio, intitolata . Un titolo significativo perché fa vedere come durante la dittatura fascista se non era consentita l'opposizione era certamente tollerata una certa fronda. E i disegni bonariamente irridenti di Guareschi contro il militarismo , le sue frecciate contro le bellezze italiche (donnone brutte e temibili), o le sue battute nelle rubriche come "Il cestino", "Post scriptum", "Le osservazioni di uno qualunque" ci descrivono non soltanto lo spirito di un'epoca ma un'importante tappa dell'autore italiano più venduto nel mondo (venti milioni di copie ha totalizzato il suo ).


L'autore della saga dedicata a Peppone e don Camillo passa per essere stato un fascistone.

Di destra lo era senz'altro e pure anticomunista. Ma era soprattutto un anarchico, che si divertiva a irridere il potere. Riuscì ad andare in galera con il fascismo perché ubriaco si era messo a urlare contro Mussolini, a essere internato in Germania perché durante la Repubblica sociale si rifiutò di disconoscere l'autorità del re, fece qualche mese di prigione per aver pubblicato sul delle false lettere di Alcide De Gasperi, piuttosto gravi, se fossero state vere, per il ledaer democristiano, perché in esse si invitava gli Alleati a bombardare la periferia di Roma.

Nonostante tutto, Guareschi a noi rimane simpatico perché lo riteniamo un galantuomo e soprattutto uno dei grandi caratteri (e autore di caratteri) italiani.

Le Annales: ottant'anni di storia.


Dal blog La nostra storia di Dino Messina - Corriere Della Sera


Ormai è un motivo che ritorna: le Annales furono vera storia? Così titolava ieri la Stampa un bell'articolo di Miguel Gotor, accompagnato da un controcanto di Giuseppe Galasso che come già aveva fatto in un'intervista a noi si lamenta per le degenerazioni della nouvelle histoire soprattutto in tempi recenti, cioè dopo il 1968. Un'accusa da un punto di vista marxistico l'aveva lanciata un esponente italiano della storiografia delle Annales, Ruggiero Romano, in un saggio uscito nel 1995 da Donzelli intitolato "Braudel e noi, riflessioni sulla cultura storica del nostro tempo". Ma al di là degli aspetti controversiali che servono a rinnovare l'interesse per la materia, non v'è dubbio che le Annales furono vera storia. Forse, furono l'ultima grande rivoluzione nel campo storiografico.
Come annunciava
Marc Bloch ( qui sopra, a destra) nel primo numero, uscito il 15 gennaio 1929, la rivista non era indirizzata ai soli specialisti, anche se gli abbonati inizialmente non superarono i 400. Soprattutto erano l'interdiplinarietà e l'ampliamento delle aree di studio gli elementi che saltavano agli occhi del lettore: si passava da un articolo sul prezzo del papiro nell'antico Egitto a un saggio sull'istruzione dei mercanti nel Medioevo a interventi sull'economica tedesca nel primo dopoguerra e sulla demografia dell'Unione sovietica. Era chiaro: non c'erano ambiti "umili" che non meritassero l'attenzione dello studioso di storia: si trattasse di sistema di comunicazioni (le poste), di alimentazione, di archeologia botanica, di mentalità, ogni singolo ambito della storia umana meritava di essere preso in considerazione. E poi l'arco temporale si estendeva sino all'oggi. I due direttori, Marc Bloch e Lucien Febvre, avevano concezioni di vita opposte (il primo volle combattere con la resistenza francese nonostante avesse più di 50 anni e fu ucciso dai nazisti nel 1944, il secondo attese defilato che la tempesta passasse) ma erano entrambi studiosi affermati e all'avanguardia.
Il terzo nome che bisogna ricordare, accanto a Bloch, che quando fondò la rivista aveva già scritto "I re taumaturghi", e a Febvre, autore tra l'altro di uno studio ormai classico su Martin Lutero, di un saggio sul problema dell'incredulità nel XVI secolo: La religione di Rabelais, è quello di Fernand Braudel. Fu Braudel a portare a compimento la rivoluzione delle Annales, sottolineando il concetto di lunga durata, e lasciandoci contributi eccezionali come lo studio sul Mediterraneo all'epoca di Filippo II. A noi piace aggiungere anche i nomi di Philippe Ariès, Georges Duby, Jacques Le Goff e anche quello di François Furet, che si occupò di storia politica (rivoluzione francese e comunismo) in maniera del tutto nuova.

La domanda "fu vera storia?" è un'esagerazione giornalistica.

Averne ancora di stagioni così.

Della perduta ragione, il Sogno

Dopo lo straordinario successo ottenuto tra ottobre e novembre, torna al Piccolo Teatro Strehler di Milano Luca Ronconi e il suo “ Sogno di una notte di mezza estate”, in scena dal 9 al 23 gennaio 2009.

Il nuovo anno apre dunque con questo atteso ritorno per una delle commedie forse più famose di William Shakespeare e in cui Ronconi dà corpo non tanto al sentimento d’amore, quanto alle ‘ragioni’ dell’amore, di quell’amore.
E’ sostanzialmente una commedia di scambi – spiega Luca Ronconi - tra sogno e veglia, tra persone e nell’intimo delle persone stesse. Un testo”, continua il regista, “che si presta a più livelli di lettura, ricco com’è di simboli, allegorie, risvolti psicanalitici. Ma è anche la storia di una iniziazione all’amore - quattro giovani sono alle prese con i misteri del sentimento e della passione - particolarmente adatta a essere interpretata da un gruppo di giovani che scoprono i trucchi del teatro come i loro personaggi restano vittime di quelli dell’amore”.

Ecco allora muovere nella scenografie realizzate da Margherita Palli, le trame amorose di Titania e Oberon, gli intrighi di Elena, Lisandro, Ermia e Demetrio, nei luoghi del Sogno – Atene e Foresta - lettere dell’alfabeto di svariati colori e misure che si compongono e si scompongono diventando di volta in volta alberi, sedie, palcoscenico per i comici, luci della metropoli, affollando o svuotando la scena, mentre la luce diffusa e chiara di Atene si arrende alle ombre e all’incertezza della Natura.

Cast di giovani attori, costumi firmati da Antonio Marras, per un 'Sogno' alla sua terza e ultima tranche di recite da non mancare: nessun sospiro, nessun languor. di Eloisa Dacquino

Piccolo Teatro Strehler - l.go greppi, Milano - dal 9 al 23 gennaio 2009

Anfitrione e il suo doppio

Commedia dalla comicità plautina che ha il suo culmine nella varietà di toni dei numerosi faccia-faccia tra gli Dei e gli uomini, per la regia di Antonio Zavatteri è in scena al Teatro Libero di Milano dal 7 al 18 gennaio “ Anfitrione”, di Molière.

Un ‘affaire’ si potrebbe dire di corna divine, di ‘Dei’ in combutta contro gli uomini che per soddisfare le proprie pulsioni non esitano ad esercitare violenza, a mentire sulla propria identità e soprattutto ad espropriare l’identità dei propri avversari, privati della propria grazie all’esercizio di prevaricazione ed arroganza dei potenti.
Tema quanto mai ineluttabile ed eterno, ‘Anfitrione’ muove tra il reale e il suo doppio, in un grande ‘gioco’ che è anche opera di indagine sulla vita e sul comportamento dell’uomo.
La storia è presto detta: invaghitosi della bella Alcmena - casta moglie del re di Tebe Anfitrione - Giove scende dall'Olimpo e le si presenta con indosso l'armatura del marito di ritorno dalla guerra; mentre il fedele Mercurio - assunte le sembianze di Sosia del quale corteggia la moglie Cleante - fa la guardia alla porta del palazzo in cui si consuma la divina notte d'amore, faranno ritorno a casa anche il vero Anfitrione e il vero Sosia.

E dunque chi il ‘vero’ Anfitrione, chi il ‘vero’ Sosia?
Tra finzione e realtà, un Molière dalla travolgente comicità
di Eloisa Dacquino

De’ segni de’ tempi

Ci scuserà forse Giordano Bruno se mutuando il titolo del suo libro ( andato perduto), come segno del tempo - di questa nostra nuova alba o tramonto - non ci uniamo al coro dei tuttologi- opinionisti- girotondini- economisti su ciò che sarà l’immediato futuro ( qui ed ora): preferiamo osare e sfidarlo questo Tempo – lasciando dietro lo stupore degli attoniti- e richiamare dall’oblio chi il Tempo l’ha segnato e cambiato.
Per sempre.

Così, nella consapevolezza che a ‘mancare’ sia l’uomo, quello educato al bello, quello eticamente consapevole che il fare sia per il benessere e la crescita comune e che tutti insieme –uomini e donne- sia unicamente per progredire, richiamiamo dall’oblio chi dal mondo e dall’universo è stato dimenticato, più spesso estromesso: quell’ universo è donna.

Fuori - nel mondo in cui viviamo - oltre le nostre coscienze un olocausto di proporzioni gigantesche grida disperato sul corpo di milioni di donne e bambine; è una guerra dichiarata, visibile, che muove sul piano fisico, sessuale, psicologico ed economico dal nord al sud del mondo, nelle nostre case, ad un passo da noi.
Da Nanchino all’India degli Avatar , dalla Cina dei 'saggi' all'Africa nera, dai paesi arabi all'Occidente ricco ed evoluto, nel Darfur, in Congo, in Sudan, nella ex Jugoslavia , oltre 130 milioni sono mutilate nel corpo e nell'anima.
Oltre il velo, un silenzio complice copre il volto delle donne, di tutte le donne, sulle quali quotidianamente si compie il rito : questione di sfumature, certo, difficili da comprendere..

Così, tra guerre dichiarate e terre di conquista, veli a coprire il volto delle donne storia e verità, tra veline gossip e oroscopi per l’anno che verrà, muoviamo fieri e alteri verso donne che nel campo della ricerca, della solidarietà, dell’arte, hanno determinato il ‘progresso della civiltà’ spingendola verso quello che fu definito ‘ il mondo nuovo’.

Donne esempio di emancipazione, genio e perseveranza come Maria Bakunin, Madame Curie, Maria Gaetana Agnesi, Mileva Einstein, Rosalind Franklin e Virginia Galilei , che nel campo della ricerca e scoperte scientifiche hanno dovuto lottare contro i pregiudizi e il maschilismo imperante, rischiando di vedersi strappare scoperte fondamentali, spesso attribuite ai soli colleghi uomini.
Donne come Eleonora Duse, Emma Grammatica, Sibilla Aleramo, Ada Negri, Anna Kuliscioff , Giacinta Pezzana, Alessandrina Ravizza, Ersilia Majno , Maria Montessori, Linda Malnati, Ada Negri.
Donne impegnate in un progetto di libertà e rinnovamento sociale, «donne nuove» che agli inizi del Novecento emerse prepotentemente conquistando spazi di autonomia e libertà attraverso i quali ancora oggi è possibile il confronto.
Una memoria di ‘èlite’ di donne – dunque - del tutto smarrita o forse volutamente dimenticata.
Che qui richiamiamo dall’oblio, sfidando il lettore attento e curioso.

Questi ditirambi chiudono l’ode sulla figura di una donna (di ieri- oggi- domani), che tutte le comprende e riscatta : il premio nobel Rita Levi Montalcini, prossima a spegnere le cento candeline e alla quale con punta d’orgoglio esprimiamo tutta la nostra riconoscenza e stima per ciò che con lo studio, la ricerca, l’aiuto concreto e solidale, ha saputo donare alla scienza e al mondo anche attraverso la sua Fondazione: esempio di sacrificio, abnegazione e volontà è per noi richiamo alla Virtù, in un mondo che reclama comportamenti virtuosi tanto nel campo dell’economia, quanto nel sapere e nella solidarietà e che alle donne impone il prezzo maggiore.

In equilibrio tra storia e memoria, per non dormire.
di Eloisa Dacquino

Il linguaggio notturno

Per i tipi della Melangolo editore ancora un ‘celum stellatum’ viene a noi: Altiero Spinelli – uno dei padri fondatori dell’Unione Europea – e la ‘grande mutazione’ nella lettura delle sue memorie - “Il linguaggio notturno” - curata da Luciano Angelino.

Condannato dal Tribunale Speciale a sedici anni di reclusione e confino a Ventotene, con Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Ursula Hirshmann, fisserà le basi del Movimento Federalista Europeo con il “Manifesto di Ventotene” ( da non confondere certo con il nostrano federalismo).
Questi cartigli, o meglio questa lettura, ci offre una chiave di comprensione che solo pensieri in libertà, carteggi e appunti possono trasmettere: tra finzione e realtà c’è sempre una terza via o per meglio dire un terzo modo di leggere tra le righe o pieghe dell’anima.
E allora la potenza di questo ‘linguaggio notturno', rimanda alla potenza del verbo già richiamato da d’Annunzio ne ‘Il compagno degli occhi senza cigli’: ‘‘.. sembra che la più potente arma evocatrice debba essere, coma la magia, notturna o antelucana. Ho notato che la bella pagina è quasi sempre scritta nell’ora dei sogni, nell’ora del gallo e della brina. Il corpo è desto, gli occhi sono aperti: ma l’anima è ‘prossima al risveglio’ come quella del dormiente e ha una misteriosa facoltà di penetrare ogni oggetto e di trasmutarsi in esso.
Che cosa è la fantasia se non un sognar di poter sognare?”.

Ecco allora Spinelli, lo Spinelli esoterico, mutuare il satori – o illuminazione:" C’è un linguaggio notturno. Non è un ragionamento che si spiega alla luce del sole e si articola chiaro e comprensibile a tutti, o perlomeno a chiunque voglia far lo sforzo di capire. E’ un linguaggio che respinge gli altri poiché è un puro monologo. ..per parlare con sicurezza la lingua diurna bisogna conoscere quella notturna.. ma pensar la notte, cioè nell’ora del contatto panico, del distacco dalla propria particolare personalità e dalla propria sorte – pensare la notte con il linguaggio del giorno, significa sbagliare ogni meditazione, sforzarsi di conservarsi quando invece bisogna perdersi.
Vuol dire rinunziare a preparare il succoso alimento, piena di misteriosa forza nutritiva, al realistico linguaggio del giorno.”

Ecco allora che ogni e qualsiasi riferimento e riflessione sull’aforisma della politica, sul de profundis, sull’ habeas animam e il suo monologo sulla libertà, diventano esercizio sterile di presentazione di un universo che a noi si è gia rivelato.
di Eloisa Dacquino

Giustizia e Bellezza

Di un tempo in cui uomini e dei si parlavano, amavano, si scontravano e fors’ anche uccidevano, non v’è più traccia: nessun simbolo richiama più alla virtù e il cielo reclama ancora lo spaccio della bestia trionfante.
Così, nella piazza che un tempo radicava bellezza condivisa, tribuni dai modesti profili muovono l’orda selvaggia: privati degli dei e diseducati al bello, lasciamo che altri conducano il nostro destino verso l’impoverimento culturale, il sonno della ragione.

La bellezza – temiamo- se n’è andata a vantaggio dell’efficienza, delle graduatorie, del benessere materiale, del cosmopolitismo, dell’integrazione, in un paese ormai incapace di valorizzare e conservare le proprie istituzioni, i propri tesori artistici e architettonici, la propria identità.
Viviamo di un abbrutimento fatto di immagini che scorrono veloci e portano morte, sopraffazione, violenza; di un abbrutimento che intossica l’anima per il degrado delle periferie, per la mancanza di cura dell’arredo urbano.
In una forma che non è più sostanza e rimanda i nostalgici a un paradiso perduto, c’è bisogno che questa varia umanità distratta da falsi miti e reality show prenda coscienza che oggi - nel mondo in cui viviamo - la barbarie è tra noi e spinge verso un nuovo oscurantismo.

Così , tra delirio e profezia, scorrendo i titoli delle novità nella libreria non molto distante dal Palazzo, ci imbattiamo in un ‘celum stellatum’ per i tipi della Bollati Boringhieri: Giustizia e Bellezza, di Luigi Zoja.
Pensiamo: che sia quella giustizia e bellezza che invochiamo con tutto il nostro essere?
Così leggiamo: “ per la mentalità moderna, la distanza tra etica ed estetica è chiara. L’etica ha scopi universali. Possiamo sottrarci all’estetica ma non all’etica.I Greci, ai quali dobbiamo i due concetti, si sarebbero opposti a questa separazione. Non avevano codici che definissero bellezza o rettitudine. Ma esisteva un consenso generale su entrambi e anche sul fatto che erano intimamente legato. Erano due diverse facce della stessa qualità: la virtù, l’eccellenza.” .
E ancora: “ oggi, nel ricco e mai sazio Occidente, la massa ha accesso a una sovrabbondanza di beni di consumo quotidiano.. ma non ha quasi più accesso alla bellezza. Se hanno un senso le nostre considerazioni sul bisogno umano di sinergia tra etica ed estetica,diventa necessario domandarsi: la moderna inaccessibilità della bellezza non può essere fra i responsabili della diffusa indifferenza verso la giustizia?”.

Alla risposta rimandiamo il lettore più attento, come alla lettura di questo testo che nelle analisi di Luigi Zoja - analista junghiano – offre un tassello importante alla discussione più che mai attuale, sulla centralità di valori condivisi, di tensione costante alla bellezza che inscindibilmente è legata all’etica del fare e l’assoluta necessità e urgenza di rispetto e difesa della legalità e laicità del nostro paese.
di Eloisa Dacquino

Suoni dell’esilio al Piccolo Teatro di Milano

Grande ritorno di Moni Ovadia al Piccolo di Milano con la musica klezmer di ‘ Oylem Goylem’, in occasione del ventennale del Cabaret Yiddish. Rappresentato per la prima volta nel 1993 e diventato ormai un cult, al Piccolo offrirà due settimane di repliche da Natale all’Epifania, compresa recita di fine anno.

Al centro dello spettacolo l’ebreo errante, il suo essere senza patria e con lui l’universale e attuale condizione di tutti i popoli che non hanno patria, estranei sulla terra che calpestano.
Un “cabaret rituale” dunque quello di Ovadia, che alterna musica e canti alle storielle e alle battute fulminee del raffinato umorismo ebraico, declinando la cultura ebraica in tutta la sua vastità tra gli estremi della lingua, l’Yiddish e la musica, il Klezmer.
Ecco allora l’intreccio di toni dal canto liturgico, monocorde, dolente della sinagoga, all’esplosiva festosità di canzoni e ballate “ ho sempre pensato che la condizione dell’esilio oltre ad avere connotazioni di carattere socio- giuridico- esistenziali – dice Moni Ovaia – dovesse essere riconosciuta per caratteri ‘organolettici’ e fra questi il mio particolare interesse: il suono”.

A noi piace ricordare ciò che commentava Raboni sulle colonne del Corriere della Sera e cioè che “ alla fine ci si rende conto di essere stati ammessi – per una sera e forse per sempre – allo spirito di una cultura capace come nessun’ altra di farci familiarizzare con l’assoluto, stemperando con infinita pazienza e tolleranza il tragico nel comico e il soprannaturale nel quotidiano”.

Piccolo Teatro Strehler – largo greppi Milano – dal 22 dicembre 2008 al 6 gennaio 2009
di Eloisa Dacquino

Il terzo modo

Definito dal premio nobel Eugenio Montale in un articolo per il Corriere della Sera un “ libro inquietante” ( mai pubblicato per volere della stessa autrice e contenuto ora nella postfazione della raccolta di poesie curata da Carlo Angelino per i tipi della Melangolo Editore) disegna - questo ‘Terzo Modo’ di Annalisa Cima - un cammino eccentrico, radicalmente umano di una donna che si interroga e scorpora il tempo, il vivere, il pensare.

Pubblicato per la prima volta nel dicembre del 1969 dall’editore Vanni Scheiwiller, nella poetica d’avanguardia (ah! le donne di allora), contrasta con rigore intellettuale la forma per creare infinite e più geometrie del pensiero; è ragione degli altri per capire il proprio ruolo storico e vincere il proprio destino, rifiuto del potere e rifugio nelle arti alla continua ricerca dell’essenziale : “contestato il sistema gettiamo fiori neghiamo il passato,permessi i connubi tra fratelli:plauso al gusto che cambia, benedette le nozze omosessuali: gioco in attesa di inutili natali. Partecipi al vero, solo che distingue uomo da uomo, testimoni e vittime di precedenti incarnazioni .Il sistema è violenza di fronte alle idee, vanità che costringe alla parte da rappresentare”.

Felici intuizioni e rimandi quanto mai attuali ci regala Annalisa Cima, nella nostalgia del vero, nel volo del sapere, nella fierezza ed assoluta libertà di pensiero.
Che ora - ripercorrendo quel filo sottile che ancora ci accomuna e unisce - richiamiamo dall’oblio: qui ed ora, per non dormire.
di Eloisa Dacquino

Manifesto della donna futurista


" Le donne sono le Erinni, le Amazzoni, le Semiramidi, le Giovanne d'Arco, le Jeanne Hachette; le Giuditte e le Carlotte Corday; le Cleopatre e le Messaline; le guerriere che combattono con più ferocia dei maschi, le amanti che incitano, le distruttrici che, spezzando i più deboli, agevolano la selezione attraverso l’orgoglio e la disperazione, ’ la disperazione che dà al cuore tutto il suo rendimento’.”

Nell’anno delle massime celebrazioni futuriste, ci sembra opportuno - quanto mai provocatoriamente opportuno - dare spazio alle donne o meglio una sveglia! alle donne (da quelle stile focolare domestico alle 'veline', dalle intellettuali a quelle dei 'briefing'), con il manifesto decisamente 'al di là del coro’ di Valentine de Saint Point, figura di rilievo dell’avanguardia dell’inizio del XX secolo, (pseudonimo di Anne Jeanne Valentine Marianne Desglans de Cessiat-Vercell), pronipote di Lamartine. Dalla storia dimenticata ( il suo peccato originale - l’essere donna), nel 1912 scrive il "Manifesto della Donna Futurista" in risposta al misogino Marinetti, con il quale ebbe peraltro una laison.
Nata a Lione nel febbraio del 1875, poetessa, pittrice,danzatrice, vigorosa e non meno virile nel ‘Manifesto della Lussuria’ che pubblica sotto forma di volantino in Francia e in Italia nel 1913, si oppone polemicamente al femminismo ufficiale: tra Nietzsche e Barrès, proclama l’avvento di una “superfemmina”, esprimendosi per la totale emancipazione erotica della donna. La sua danza, ‘Métachorie', è “l’espressione plastica delle idee al di là della sensualità e del sentimentalismo ancora in vigore nella danza classica“.

Contestata per la dimensione erotica della sua opera, coraggiosamente solitaria nella rivendicazione a essere donna libera, sublime, contro la morale e l’ipocrisia borghese, nella traduzione di Armando Lo Monaco e nei testi annotati da Jean Paul Morel per i tipi della Melangolo editore, ci restituisce lo spirito indomito di un donna che tutte le comprende e riscatta, nel pensiero libero, consapevole , audace. E se il mondo artistico e intellettuale dell’epoca non le ha perdonato l’ardimento, l’esilio in Egitto e le pratiche mistico-esoteriche, l’anno delle celebrazioni futuriste rendano omaggio, Milano renda omaggio, ora, a quella metà dell’avanguardia così 'virilmente donna' ( in senso futurista), la cui figura risulta essere così congeniale alle icone del decò tale da meritare vetrina e visibilità pari ai più conosciuti artisti e intellettuali dell'epoca.

Sapranno Milano e il suo nuovo Assessore alla Cultura accogliere questa nostra sfida?

di Eloisa Dacquino