La Costituzione non è un residuato bellico

(...)"La Costituzione repubblicana non è dunque una specie di residuato bellico, come da qualche parte si vorrebbe talvolta far intendere. Essa fu preparata da indagini a tutto campo e cospicue pubblicazioni del Ministero per la Costituente, che esplorò tra l’altro le Costituzioni e le leggi elettorali dei principali altri paesi, mettendo a confronto le esperienze altrui e le condizioni del nostro paese. La Carta che scaturì dall’Assemblea Costituente, nacque dunque guardando avanti, guardando lontano : essa seppe – partendo da esperienze drammatiche, di cui scongiurare ogni possibile riprodursi – dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia democratica. Quelle fondamenta poggiavano sui valori maturati nell’opposizione al fascismo, nella Resistenza, in nuove elaborazioni di pensiero e programmatiche ; quelle prospettive furono affidate a uno sforzo sapiente, nelle formulazioni e negli indirizzi della Carta, per tenere aperte le porte del nuovo edificio alle imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro.I valori dell’antifascismo e della Resistenza non restarono mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, sprigionarono sempre impulsi positivi e propositivi, e poterono perciò tradursi, con la Costituzione, in principi e in diritti condivisibili anche da quanti fossero rimasti estranei all’antifascismo e alla Resistenza. Perciò il 25 aprile non è festa di una parte sola. Principi e diritti. Principi cui ispirare la legislazione, la giurisprudenza, i comportamenti effettivi di molteplici soggetti pubblici e privati ; diritti da garantire, anche attraverso il ricorso alla giustizia, da rispettare nel concreto dei rapporti sociali e civili. Questo è un punto sul quale vale la pena di insistere. La Costituzione non è una semplice carta dei valori. Essa ha certamente una forte carica ideale e simbolica, capace di ispirare e unire gli italiani. Ma i suoi ideatori mirarono a farne un corpo coerente di principi e norme che avessero, senza eccezione alcuna, “un valore giuridico come direttiva e precetto al legislatore e criterio di interpretazione per il giudice”. Con quelle parole si espresse il Presidente della Commissione dei 75 che in seno all’Assemblea Costituente aveva predisposto il progetto di Costituzione ; e la prima sentenza della Corte Costituzionale istituita nel 1955 stabilì che anche le disposizioni cosiddette programmatiche contenute nella Costituzione avevano rilevanza giuridica.Insomma, la Costituzione repubblicana non solo non fu mai intesa come manifesto ideologico o politico di parte ; ma nemmeno si limitò a formulare valori nazionali, storico-morali, unificanti. La nostra come ogni altra Costituzione democratica è legge fondamentale, architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale. E in quanto tale essa va applicata e rispettata : applicata non una volta per tutte, ma in un processo inesauribile di adesione a nuove realtà, a nuove sensibilità, a nuove sollecitazioni. Così l’hanno intesa ed applicata governi e Parlamenti della Repubblica, così l’ha intesa, e ha vegliato sul suo rispetto, la Corte Costituzionale.E’ legge fondamentale, è legge suprema, la Costituzione, anche e innanzitutto nel segnare i limiti entro cui può svolgersi ogni potere costituito e viene “disciplinata” la stessa volontà sovrana del popolo (Fioravanti 2009). Si rifletta, a questo proposito, sul primo articolo della nostra Carta Costituzionale, là dove recita : “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Una volta cioè che il potere costituente espresso dal popolo sovrano con l’elezione di una assemblea investita di quel mandato si sia compiuto, ogni ulteriore espressione della sovranità popolare, ogni potere delle istituzioni rappresentative, il potere legislativo ordinario come il potere esecutivo, riconosce la supremazia della Costituzione, rispetta i limiti che essa gli pone. Questa è caratteristica essenziale della moderna democrazia costituzionale, quale si è voluto fondarla in Italia, con il più ampio consenso, alla luce delle esperienze del passato e con l’occhio rivolto ai modelli dell’Occidente democratico. Comune a quei modelli, pur nella loro varietà, è il senso dei limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa.Rispettare la Costituzione è dunque espressione altamente impegnativa : ben al di là di una superficiale e generica attestazione di lealtà. Rispettarla significa anche riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l’autorità delle istituzioni di garanzia. Queste non dovrebbero mai formare oggetto di attacchi politici e giudizi sprezzanti, al di là dell’espressione di responsabili riserve su loro specifiche decisioni. Tutte le istituzioni di controllo e di garanzia non possono essere viste come elementi frenanti del processo decisionale, ma come presidio legittimo di quella dialettica istituzionale che in definitiva assicura trasparenza, correttezza, tutela dei diritti dei cittadini.Questo richiamo ad essenziali caratteristiche della democrazia costituzionale non ha nulla a che vedere con una visione statica della nostra Carta, con una sua celebrazione fine a se stessa o con l’affermazione della sua intoccabilità. Ho già detto delle potenzialità che presentano principi e indirizzi introdotti nella Costituzione repubblicana in termini tali da tenere le porte aperte al futuro : è perciò giusto e possibile avere della nostra Carta una visione dinamica, scavare in essa per coglierne tutte le suggestioni attuali. Si deve così far vivere la Costituzione : come in sessant’anni si è già, attraverso molteplici contributi, teso concretamente a fare.Nello stesso tempo, va ancora una volta ripetuto che gli stessi padri Costituenti vollero prospettare possibili esigenze e precise procedure di revisione della Costituzione. Il testo entrato in vigore il 1° gennaio 1948 è stato d’altronde già toccato, già riveduto in decine di articoli, qualcuno dei quali, in anni recenti, di notevole rilievo, e in un intero Titolo della Seconda Parte. E su ulteriori revisioni il discorso è non solo pienamente legittimo, ma per generale riconoscimento obbiettivamente fondato. Ad una revisione più ampia della Costituzione si lavorò concretamente in Parlamento nel 1993-94, nel 1996-97 e nel 2004-2006, sulla base di procedure esse stesse integrate rispetto a quelle segnate nell’art. 138.Nessuno di quei tre tentativi di riforma – relativi alla seconda parte della Costituzione, e cioè all’“ordinamento della Repubblica” – è, in diverse circostanze e per diverse ragioni, andato a buon fine. Ma le forze politiche presenti in Parlamento convergono largamente sulla necessità che quell’“ordinamento” richieda di essere riveduto e adeguato in più punti. Non si può solo denunciare il rischio che esso sia stravolto. Si ricordi che se ne postulò, nel modo più autorevole già dopo le elezioni del 1992, una revisione che (disse l’allora appena eletto Presidente della Repubblica) incidesse “nell’articolazione delle diverse istituzioni” : ridefinendone i caratteri, le prerogative, il modo di operare dell’una o dell’altra, e ridefinendo gli equilibri tra esse.Spetta ancora una volta al Parlamento pronunciarsi sulla possibilità di procedere in questa direzione, sugli obbiettivi da perseguire, sul grado di consenso a cui tendere. Pur non potendo – nell’esercizio del ruolo attribuitomi dalla Costituzione – esprimere indicazioni di merito, suggerire ipotesi di soluzione, ritengo che sia mia responsabilità esortare le forze presenti in Parlamento a uno sforzo di realismo e di saggezza per avviare il confronto su essenziali proposte di riforma della seconda parte della Costituzione, sulle quali sia possibile giungere alla più ampia condivisione. Lo spirito dovrebbe essere quello, come si è di recente autorevolmente detto, di una rinnovata “stagione costituente”. Non c’è da ripartire da zero ; non c’è da arrendersi a resistenze conservatrici né, all’opposto, da tendere a conflittualità rischiose e improduttive ; occorre che da tutte le parti si dia prova di consapevolezza riformatrice e senso della misura. Non c’è da ripartire da zero, anche perché sia attraverso revisioni parziali della Carta del 1948, sia attraverso innovazioni nelle leggi elettorali e nei regolamenti parlamentari, nonché in rapporto a cambiamenti prodottisi nel sistema politico, i termini di diverse questioni sono già sensibilmente mutati. E’ in corso una visibile evoluzione – in senso regionalistico federale – della forma di Stato ; e in quanto alla forma di governo, pur essendo essa rimasta parlamentare, non trascurabili sono le nuove modulazioni che ha già conosciuto.Nell’ambito della forma di governo parlamentare, che è quella di gran lunga prevalente in Europa, sono possibili, e in effetti si sono espressi, equilibri diversi tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo e potere legislativo, e anche tra questi due poteri e quello giudiziario. La Costituzione italiana del 1948 fu certamente contrassegnata da un’accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto a quelle del governo. Le esigenze di stabilità e di efficienza decisionale di quest’ultimo rimasero allora in secondo piano. Ma molte cose sono via via cambiate, già negli anni ’80 con le riforme dei regolamenti parlamentari, e sempre di più a partire dagli anni ’90 con il crescente ricorso alla decretazione d’urgenza e all’istituto del voto di fiducia e da ultimo con il rafforzarsi del vincolo tra governo e maggioranza parlamentare, così come con il drastico ridursi della frammentazione politica in Parlamento. Ciò ha indotto uno studioso e protagonista come Giuliano Amato a giudicare (in un suo recente scritto) “oggi obsoleta la tradizionale constatazione della debolezza del governo nel rapporto con il Parlamento”.E allora, è del tutto legittimo politicamente, ma partendo da questi dati di fatto, e dunque senza cadere in enfasi polemiche infondate, verificare quali concreti elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo, e di chi lo presiede, possano introdursi sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti.Quel che è risultata, anche di recente, condivisa e percorribile è di certo l’ipotesi di una riforma della Costituzione che segni il superamento dell’anomalia di un anacronistico bicameralismo perfetto, il coronamento dell’evoluzione in senso federale, da tempo in atto, come ho ricordato, con la istituzione di una Camera delle autonomie in luogo del Senato tradizionale. Ne scaturirebbe anche una razionalizzazione del processo legislativo, e con essa quel “legiferare meglio” che viene giustamente sempre più spesso, e finora invano, invocato.Vorrei però a questo punto allargare la visuale della mia riflessione per cogliere – al di là dello specchio spesso deformante delle dispute politiche strettamente italiane – questioni e dilemmi che attraversano, e già da tempo, il discorso sulla democrazia in Occidente. Da decenni ormai si è aperto il dibattito generale sulla governabilità delle società democratiche : nelle quali, a una crescente complessità dei problemi e a un tendenziale moltiplicarsi delle domande e dei conflitti, non corrispondono capacità adeguate di risposta, attraverso decisioni tempestive ed efficaci, da parte delle istituzioni.Nell’affrontare a suo tempo questo tema cruciale, Norberto Bobbio osservò che mentre all’inizio della contesa sul rapporto tra liberalismo e democrazia “il bersaglio principale era stato la tirannia della maggioranza”, esso stava finendo per assumere un segno opposto, “non l’eccesso ma il difetto di potere”. E Bobbio aggiunse, pur senza eludere il problema : “la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Un monito, quest’ultimo, che non si dovrebbe dimenticare mai. E dal quale va ricavata l’esigenza di tenere sempre ben ferma la validità e irrinunciabilità delle “principali istituzioni del liberalismo” – concepite in antitesi a ogni dispotismo – tra le quali –, nella classica definizione dello stesso Bobbio, “la garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”. E sempre Bobbio metteva egualmente l’accento sulla rappresentatività del Parlamento, sull’indipendenza della magistratura, sul principio di legalità.Tutto ciò non costituisce un bagaglio obsoleto, sacrificabile – esplicitamente o di fatto – sull’altare della governabilità, in funzione di “decisioni – definizione di Bobbio - rapide, perentorie e definitive” da parte dei poteri pubblici. Ho evocato – ed è di certo tra gli istituti non sacrificabili – la distinzione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) ; e mi sarà permesso di richiamare anche il riconoscimento del Capo dello Stato come “potere neutro”, secondo il principio che, enunciato da Benjamin Constant due secoli fa, ispirò ancora i nostri padri costituenti nel disegnare la figura del Presidente della Repubblica. Ho egualmente menzionato come essenziale la rappresentatività del Parlamento : a proposito della quale penso si possa dire che essa non viene fatalmente incrinata da regole vigenti in diversi paesi democratici, finalizzate ad evitare un’eccessiva frammentazione politica, ma rischia di risultare seriamente indebolita in assenza di valide procedure di formazione delle candidature e di meccanismi atti ad ancorare gli eletti al rapporto col territorio e con gli elettori.In definitiva, non si può ricorrere a semplificazioni di sistema e a restrizioni di diritti in nome del dovere di governare. Grande è certamente la difficoltà del governare in condizioni di pluralismo sociale, politico e istituzionale, e ancor più in presenza, oggi, della profonda crisi che ha investito le nostre economie. Ma non c’è, sul piano democratico, alternativa al confrontarsi, al combinare ascolto, mediazione e decisioni, al giungere alla sintesi con la necessaria tempestività ma senza sacrificare i diritti e l’apporto della rappresentanza.E a ciò non si sfugge nemmeno nei sistemi politico-istituzionali che sembrano assicurare il massimo di affermazione del potere di governo affidato a una suprema autorità personale. Mi riferisco naturalmente a sistemi e modelli autenticamente democratici come quello presidenzialista degli Stati Uniti d’America : dove, al di là del mutare o dell’oscillare, nel tempo, dell’equilibrio tra Presidente e Congresso, a quest’ultimo, cioè alla rappresentanza parlamentare, nella sua netta separazione dall’esecutivo, viene riservata sempre un’ampia area di influenza e di intervento – e in definitiva l’ultima parola – nel processo deliberativo. Anche nei momenti, aggiungo, di emergenza e urgenza nazionale, come ci dicono le recenti vicende del complesso rapporto – sul terreno legislativo – tra il nuovo Presidente, la nuova Amministrazione americana, e il Congresso degli Stati Uniti.Si parla da tempo, e spesso, di crisi della democrazia rappresentativa, in riferimento all’indebolirsi delle sue istituzioni e della fiducia che in esse ripongono i cittadini. Ma da più parti si sono venute positivamente proponendo concezioni più ampie, che vedono – si è scritto – “la rappresentanza come processo che connette la società e le istituzioni”, che affidano alla politica le responsabilità di un legame operante “tra l’interno e l’esterno delle istituzioni politiche”, l’attivazione di una “corrente comunicativa” – espressione che a me pare molto felice di una nostra studiosa – “tra società civile e società politica” (Urbinati, 2006). E in questo senso si è in effetti venuto aprendo il campo di ricerche e proposte interessanti per giungere a forme concrete di democrazia partecipativa e deliberativa diffusa : forme concrete sperimentabili in particolar modo attraverso il raccordo tra assemblee elettive regionali e locali e realtà associative e canali di consultazione e di coinvolgimento dei cittadini in trasparenti processi decisionali. Non una datata contrapposizione ideologica, cioè, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, ma uno sforzo d’integrazione tra istituzioni, nell’esercizio delle loro funzioni e prerogative, ed espressioni di un più vasto moto di partecipazione democratica a tutti i livelli.L’esigenza di suscitare la vicinanza e l’adesione, non passiva ma vigile e propulsiva, dei cittadini alle istituzioni democratiche, l’esigenza di evitare un fatale indebolimento di queste ultime per effetto di tendenze al distacco, alla sfiducia, all’indifferenza da parte dei cittadini, appare complessa come non mai nell’attuale fase storica – ed è questo l’ultimo punto che vorrei brevemente toccare. E’ in atto da tempo un passaggio dalle dimensioni nazionali della sfera decisionale a dimensioni ultranazionali, europee e globali : e c’è da chiedersi se sia praticabile in questo nuovo contesto quella che si è venuta costruendo in Occidente come democrazia rappresentativa. Questa si impose – ha osservato un eminente studioso dei sistemi democratici, Robert Dahl – con il passaggio storico dalle città-Stato agli Stati nazionali : si è ora in presenza di un “cambiamento altrettanto importante per la democrazia” per effetto del passaggio delle decisioni pubbliche a dimensioni transnazionali.Vengono di qui interrogativi di fondo sulla possibilità di controllare democraticamente le organizzazioni internazionali, le decisioni prese a quel livello. E questi interrogativi stanno assumendo – appare chiaro – una stringente attualità. Sulle risposte ipotizzabili il dibattito è aperto in tutta la sua complessità. Ma io desidero richiamare l’attenzione su un processo che è già in atto e che può rappresentare un approccio fecondo al discorso sul governo della globalizzazione : parlo del processo delle integrazioni regionali, continentali o sub-continentali, che si è concretamente prodotto in Europa ma tende a prodursi anche fuori d’Europa.La Comunità e quindi l’Unione Europea hanno rappresentato forme originali, da oltre cinquant’anni a questa parte, di esercizio condiviso della sovranità al livello sovranazionale. Ed è peraltro un fatto che alla crescita di questa esperienza, dai primi Trattati tra i sei paesi fondatori in poi, si è accompagnata la preoccupazione di un deficit democratico, in quanto le decisioni che si concentravano in istituzioni come la Commissione e il Consiglio sembrarono a lungo sfuggire a un controllo democratico. A differenza, si diceva, delle istituzioni tradizionali degli Stati nazionali. Ma essendo un fatto irreversibile la perdita da parte di questi ultimi di quote crescenti della loro sovranità, imponendosi sempre di più – e mai come oggi questa ci appare un’esigenza imperiosa – decisioni e politiche comuni al livello europeo, non poteva non sorgere la questione del dar vita e forza a istituti e forme corrispondenti di democrazia sovranazionale.Ebbene, questa esigenza dopo essere rimasta, per non breve tempo, largamente insoddisfatta, ha via via trovato sbocco nel rafforzamento dell’investitura e del ruolo del Parlamento europeo. Non si può certo dire che ogni insufficienza, ambiguità e contraddizione, sia stata risolta. Ma passi in avanti decisivi sono stati compiuti, dall’elezione diretta, a suffragio universale, del Parlamento europeo all’attribuzione, che gli è stata sempre più riconosciuta, di poteri determinanti nella formazione delle leggi dell’Unione, e anche di più incisive funzioni di indirizzo e di controllo nei confronti dell’esecutivo, identificato nella Commissione di Bruxelles. Il Parlamento europeo si sta dunque affermando come l’istituzione sovranazionale per eccellenza e come garante della legittimità democratica dell’Unione : dovrebbero esserne consapevoli gli elettori chiamati di qui a poco a votare per il Parlamento di Strasburgo. Speriamo che si parli di ciò nella campagna elettorale, e non di meschine vicende di politica interna.Nello stesso tempo, con il Trattato costituzionale poi abortito ed egualmente, però, con il Trattato di Lisbona di cui si sta completando la ratifica, si sono aperte nuove possibilità di cooperazione e sinergia tra istituzioni europee, segnatamente il Parlamento europeo, e i Parlamenti nazionali; e nuove possibilità di comunicazione e di dialogo strutturato tra istituzioni europee e società civile. Non a caso dunque l’esperienza dell’integrazione europea viene ormai assunta come riferimento – anche sotto il profilo della governabilità democratica – per gli analoghi processi che si avviano in altri continenti e per le strade da intraprendere sul piano globale.L’impegno per l’ulteriore, più conseguente sviluppo dell’integrazione europea è per noi italiani parte essenziale dell’impegno a proiettare nel futuro la nostra Costituzione repubblicana. La prospettiva dell’Europa unita, a favore della quale consentire alle necessarie limitazioni di sovranità, fu evocata nel dibattito dell’Assemblea costituente e fu di fatto anticipata nel lungimirante dettato dell’articolo 11 della nostra Carta. Per consolidare, far vivere e crescere la democrazia in Italia e in un mondo in così impetuosa trasformazione, bisogna non solo “presidiare” la Costituzione, tutelare e riaffermare i principi e i diritti che essa ha sancito alla luce di dure lezioni della storia ; bisogna di continuo calarla nel divenire della società italiana e anche della società internazionale.Sappiamo – lo vorrei dire in modo particolare ai più giovani - quali orizzonti nuovi la Costituzione abbia aperto per il nostro paese : orizzonti di libertà e di eguaglianza, di modernizzazione e di solidarietà. La condizione per coltivare queste potenzialità, in termini rispondenti ai bisogni e alle istanze che maturano via via nel corpo sociale, nella comunità nazionale – la condizione per rafforzare così le basi della democrazia e il consenso da cui essa può trarre sicurezza e slancio – è in un impegno che attraversi la società, che si faccia sentire e pesi in quanto espressione della consapevolezza e della volontà di molti, uomini e donne di ogni generazione e di ogni ceto.In queste settimane, dinanzi alla tragedia del terremoto in Abruzzo, l’Italia è stata percorsa da un moto di solidarietà che ha dato il senso della ricchezza di risorse umane – vere e proprie, preziose riserve di energia – su cui il paese può contare, in uno spirito di unità nazionale. Se ne può trarre, io credo, un buon auspicio anche per il manifestarsi, più in generale, di quella sensibilità democratica e di quell’impegno dei cittadini, a sostegno dei principi e degli indirizzi costituzionali, di cui ho appena indicato la necessità. Parlo di un rilancio, davvero indispensabile, del senso civico, della dedizione all’interesse generale, della partecipazione diffusa a forme di vita sociale e di attività politica. Parlo di uno scatto culturale e morale e di una mobilitazione collettiva, di cui l’Italia in momenti critici anche molto duri – perciò, oggi, di lì ho voluto partire – si è mostrata capace. L’occasione per mostrarcene ancora capaci è data dalla crisi profonda che ha investito, in un contesto mondiale nuovo e complesso, l’economia e la società italiana. L’appello è ad esserne, ciascuno di noi, pienamente all’altezza."


LEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO ALLA PRIMA EDIZIONE DI BIENNALE DEMOCRAZIA - Torino – Teatro Regio, 22 aprile 2009

Avec le temps

In un mondo improvvisamente colto dall’elogio della lentezza che scopre e celebra lo “Slow Down Festival” dopo aver bruciato nell’ultimo ventennio non solo l’economia, quanto i valori che attengono all’etica del fare e alla Virtù; tra dibattiti, seminari, libri, giornate mondiali a promuovere questa ‘nuova filosofia di vita', questi ditirambi celebrano l’uomo nell’unità di corpo – mente - cuore, attraverso un Tempo e un linguaggio che non muta se la cornice cambia, di rara bellezza e forza intuitiva: notturno, antelucano, come la magia potente arma evocatrice in sintonia con i sogni e l’anima.

Di un Tempo che contempla unicamente il ‘qui ed ora’.

Lo facciamo provocatoriamente attraverso cartigli di straordinaria intensità – la fine di un amore - che rivelano più di quanto la ragione possa filtrare, più di quanto antiche e nuove teorie possano postulare; e lo dedichiamo a quanti superficialmente, distrattamente, conducono la propria vita; a quanti – dissociati in pensieri e parole – sono sempre altrove, anche quando fanno l'amore; a quanti sottraggono ai rapporti personali attenzione, ascolto, condivisione; a quanti delegano ogni decisione, anche la più banale; a quanti trovano sicuro rifugio e giaciglio presso pareti domestiche, magari sotto protettive ‘ali’ materne pur di non affrontare se stessi, le proprie insicurezze e il mondo perché questo costa fatica, sacrificio e a volte anche solitudine; a quanti - chiusi nel piccolo mondo di abitudini quotidiane - soffocano quello di chi sta loro accanto con il vittimismo, l’egoismo e l'impetuosità di gesti che manifestano unicamente il loro male di vivere; a quanti lasciano che l'intensità del momento volga lo sguardo altrove, perché troppo assenti, distratti, ripiegati su se stessi, le proprie paure, i propri desideri; a quanti rivendicano e abusano della parola amore, senza conoscere rivoluzione del cuore.

Del perduto amor

Leggendo ‘ pillole di saggezza’ sulle pagine del Corriere della Sera, dispensate dal noto sociologo del lunedì, ci chiediamo: meritano la prima pagina ragionamenti quali : “..il maschio prova piacere sessuale con qualsiasi partner, mentre la ragazza cerca sempre uno che le piaccia. Inoltre per lei il sesso è solo l’inizio, poi vuole qualcosa di più, una emozione, un amore…però le ragazze provano sentimenti amorosi intensi e un desiderio di durata che viene spesso frustrato dalla infedeltà maschile. Alcune reagiscono cercando di comportarsi come maschi, con l’alcool, le droghe, cambiando continuamente partner. Ma è contro la loro natura. Alla fine restano deluse, irritate,, amareggiate e quando trovano il grande amore fanno fatica ad avere fiducia, ad abbandonarsi e possono sciupare anche quello.”
Leggendo tali banalità, ci siamo chiesti come mai lo stesso non abbia continuato nei suoi ragionamenti sull’amore – sugli amori precoci - con frasi tipo ‘ le donne sono più sensibili degli uomini ’ e via dicendo con altri stereotipi e amenità varie.
Ma tant’è , l’immagine della donna tutta dedita all’amore, vulnerabile, ‘piegata’ all’uomo e al sentimento come votata ‘ per natura ’ o per ‘ natura diversa ’ al focolare domestico, è dura a morire e soddisfa quella morale e quel conservatorismo che in periodi di incertezza – morale, economica – relega e vorrebbe relegare le donne nella marginalità, perpetuando nell’immaginario collettivo l’idea della figura delicata e debole.
Stile Anna Verta Gentile, per intenderci.
Così, nel momento delle massime celebrazioni futuriste, vorremmo rispondere non con il ‘ Manifesto della donna futurista ’ di Valentine de Saint Point di cui abbiamo ampiamente e diffusamente parlato, quanto di un altro manifesto – a noi caro – delle donne di Fiume; quella Fiume occupata da D’Annunzio e da quei ‘figli dei fiori’ meno noti e conosciuti di quelli del più famoso ’68, che parteciparono un’avventura rivoluzionaria in linea con le avanguardie del tempo, momento insurrezionale di bravate futuriste e utopie, trasgressione sessuale e pirateria, gioco e guerra.
Così nel 1919 Margherita Keller Besozzi – la legionaria Fiammetta – esorta le donne a ribellarsi alla morale corrente: “Donne, è l’ora del vostro risveglio! Non abbiate paura dell’ipocrisia mascherata da morale. Non temete la verità. Non temete le parole. (…) nonostante la divina luce che irradia oggi dalla città di Vita e d’Amore, la donna di Fiume è forse la sola fra le donne d’Italia che sia, e ci tenga ad essere moralista. Moralista in tutto il senso vile della parola. La donna di Fiume è ancora quella dei romanzi – canzonette napoletane – galateo – Anna Verta Gentile. Vuole essere corteggiata: molto, delicatamente, con tutto e soprattutto con impostura.
Salvo poi a cedere facilissimamente quando un cretino sappia fare come l’idiozia vuole, come vuole il Mondo ( non ancora morto) di ieri.
Ma allora ( per carità!) che non lo si sappia, che non lo si dica, che nessuno se ne accorga. E’ più onesta la donna di Fiume delle donne di tutto il mondo? NO! E’ semplicemente più vecchia. Non si è ancora accorta della sua missione. Non si è ancora accorta della sua funzione. La donna di Fiume non è altro che la madre della donna moderna.
Distruggiamo tutto questo passato.
Libertà.
Spregiudicatezza.
Coraggio.”

Una donna



"..lasciatemi addormentare come Saffo" : 66 anni, autrice di saggi sulla condizione femminile, Roberta Tatafiore si è congedata dal mondo e dai suoi affetti in una stanza d'albergo.
Lucidamente programmato il gesto, come le scelte di vita.

Femminista impegnata, autrice che maggiormente ha contribuito al dibattito intorno le donne - queste sconosciute - sul mercato della prostituzione, sulla pornografia, sulla difficoltà di vivere e resistere alla violenza, di esserci e portare il proprio contributo in un mondo in cui l'esclusione è dogma.
Un mondo che non perdona gli spiriti autenticamente liberi, libertari, capaci di mutare prospettiva pagando anche con la solitudine scelte come il distacco da quello che lei stessa era arrivata a definire " femminismo collettivista".
L'ultima suo intervento - appassionato quanto la donna - contro questo "statalismo chiesastico" esibito sul caso di Eluana Englaro, possiamo leggerlo sul sito di DeA, donne e altri.

Ecco allora che la fine, quella temuta, osteggiata, esclusa dal dibattito e con 'violenza' disciplinata da norme, leggi e leggine, irrompe con forza nel gesto di una donna che ha scelto la libera morte, rivendicandone il gesto.
Colpisce , nel ricordo di chi la conobbe e partecipò con lei avventure, il respiro lieve e l'attenzione sulla donna e il pudore di una sofferenza mai esibita; così Daniele Scalise ricorda Roberta Tatafiore, nell'articolo di Simonetta Fiori pubblicato sul quotidiano La Repubblica: " Come tutte le donne veramente sofferenti - Roberta non esibiva il dolore" e queste parole da sole bastano per cogliere la donna nella fierezza dei gesti che l'hanno accompagnata in vita come negli ultimi mesi, nelle spirito libertario, nelle scelte compiute come intellettuale e militante politica.
Nella solitudine di chi lotta e si spende a spezzare ipocrisie, di chi amando la libertà, rivendica e rispetta l'altrui libertà.

Così, mentre intorno a noi c'è confusione, lotta, smarrimento e una affannosa ricerca della felicità che non contempla la Virtù, rimandiamo al lettore attento il sorriso di chi lascia - dietro - lo stupore degli attoniti.

L'uomo che non sapeva amare


Robert Lepage torna al Piccolo Teatro Strehler con 'The Andersen Project '- scritto nel 2005 in occasione del bicentenario della nascita del celebre scrittore per l’infanzia - per quattro giorni dal 16 al 19 aprile 2009.
Un racconto, una storia di solitudine, che fiorisce in un incantesimo tecnologico: epoche, vite e fiabe si intrecciano e sovrappongono; cinque personaggi, un solo attore in scena, Yves Jacques (nella prima edizione era lo stesso Lepage), effetti speciali strabilianti e una colonna sonora trascinante che amalgama repertorio classico e contemporaneo, spaziando da Donizetti, Grieg, Offenbach a Sweet Surrender di Sarah McLachlan.
Ispirandosi a due racconti tra i meno noti di Andersen " La driade e L’ombra", Lepage costruisce un monologo in cui racconta la storia di Frédéric Lapointe - canadese del Québec - scrittore di testi per canzoni, che si reca a Parigi dove il sovrintendente dell’Opéra Garnier gli ha commissionato la stesura di un libretto per un’opera lirica che avrà come soggetto proprio La driade. Con un magnifico gioco di travestimenti e trasformismo, Yves Jacques si cala nei panni di tutti i personaggi: oltre a Lapointe, interpreta il sovrintendente dell’Opéra, travolto dagli scioperi delle maestranze, in lotta con il ministero e in crisi con la moglie che, subodorandone l’omosessualità, è fuggita con un altro e lo minaccia di portargli via la figlia; è il maghrebino Rachid, che fa le pulizie nel peep show del quartiere malfamato dove Lapointe ha trovato casa e che con le bombolette colorate scrive sui muri del métro messaggi disperatamente grotteschi; ma è anche la Driade, ninfa dei boschi, che baratta la propria immortalità per una notte nella Parigi dell’Expo Universelle del 1867.
Andersen ha avuto una vita molto, molto solitaria… - spiega Lepage - e questa mi è parsa un’ottima ragione per trarne un monologo! In fondo, un monologo è sempre una rappresentazione della solitudine. Così sono partito dalla biografia di Andersen per creare, alla fine, uno spettacolo assolutamente personale, in cui parlo moltissimo di me stesso e altrettanto del travaglio della creazione artistica”
Più di uno spettacolo un evento, un racconto che è storia di una solitudine che fiorisce in un incantesimo tecnologico e regala due ore di magia: Lepage riesce a domare la tecnologia al servizio del meraviglioso facendo reagire insieme - in perfetta alchimia - la natura più profonda del teatro, con effetti speciali high tech, scenografie proiettate e abitabili, video tridimensionali, cartoni animati, cinema, marionette, teatro d’ombre, opera lirica.
Al centro sempre e solo Andersen e i suoi mille volti - il “brutto anatroccolo”, il diverso geniale, l’uomo che non sapeva amare, ma che tanto avrebbe voluto.
Da non mancare.

Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 16 al 19 aprile 2009 'The Andersen Project'

Arlecchino e il suo ambasciatore di nuovo allo Strehler


'Arlecchino servitore di due padroni', spettacolo-simbolo del Piccolo Teatro, torna nella magica cornice dello Studio dal 15 aprile al 10 maggio.
Il fatto che in sessant’anni il ruolo di Arlecchino sia stato interpretato solo da due attori - Marcello Moretti e Ferruccio Soleri, che ne raccolse l’eredità nel 1963 - accresce il suo carattere di eccezionalità e di “arte della memoria”.

Ferruccio Soleri è ormai l’unico della compagnia ad aver lavorato per tutta la vita con Strehler, e come ha affermato la studiosa francese Myriam Tanant - è “diventato Arlecchino” abbracciando così una vocazione, capace di restituire con una straordinaria longevità scenica l’energia senza tempo del suo personaggio.
Spettacolo sempre carico di energia, Arlecchino continua a trasferire la sua grande vitalità alle platee di tutto il mondo; le quasi quattro settimane di permanenza milanese rappresentano un ritorno a casa, dopo la tappa in Turchia e prima di concludere, con il Giappone a luglio, la lunga tournée italiana e internazionale che lo ha visto riscuotere ovunque uno straordinario successo.
Lo spettacolo più longevo della storia (ha superato le 2500 repliche e i due milioni di spettatori) ha aggiunto - in questa stagione - ai 40 paesi e alle 200 città già toccate con le sue tournée, Ecuador e Turchia.

Lungi dal trasformarsi in uno “spettacolo-museo”, Arlecchino conferma così la sua natura di “memoria in azione” e il suo ruolo di ambasciatore indiscusso della Commedia dell’Arte nel mondo mai tanto vivacemente come in questo momento, in particolare con la creazione dell’Accademia internazionale della Commedia dell’Arte del Piccolo Teatro di Milano, diretta da Ferruccio Soleri, che, dopo il “debutto” a Mosca nell’autunno 2008, terrà a Brindisi un corso speciale – unico in Italia nel 2009 – dal 15 maggio al 7 giugno.

Piccolo Teatro Studio (via Rivoli 6 – M2 Lanza) – dal 15 aprile al 10 maggio 2009

Ellenica e Baiardo...

«Conobbi Ellenica una sera. Al termine di una violenta dimostrazione per le vie del paese, in cui avevo potuto calmare gli animi con poche e semplici parole. Mi apparve come una rondine ferita dalle ali infrante». Lei, invece, rimase affascinata da tanta forza e bellezza, in cuor suo lo chiamò subito Baiardo, il focoso cavallo dell’Orlando furioso e dopo qualche giorno gli scrisse: «Caro amico, se i vostri impegni politici e i vostri svaghi della domenica ve ne danno la possibilità, vorrete essere così cortese di venirmi a fare una visitina?».
Non è un romanzo, ma una storia d’amore vera, una passione struggente tra due persone che non ti saresti mai aspettato di vedere insieme: Edda Ciano (Ellenica), figlia del Duce al confino nell’isola di Lipari dal settembre 1945 al giugno dell’anno successivo, e Leonida Bongiorno (nel lessico della corrispondenza amorosa, Baiardo o Lecret dal nome del generale che combatté per la liberazione di Cuba nel 1898), capo dei comunisti liparoti, figlio dell’antifascista Eduardu, che ricalcando le carte nautiche ottenute da un amico aveva reso possibile nel 1929 la fuga degli antifascisti Carlo Rosselli, Emilio Lussu e Fausto Nitti. Il padre di Leonida-Baiardo era uno di quegli uomini tutto d’un pezzo, primo trombone nella banda del paese che riponeva lo strumento quando bisognava intonare «Giovinezza».
Un socialista da sempre che teneva a un suo orgoglio anticonformista: quando gli americani gli chiesero di fare i nomi dei fascisti locali per vendicarsi, lui declinò l’invito. La soddisfazione se l’era presa da solo, tenendo la schiena dritta. Così il figlio, laureato in economia a Bologna, arruolato come tenente degli alpini, una rarità per un isolano, partigiano in Francia con il nome falso di Paul Zanetti dopo essere fuggito dalla prigionia dei nazisti. Un uomo intelligente ed energico che non aveva esitato a prendersi cura della «rondine dalle ali infrante», anche se era la figlia del Duce.
A raccontarci questa storia, dopo una tenace ricerca dei documenti — le lettere di Edda, il memoriale e i commenti di Leonida — è Marcello Sorgi, ex direttore della Stampa, nel libro "Edda Ciano e il comunista. L’inconfessabile passione della figlia del Duce" (in uscita da Rizzoli il 1° aprile, pagine 150, euro 18). Sorgi aveva anticipato la notizia sulle pagine culturali del quotidiano torinese il 1° ottobre dell’anno scorso. Il racconto si basava sulla lettura delle trascrizioni delle lettere, a volte in francese o in inglese, che, come in un romanzo di Alexandre Dumas, erano sepolte in un vecchio armadio nella casa di Edoardo, il figlio di Leonida, assieme a ciocche di capelli, biglietti, fotografie, annotazioni. Un materiale che Sorgi ha potuto esaminare per primo e ha elaborato in un racconto romantico e avvincente pur rispettando la verità fattuale. L’autore si è avvalso a tal fine della consulenza storica di Giovanni Sabbatucci.
I primi contatti fra Edda e Leonida sono interessati ma cauti. Lei, dopo essere stata scaricata in una stamberga nel centro dell’isola dal commissario Polito, lo stesso che aveva preso in consegna Benito Mussolini dopo il 25 luglio 1943, chiede al nuovo amico se può andare ad abitare nella casa di famiglia del Timparozzo, ribattezzata da Edda la «Petite Malmaison», secondo il nome che Josephine de Beauharnais aveva dato alla sua dimora dopo essere stata abbandonata da Napoleone. Leonida, con l’approvazione del padre, acconsente, e una notte di primavera, sulla terrazza di quella casa incantevole, avviene l’incontro d’amore. Lui la prende appoggiato al muro accarezzandole le gambe, secondo Edda la parte più bella del suo corpo di trentacinquenne. Il coetaneo Leonida-Baiardo si innamora, Edda-Ellenica sulle prime non si lascia andare: Ellenica partecipa al gioco erotico, scandalizza tutti esibendo sulle spiagge di Lipari e Vulcano un audace due pezzi, ma Edda è guardinga, ancora ferita dalla tragedia famigliare. Quando lui si dichiara, «voi per me potreste essere la donna ideale», quasi lo irride: «È possibile che io lo sia per tutti gli uomini?». Lui la ama e la teme, si sente un Ulisse con la sua Circe e le recita a memoria il passo dell’Odissea in cui la maga indica all’eroe omerico due rotte impossibili per far ritorno a Itaca. Lei gli risponde con i versi di Byron: «When we two parted...», «quando noi ci dividemmo, in silenzio e lacrime, i nostri cuori si spaccarono a metà».
La passione cresce e con l’amore la confidenza. Edda, al confino con l’accusa di aver spinto il padre a entrare in guerra, scrive un memoriale, probabilmente aiutata da Leonida, negando ogni responsabilità pubblica: «Nel partito non ebbi mai nessun incarico... Come moglie del ministro degli Esteri non potevo che seguire le direttive che mi venivano date».
Più che per questo memoriale, ma grazie all’amnistia Togliatti, a fine giugno 1946, arriva la comunicazione della libertà anticipata. In una cronaca maliziosa, un corrispondente del Corriere della Sera scrive che «l’elegante signora» pare poco interessata a lasciare l’isola, anche perché «non ha disdegnato l’assidua compagnia di un aitante giovane del luogo, il sig.LeonidaBongiorno».Edda, in realtà, ha interesse a ritornare a Roma, per riabbracciare i figli. Con sé porterà un ricordo: il suo ritratto nudo eseguito a matita dal bel Leonida. Comincia così la seconda parte della corrispondenza: lei lo vezzeggia, «caro amico e fidanzato», «Baiardo mi manca molto», abbandona i toni ironici degli inizi quando lo chiamava «adorabile allievo di sieur Palmiro». Ma aumentano i silenzi di Leonida, che intanto ha incontrato Angela, la futura moglie, detta la «Chevelue» per via della folta chioma. Ellenica e Baiardo si rivedono, il primo incontro in un hotel di Messina dove lei si presenta con una carta d’identità falsa. Poi il nuovo distacco. E la sempre più appassionata e dolorosa corrispondenza. Edda si lascia andare a confidenze: «Perché è toccato a me scegliere tra le due persone più care?», alludendo al marito giustiziato e al padre cui non aveva perdonato di non essere intervenuto. Alla fine il grido: «Venite dunque con me. Non abbandonate questa felicità che gli Dei vi offrono». Siamo alla fine. Le risposte di Leonida si faranno sempre più rare, sposerà Angela.
«Ellenica» e «Baiardo» si ritroveranno sessantenni nel 1971, ancora a Lipari, davanti a una parete su cui lui aveva fatto incidere i versi omerici con le parole di Circe: «Tu da solo col tuo cuore consigliati: io ti dirò le due rotte».
dal Blog di Dino Messina " La nostra Storia"


Alla meta

Dal 1 al 5 aprile Teatro Libero ospita lo spettacolo "Alla meta", messo in scena dal Teatrino Giullare, che attraverso un allestimento visionario si confronta con il delirio verbale di Thomas Bernhard - autore della pièce - e la vertiginosa profondità della sua scrittura.
L’umanità alterata dei personaggi di Bernhard si incontra felicemente con la poetica della compagnia, che ha fatto del rapporto tra umano ed 'artificio' il proprio terreno di ricerca.
La storia è presto detta: una madre e una figlia preparano la loro consueta partenza per il mare; tra vecchi vestiti e vecchi ricordi, aleggia l’agitazione per l’imminente arrivo del nuovo e quasi sconosciuto compagno di viaggio.

Messa in scena innovativa, questa del Teatrino Giullare, per uno spettacolo con soluzioni sceniche che esaltano il ritmo e la natura fascinosamente ambigua: fantocci ed esseri umani danno vita ad un intreccio controllato di menzogne e verità confondendosi gli uni con gli altri.
Il rituale del fare e disfare le valige e la sensazione angosciosa di raggiungere una meta che già sappiamo essere deludente, raccontate da un autore a tratti cinico, controverso, divertente, lucidissimo

Teatro Libero - via Savona 10, Milano

Paolo Rossi..allo Strehler ancora

Dopo il successo ottenuto a febbraio, il ‘one man show’ dell’artista milanese si sposta dallo spazio intimo della Scatola Magica che lo aveva ospitato per tre settimane, alla sala del Piccolo Teatro Strehler lunedì 30 marzo, con uno spettacolo ricco di monologhi, poesie, barzellette e vita vissuta.

"Sulla strada ancora" prende spunto dalla storia di uno spettacolo mai andato in scena - Ubu Re d’Italia - fino ad immaginare il prossimo ancora da realizzare, in una sorta di ponte immaginario.
L’attore, l’uomo e il personaggio raccontano con il linguaggio artistico tipico di Paolo Rossi, eventi e riflessioni sulla vita, sul mestiere dell’attore e più in generale, sulla nostra società: vere e proprie lezioni di teatro, dove Jarry e Shakespeare, Cechov e Lenny Bruce si alternano in un vorticoso girotondo fino a confondersi con lo stesso artista.

Paolo Rossi, protagonista unico in scena, propone diversi modi di fare teatro, cercando di ri-scoprire il rapporto con il pubblico e con il suo corpo, rivelando i percorsi che lo hanno portato sulla strada ancora.
Un ritratto intimo, dolce-amaro di un Paolo Rossi inedito per ricordarsi che la vita è gioco e va affrontata - a volte - con una risata.

Oltre agli autori citati, l’attore presenta brani scritti da Stefano Benni, Carolina de La Calle Casanova e Renato Sarti, che dello spettacolo cura anche la regia.

Piccolo Teatro Strehler - largo Greppi (M2 Lanza) milano– lunedì 30 marzo 2009, ore 20.30

L’addio impossibile di Jean-Luc Lagarce

Debutta il 28 marzo in prima nazionale l’attesissima produzione del Piccolo Teatro di Milano con ‘Giusto la fine del mondo’, di Jean-Luc Lagarce, per la regia di Luca Ronconi, a seguire la prima ‘I pretendenti’ con la regia di Carmelo Rifici, andato in scena il mese scorso e con grande successo.
Lo spettacolo racconta con delicatezza e discrezione la storia di Louis, tornato in famiglia dopo una lunga assenza interrotta di tanto in tanto da brevi messaggi scritti su cartoline illustrate, per congedarsi sapendo di dover morire di lì a poco: partirà senza essere riuscito a farlo, senza essere riuscito a raccontare la 'sua' morte.

Jean-Luc Lagarce, morto di Aids nel 1995 a 38 anni, è oggi l’autore teatrale contemporaneo più rappresentato nelle sale francesi; a lui sono dedicati ovunque convegni, pubblicazioni, tesi di laurea. I suoi testi sono tradotti in una dozzina di lingue e sono sempre più rappresentati anche all’estero, dal Brasile al Cile e all’Argentina, dalla Spagna alla Germania e alla Lituania.
Lagarce ebbe l’idea di Giusto la fine del mondo prima di sapere d’essere sieropositivo: di seguito la sua storia personale si incrociò con quella della finzione drammaturgia.

Un crescendo in musica, quello che Luca Ronconi mette in scena, per un testo di rara bellezza, che grida e rimanda la storia di un’assenza , di un addio impossibile.

Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 28 marzo al 9 aprile 2009

L'Orlando Furioso di Enrico Messina


Camicia bianca, una tromba e uno sgabello: è tutto quel che serve per raccontare le vicende dei paladini di Carlo Magno e dei terribili saraceni. All’essenzialità della scena si contrappongono la ricchezza ed i colori delle immagini evocate: accampamenti, cavalieri, dame, duelli, incantagioni, palazzi, armature, destrieri… Un vortice di battaglie ed inseguimenti il cui motore è sempre la passione, vera o presunta, per una donna, un cavaliere, un ideale.
Reale trasporto o illusorio incantesimo?
Storie senza tempo di uomini d’ogni tempo, in cui tutto è paradosso, esasperazione.

Riscoprire il piacere della fabulazione e della fascinazione della parola, questo il senso del racconto e dell'ascolto, arte un tempo assai familiare nella nostra cultura, ormai trascurata se non del tutto dimenticata.
Ecco perchè l'Orlando Furioso di Ariosto, che proprio dall’arte dei cantastorie prese linfa per diventare alta letteratura; ed ecco perchè il travolgente racconto che ne ha fatto Italo Calvino insieme a stralci di immagini “rubate” ad altri suoi libri come “Il Cavaliere Inesistente”.
Così le parole dei canti e delle ottave di Ariosto in questo racconto di Enrico MessinaOrlando -furiosamente solo rotolando", prendono nuova vita un po’ tradite un po’ ri-suonate, e la narrazione avanza tra guizzi di folgorante umorismo e momenti di grande intensità, mescolando origini, tradizioni e dialetti.

Teatro Libero - via Savona 10 Milano - dal 25 al 30 marzo 2009

L’animale del tempo

Ritorna 'Face à face' - rassegna di testi francesi - con una nuova serata al Piccolo Teatro Studio di Milano che avrà per protagonista Roberto Herlitzka, uno dei più apprezzati interpreti del nostro teatro, alle prese con il testo di Valère Novarina 'L’animale del tempo', tradotto da Gioia Costa.

Mise en espace diretta da Carmelo Rifici, 'L'animale del tempo' è la versione per la scena de 'Le Discours aux Animaux', pièce teatrale creata per il Festival d’Avignone e ripresa al Festival d’automne di Parigi nel 1987, che in Italia ha avuto un allestimento all’Università di Roma, diretto dallo stesso Novarina nel 2002 con protagonista proprio Roberto Herlitzka.
Al centro della scena c’è l’attore, al centro dell’attore il linguaggio; un linguaggio inafferrabile e che pure appare come un oggetto fatto di materia, capace di colpire. Il “Discorso agli animali” altro non è se non una passeggiata fino ai luoghi più profondi dell’interiorità: parla di cose di cui normalmente non si parla, di ciò che noi viviamo quando siamo portati a situazioni estreme, lacerati, nella più grande oscurità, e non ci accorgiamo che la luce non è lontana.
Se l'attore parla agli animali, gli animali siamo noi, il suo pubblico.
“Il teatro di Valère Novarina è popolato di figure orali” - dice la traduttrice Gioia Costa - “nomi che si autogenerano attraverso la chiamata, la nominazione e l'elenco. Come un invisibile telaio, la voce tesse esistenze e forme. Nel ritmo, nel gioco delle pause, nei ritorni dei nomi e nella proliferazione di figure si tesse in scena lo spettacolo della lingua”.

Maestro naturale del segno e del verbo, giocoliere del linguaggio, Novarina è entrato in scena da autore venti anni fa facendo parlare i morti e gli animali, e via via ha invaso lo spazio di parole inventate per costruire a forza di ritmi e di analogie una realtà fittizia che ripete quella autentica.
Nato a Ginevra nel 1947, ha studiato letteratura e filosofia, ed è fra i massimi autori teatrali francesi. I suoi testi sono tradotti in tutto il mondo e i suoi spettacoli sono ospiti abituali del Festival d’Automne di Parigi e del Festival di Avignone. Nel 2007 la sua ultima creazione, L’Acte Inconnu, ha inaugurato nella Cour d’Honnneur del Palais des Papes il Festival d’Avignone. Dal 1997 è entrato a far parte del repertorio della Comédie Française.


Face à Face - PICCOLO TEATRO DI MILANO - TEATRO STUDIO - lunedì 23 marzo 2009 ore 20.30 - ingresso libero fino a esaurimento posti

Musiche femminili?



Lunedì 23 marzo alle ore 18.30 presso la sede di Milano dell' Unione Femminile Nazionale, sarà di scena " Il Clavicembalo".
Ebbene si, sembra proprio che dai tempi del virginale e proprio per la sua denominazione e destinazione, il clavicembalo fu strumento eminentemente femminile e non solo…
Barbara Petrucci, una delle esecutrici attuali più autorevoli, ci guida alla scoperta di musiche femminili attraverso un programma ricco e sper certi versi sorprendente: Elisabeth-Claude Jacquet de La Guerre (1664 ca.-1729) La Flamande, Double de la Flamande, I et II Rigaudon; ChaconneOlimpia Della Torre (XVIII sec.) Sonata per il cembalo solo della Sig.ra Olimpia Della Torre Bolognese: Allegro, Andante, AllegroDal Fondo Antico della Biblioteca del Conservatorio di Genova; Maria Teresa Agnesi (1720-1795) Sonata per il Cembalo della Sig:ra Teresa Agnesi Pinottina [C.P.II/7]: Presto, Andante, PrestoMaria Teresa AgnesiSonata per Cembalo della Ill.ma Sig:ra donna Teresa Agnesi Pinotina [C.P.I/9]: Allegro, Andante, Allegro; Jacques Duphly(1715-1789) Les Grâces, La Cazamajor, Rondeau, La de Vatre, La Félix, La de Belombre.

Barbara Petrucci, nata a Roma, si è diplomata in pianoforte con Delia Pizzardi e in clavicembalo sia al Conservatorio “G. Verdi” di Milano con Emilia Fadini, sia alla Hochschule für Musik und darstellende Kunst di Graz, in Austria, con Gordon Murray. In oltre trent’anni di attività ha suonato come solista e continuista al cembalo e al fortepiano in prestigiose rassegne di musica antica in tante città d’Europa, negli Stati Uniti, in Argentina, in Brasile, in Turchia, nello Yemen, e in produzioni per la Rai-TV e per altre televisioni e radio italiane e straniere; ha inciso per Nuova Era, Stradivarius e Niccolò vari cd dedicati al Settecento francese e italiano che hanno riscosso lusinghieri successi di critica. Il suo repertorio spazia dagli autori italiani del tardo Cinquecento fino agli ultimi rappresentanti della letteratura settecentesca, soprattutto francese, estendendosi al periodo di transizione dal clavicembalo al fortepiano. Ha pubblicato articoli e recensioni su quotidiani e riviste di settore.
Da tempo si occupa di donne musiciste: ha realizzato per conto della Provincia di Milano una importante produzione sulle compositrici lombarde; insieme a Pinuccia Carrer sta pubblicando per “L’Oca del Cairo” di Parma l’edizione critica dell’opera tastieristica di Maria Teresa Agnesi e uno studio monografico sulla musicista. Dal 1982 insegna clavicembalo nei conservatori italiani, ed è attualmente titolare della cattedra al conservatorio "N.Paganini" di Genova.

Unione Femminile Nazionale - C.so di Porta Nuova, 32 - 20121 Milano



Giornate della lettura a Milano

Milano inaugura l'inizio della Primavera con le "Giornate della Lettura", progetto ideato dall'Assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory, che vedrà coinvolte le Istituzioni cittadine in due importanti appuntamenti: sabato 21 marzo dalle 10 alle 15 al Piccolo Teatro Strehler, scrittori, filosofi e saggisti tra cui Antonio Scurati, Armando Torno,Antonella Boralevi, Giancarlo Dettori, Giulio Giorello, Franca Nuti, Elisabetta Sgarbi, Carlo Sini, racconteranno il libro che ha cambiato la loro vita
Domenica 22 marzo - dalle 21 alle 24 - sempre al Piccolo Teatro , sarà la volta di "Il copione che ha cambiato la mia vita è...": in scena Daniele Abbado, Giulio Bosetti, Maddalena Crippa, Cesare Lievi, Lorenzo Loris, Laura Marinoni, Renzo Martinelli, Andrée Ruth Shammah, Serena Sinigaglia, Ferruccio Soleri, Franca Valeri, Patrizia Zappa Mulas a 'raccontare' il testo teatrale che ha segnato una svolta nella loro esperienza artistica e personale.
E proprio Domenica 22 alle 10,30 , altro appuntamento da non mancare sarà quello a Palazzo di Giustizia di Milano: 'maratona letteraria' organizzata dal Presidente del Tribunale dott.ssa Livia Pomodoro, sulla nostra Costituzione Italiana.
Così, approffittando di questo appuntamento, a noi piace unirci al coro e leggere - o meglio invitare Voi a leggere - ciò che nel 1920 ha anticipato la nostra Costituzione : la Carta di Libertà del Carnaro, Costituzione della Reggenza del Carnaro proclamata da Gabriele d'Annunzio I'8 settembre 1920.

«Fiume, libero comune italico da secoli, pel voto unanime dei cittadini e per la voce legittima del Consiglionazionale, dichiarò liberamente la sua dedizione piena ed intiera alla madre patria, il 30 ottobre 1918. Il suo diritto è triplice, come l'armatura impenetrabile del mito romano.
Fiume è l'estrema custode italica delle Giulie, è l'estrema rocca della cultura latina, è l'ultima portatrice del segno dantesco. Per lei, di secolo in secolo, di vicenda in vicenda, di lotta in lotta, di passione in passione, si serbò italiano il Carnaro di Dante. Da lei s'irraggiarono e s'irraggiano gli spiriti dell'italianità per le coste e per le isole, da Volosca a Laurana, da Moschiena ad Albona, da Veglia a Lussino, da Cherso ad Arbe.
E questo è il suo diritto storico.
Fiume, come già l'originaria Tarsatica posta contro la testata australe del Vallo liburnico, sorge e si stende di qua dalle Giulie. È pienamente compresa entro quel cerchio che la tradizione la storia e la scienza confermano confine sacro d'Italia. E questo è il suo diritto terrestre. Fiume con tenacissimo volere, eroica nel superare patimenti insidie violenze d'ogni sorta, rivendica da due anni la libertà di scegliersi il suo destino e il suo compito, in forza di quel giusto principio dichiarato ai popoli da taluno dei suoi stessi avversarii ingiusti.
E questo è il suo diritto umano.
Le contrastano il triplice diritto l'iniquità la cupidigia e la prepotenza straniere; a cui non si oppone la trista Italia, che lascia disconoscere e annientare la sua propria vittoria.
Per ciò il popolo della libera città di Fiume, sempre fisso al suo fato latino e sempre inteso al compimento del suo voto legittimo, delibera di rinnovellare i suoi ordinamenti secondo lo spirito della sua vita nuova, non limitandoli al territorio che sotto il titolo di Corpus separatum era assegnato alla corona ungarica, ma offrendoli alla fraterna elezione di quelle comunità adriatiche le quali desiderassero di rompere gli indugi, di scuotere l'opprimente tristezza e d'insorgere e di risorgere nel nome della nuova Italia.
Così, nel nome della nuova Italia, il popolo di Fiume costituito in giustizia e in libertà fa giuramento di combattere con tutte le sue forze, fino all'estremo, per mantenere contro chiunque la contiguità della sua terra alla madre patria, assertore e difensore perpetuo dei termini alpini segnati da Dio e da Roma.
DEI FONDAMENTI
I - Il popolo sovrano di Fiume, valendosi della sua sovranità non oppugnabile, né violabile, fa centro del suo libero stato il suo «Corpus separatum», con tutte le sue strade ferrate e con l'intiero suo porto.
Ma, come è fermo nel voler mantenere contigua la sua terra alla madre patria dalla parte di ponente; non rinunzia a un più giusto e più sicuro confine orientale che sia per essere determinato da prossime vicende politiche e da concordati conclusi coi comuni rurali e marittimi attratti dal regime del porto franco e dalla larghezza dei nuovi statuti.
II - La Reggenza italiana del Carnaro è costituita dalla terra di Fiume, dalle isole di antica tradizione veneta che per voto dichiararono di aderire alle sue fortune; e da tutte quelle comunità affini che per atto sincero di adesione possano esservi accolte secondo lo spirito di un'apposita legge prudenziale.
III - La Reggenza italiana del Carnaro è un governo schietto di popolo - res populi - che ha per fondamento la potenza del lavoro produttivo e per ordinamento le più larghe e le più varie forme dell'autonomia quale fu intesa ed esercitata nei quattro secoli gloriosi del nostro periodo comunale.
IV - La Reggenza riconosce e conferma la sovranità di tutti i cittadini senza divario di sesso, di stirpe, di lingua, di classe, di religione.
Ma amplia ed innalza e sostiene sopra ogni altro diritto i diritti dei produttori; abolisce o riduce la centralità soverchiante dei poteri costituiti; scompartisce le forze e gli officii; cosicché dal gioco armonico delle diversità sia fatta sempre vigorosa e più ricca la vita comune.
V - La Reggenza protegge, difende, preserva tutte le libertà e tutti i diritti popolari; assicura l'ordine interno con la disciplina e con la giustizia; si studia di ricondurre i giorni e le opere verso quel senso di virtuosa gioia che deve rinnovare dal profondo il popolo finalmente affrancato da un regime uniforme di soggezioni e di menzogne; costantemente si sforza di elevare la dignità e di accrescere la prosperità di tutti i cittadini, cosicché il ricevere la cittadinanza possa dal forestiero essere considerato nobile titolo e altissimo onore,come era un tempo il vivere con legge romana.
VI - Tutti i cittadini dello Stato, d'ambedue i sessi, sono e si sentono eguali davanti alla nuova legge.L'esercizio dei diritti riconosciuti dalla costituzione non può essere menomato né soppresso in alcuno se non per consegueza di giudizio pubblico e di condanna solenne.
VII - Le libertà fondamentali di pensiero, di stampa, di riunione, di associazione sono dagli statuti garantite atutti i cittadini.
Ogni culto religioso è ammesso, è rispettato e può edificare il suo tempio; ma nessun cittadino invochi la suacredenza e i suoi riti per sottrarsi all'adempimento dei doveri prescritti dalla legge viva.
L'abuso delle libertà statutarie, quando tenda a un fine illecito e turbi l'equilibrio della convivenza civile, può essere punito da apposite leggi; ma queste non devono in alcun modo ledere il principio perfetto di esse libertà.
VIII - Gli statuti garantiscono a tutti i cittadini d'ambedue i sessi: l'istruzione primaria in scuole chiare e salubri; l'educazione corporea in palestre aperte e fornite, il lavoro remunerato con un minimo di salario bastevole a ben vivere; l'assistenza nelle infermità, nella invalitudine, nella disoccupazione involontaria; la pensione di riposo per la vecchiaia; l'uso dei beni legittimamente acquistati; l'inviolabilità del domicilio; l'habeas corpus; il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abusato potere.
IX - Lo Stato non riconosce la proprietà come il dominio assoluto della persona sopra la cosa, ma la considera come la più utile delle funzioni sociali.
Nessuna proprietà può essere riservata alla persona quasi fosse una sua parte; né può esser lecito che tal proprietario infingardo la lasci inerte o ne disponga malamente, ad esclusione di ogni altro.
Unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio è il lavoro.
Solo il lavoro è padrone della sostanza resa massimamente fruttuosa e massimamente profittevole all'economia generale.
X - Il porto, la stazione, le strade ferrate comprese nel territorio fumàno sono proprietà perpetua
incontestabile ed inalienabile dello Stato.
È concesso - con un Breve del Porto franco - ampio e libero esercizio di commercio, di industria, di navigazione a tutti gli stranieri come agli indigeni, in perfetta parità di buon trattamento e immunità da gabelle ingorde e incolumità di persone e di cose.
XI - Una Banca nazionale del Carnaro, vigilata dalla Reggenza, ha l'incarico di emettere la carta moneta e di eseguire ogni altra operazione di credito.
Una legge apposita ne determinerà i modi e le regole, distinguendo nel tempo medesimo i diritti gli obblighi e gli oneri delle Banche già nel territorio operanti e di quelle che fossero per esservi fondate.
XII - Tutti i cittadini d'ambedue i sessi hanno facoltà piena di scegliere e di esercitare industrie professioni arti e mestieri.
Le industrie iniziate e alimentate dal denaro estraneo e ogni esercizio consentito a estranei troveranno le loro norme in una legge liberale.
XIII - Tre specie di spiriti e di forze concorrono all'ordinamento al movimento e all'incremento
dell'università: i Cittadini; le Corporazioni; i Comuni.
XIV - Tre sono le credenze religiose collocate sopra tutte le altre nella università dei Comuni giurati: la vita è bella, e degna che severamente e magnificamente la viva l'uomo rifatto intiero dalla libertà; l'uomo intiero è colui che sa ogni giorno inventare la sua propria virtù per ogni giorno offrire ai suoi fratelli un nuovo dono; il lavoro, anche il più umile, anche il più oscuro, se sia bene eseguito, tende alla bellezza e orna il mondo.
DEI CITTADINI
XV - Hanno grado e titolo di cittadini nella Reggenza tutti i cittadini presentemente noverati nella libera città di Fiume; tutti i cittadini appartenenti alle altre comunità che chiedono di far parte del nuovo Stato e vi sieno accolte; tutti coloro che per pubblico decreto del popolo sieno di cittadinanza privilegiati; tutti coloro che, avendo chiesta la cittadinanza legale, l'abbiano per decreto ottenuta.
XVI -I cittadini della Reggenza sono investiti di tutti i diritti civili e politici nel punto in cui compiono il ventesimo anno di età.
Senza distinzione di sesso diventano legittimamente elettori ed eleggibili per tutte le cariche
.
XVII - Saranno privi dei diritti politici, con regolare sentenza, i cittadini condannati in pena d'infamia; ribelli al servizio militare per la difesa del territorio; morosi al pagamento delle tasse; parassiti incorreggibili a carico della comunità, se non sieno corporalmente incapaci di lavorare per malattia o per vecchiezza.
DELLE CORPORAZIONI
XVIII - Lo Stato è la volontà comune e lo sforzo comune del popolo verso un sempre più alto grado di materiale e spirituale vigore. Soltanto i produttori assidui della ricchezza comune e i creatori assidui della potenza comune sono nella Reggenza i compiuti cittadini e costituiscono con essa una sola sostanza operante, una sola pienezza ascendente.
Qualunque sia la specie del lavoro fornito, di mano o d'ingegno, d'industria o d'arte, di ordinamento o di eseguimento, tutti sono per obbligo inscritti in una delle dieci Corporazioni costituite che prendono dal Comune l'imagine della lor figura, ma svolgono liberamente la loro energia e liberamente determinano gli obblighi mutui e le mutue provvidenze.
XIX - Alla prima Corporazione sono inscritti gli operai salariati dell'industria, dell'agricoltura, del
commercio, dei trasporti; e gli artigiani minuti e i piccoli proprietarii di terre che compiano essi medesimi la fatica rurale o che abbiano aiutatori pochi e avventizii.
La Corporazione seconda raccoglie tutti gli addetti ai corpi tecnici e amministrativi di ogni privata azienda industriale e rurale, esclusi i comproprietarii di essa azienda.
Nella terza si radunano tutti gli addetti alle aziende commerciali, che non sieno veri operai; e anche da questa sono esclusi i comproprietarii.
La quarta Corporazione associa i datori d'opra in imprese d'industria, d'agricoltura, di commercio, di trasporti, quando essi non siano soltanto proprietarii e comproprietarii ma - secondo lo spirito dei nuovi statuti - conduttori sagaci e accrescitori assidui dell'azienda.
Sono compresi nella quinta tutti i pubblici impiegati comunali e statuali di qualsiasi ordine.
La sesta comprende il fiore intellettuale del popolo: la gioventù studiosa e i suoi maestri: gli insegnanti delle scuole pubbliche e gli studenti degli istituti superiori; gli scultori, i pittori, i decorati, gli architetti, i musici, tutti quelli che esercitano le arti belle, le arti sceniche, le arti ornative.
Della settima fanno parte tutti quelli che esercitano professioni libere non considerate nelle precedenti rassegne.
L'ottava è costituita dalle Società cooperatrici di produzione, di lavoro e di consumo, industriali e agrarie; e non può essere rappresentata se non dagli amministratori alle Società stesse preposti.
La nona assomma tutta la gente di mare.
La decima non ha arte né novero né vocabolo.
La sua pienezza è attesa come quella della decima Musa.
È riservata alle forze misteriose del popolo in travaglio e in ascendimento. È quasi una figura votiva consacrata al genio ignoto, all'apparizione dell'uomo novissimo, alle trasfigurazioni ideali delle opere e dei giorni, alla compiuta liberazione dello spirito sopra l'ànsito penoso e il sudore di sangue.
È rappresentata, nel santuario civico, da una lampada ardente che porta inscritta un'antica parola toscana dell'epoca dei Comuni, stupenda allusione a una forma spiritualizzata del lavoro umano: «Fatica senza fatica».
XX - Ogni corporazione svolge il diritto di una compiuta persona giuridica compiutamente riconosciuta dallo Stato. Sceglie i suoi consoli; manifesta nelle sue adunanze la sua volontà; detta i suoi patti, i suoi capitoli, le sue convenzioni; regola secondo la sua saggezza e secondo le sue esperienze la propria autonomia; provvede ai suoi bisogni e accresce il suo patrimonio riscotendo dai consociati una imposta pecuniaria in misura della mercede, dello stipendio, del profitto d'azienda, del lucro professionale; difende in ogni campo la sua propria classe e si sforza di accrescerne la dignità; si studia di condurre a perfezione la tecnica delle arti e dei mestieri; cerca di disciplinare il lavoro volgendolo verso modelli di moderna bellezza; incorpora lavoratori minuti per animarli e avviarli a miglior prova; consacra gli obblighi del mutuo soccorso; determina le provvidenze in favore dei compagni infermi o indeboliti; inventa le sue insegne, i suoi emblemi, le sue musiche, i suoi canti, le sue preghiere; instituisce le sue cerimonie e i suoi riti; concorre, quanto più magnificamente possa, all'apparato delle comuni allegrezze, delle feste anniversarie, dei giuochi terrestri e marini; venera i suoi morti, onora i suoi decani, celebra i suoi eroi.
XXI - Le attinenze fra la Reggenza e le Corporazioni, e fra l'una e l'altra corporazione, sono regolate nei modi medesimi che gli statuti definiscono nel regolare le dipendenze fra i poteri centrali della Reggenza e i Comuni giurati, e fra l'uno e l'altro Comune.
I soci di ciascuna Corporazione costituiscono un libero corpo elettorale per eleggere i rappresentanti al Consiglio dei Provvisori.
Ai consoli delle Corporazioni e alle loro insegne è dovuto nelle cerimonie pubbliche il primo luogo.
DEI COMUNI
XXII - Si ristabilise per tutti i Comuni l'antico «potere normativo», che è il diritto d'autonomia pieno: il diritto particolare di darsi proprie leggi, entro il cerchio del diritto universo.
Essi esercitano in sé e per sé tutti i poteri che la Costituzione non attribuisce agli officii legislativi esecutivi e giudiziarii della Reggenza.
XXIII - A ogni Comune è data ampissima facoltà di formarsi un corpo unitario di leggi municipali,
variamente derivate dalla consuetudine propria, dalla propria indole, dall'energia trasmessa e dalla nuova coscienza. Ma deve ogni Comune chiedere per i suoi statuti la mallevadoria della Reggenza, che la concede: quando essi statuti non contengano nulla di palesemente o copertamente contrario allo spirito della Costituzione; quando essi statuti sieno approvati accettati votati dal popolo e possano essere riformati o emendati dalla volontà della schietta maggioranza cittadina.
XXIV - Ai Comuni è riconosciuto il diritto di condurre accordi, di praticare componimenti, di concludere trattati fra loro, in materia di legislazione e di amministrazione.
Ma è fatto a essi obbligo di sottoporli all'esame del Potere esecutivo centrale
.
Se il Potere stima che tali accordi componimenti trattati sieno in contrasto con lo spirito della Costituzione, li raccomanda per il giudizio inappellabile alla Corte della Ragione.
Se la Corte li dichiara illegittimi e invalidi, il potere esecutivo della Reggenza provvede a romperli e disfarli.
XXV - Quando l'ordine interno di un Comune sia turbato da fazioni, da sopraffazioni, da macchinazioni, o da una qualunque altra forma di violenza e d'insidia, quando l'integrità e la dignità di un Comune sieno minacciate o lese da un altro Comune prevaricante, il Potere esecutivo della Reggenza interviene mediatore e pacificatore, se richiedano l'intervento le autorità comunali concordi, se lo richieda il terzo dei cittadini esercitanti i diritti politici nel luogo stesso.
XXVI - Ai Comuni segnatamente si appartiene fondare l'istruzione primaria secondo le norme stabilite dal Consiglio scolastico dello Stato; nominare i giudici comunali; instituire e mantenere la polizia comunale; mettere imposte; contrarre prestiti nel territorio della Reggenza, o anche fuori del territorio ma con la mallevadoria del Governo che dimandato non la concede se non nei casi di manifesta necessità.
DEL POTERE LEGISLATIVO
XXVII - Esercitano il potere legislativo due corpi formati per elezione: il Consiglio degli Ottimi; il
Consiglio dei Provvisori.
XXVIII - Eleggono il Consiglio degli Ottimi, nei modi del suffragio universale diretto e segreto, tutti i cittadini della Reggenza che abbiano compiuto il ventesimo anno di età e che sieno investiti dei diritti politici.
Ogni cittadino votante della Reggenza può essere assunto al Consiglio degli Ottimi.
XXIX - Gli Ottimi durano nell'officio tre anni. Sono eletti in ragione di uno per ogni migliaio di elettori; ma in ogni caso non può il loro numero essere di sotto al trenta. Tutti gli elettori formano un corpo elettorale unico. L'elezione si compie nei modi del suffragio universale e della rappresentanza proporzionale.
XXX - Il Consiglio degli Ottimi ha potestà ordinatrice e legislatrice nel trattare: del Codice penale e civile, della Polizia, della Difesa nazionale, della Istruzione pubblica secondaria, delle Arti belle, dei Rapporti fra lo Stato e i Comuni.
Il Consiglio degli Ottimi per ordinario non si aduna sé non una volta l'anno, nel mese di ottobre, con brevità spiccatamente concisa.
XXXI - Il Consiglio dei Provvisori si compone di sessanta eletti, per elezione compiuta nei modi del suffragio universale segreto e con la regola della rappresentanza proporzionale.
Dieci Provvisori sono eletti dagli operai d'industria e dai lavoratori della terra; dieci dalla gente di mare; dieci dai datori d'opra; cinque dai tecnici agrarii e industriali; cinque dagli addetti alle amministrazioni delle aziende private; cinque dagli insegnanti delle scuole pubbliche, dagli studenti delle scuole superiori, e dagli altri consociati della sesta Corporazione; cinque dalle professioni libere; cinque dai pubblici impiegati; cinque dalle Società cooperatrici e di produzione, di lavoro e di consumo.
XXXII - I Provvisori durano nell'officio due anni. Non sono eleggibili se non appartengono alla
Corporazione rappresentata.
XXXIII - Per ordinario il Consiglio dei Provvisori si aduna due volte l'anno, nei mesi di maggio e di novembre, usando nel dibattito il modo laconico. Ha potestà ordinatrice e legislatrice nel trattare del Codice commerciale e marittimo; delle Discipline che conducono il lavoro continuato; dei Trasporti; delle Opere pubbliche; dei Trattati di commercio, delle dogane, delle tariffe, e d'altre materie affini; della Istruzione tecnica e professionale; delle Industrie e delle Banche; delle Arti e dei Mestieri.
XXXIV - Il Consiglio degli Ottimi e il Consiglio dei Provvisori si riuniscono una volta l'anno in un sol corpo, sul principio del mese di dicembre, costituendo un grande Consiglio nazionale sotto il titolo di Arengo del Carnaro.
L'Arengo tratta e delibera delle Relazioni con gli altri Stati; della Finanza e del Tesoro; degli Alti Studii; della riformabile Costituzione; dell'ampliata libertà.
DEL POTERE ESECUTIVO
XXXV - Esercitano il potere esecutivo della Reggenza sette Rettori partitamente eletti dall'Assemblea nazionale, dal Consiglio degli Ottimi, dal Consiglio dei Provvisori.
Il Rettore degli Affari Esteri, il Rettore delle Finanze e del Tesoro, il Rettore dell'Istruzione pubblica sono eletti dall'Assemblea nazionale.
Il Rettore dell'Interno e della Giustizia, il Rettore della Difesa nazionale sono eletti dal Consiglio degli Ottimi.
Il Consiglio dei Provvisori elegge il Rettore dell'Economia pubblica e il Rettore del Lavoro.
Il Rettore degli Affari Esteri assume titolo di Primo Rettore, e rappresenta la Reggenza al cospetto degli altri Stati «primus inter pares».
XXXVI - L'officio dei sette Rettori è stabile e continuo. Delibera di ogni cosa che non competa
all'amministrazione corrente. Il Primo Rettore regola il dibattito, e ha voto decisivo in caso di parità.
I Rettori sono eletti per un anno, e non sono rieleggibili se non per una volta sola.
Ma, dopo l'intervallo di un anno, possono essere novamente nominati.
DEL POTERE GIUDIZIARIO
XXXVII - Partecipano del potere giudiziario: i Buoni uomini, i Giudici del Lavoro, i Giudici togati, i Giudici del Maleficio, la Corte della Ragione.
XXXVIII - I Buoni uomini, eletti per fiducia popolare da tutti gli elettori dei varii comuni in misura del numero, giudicano delle controversie civili e commerciali sino al valore di cinquemila lire e sentenziano delle colpe che cadano sotto pene di durata non superiore a un anno.
XXXIX – I Giudici del Lavoro delle controversie singolari fra i salariati e i datori d'opra, fra gli stipendiati e i datori d'opra.
Essi costituiscono collegi di giudici nominati dalle Corporazioni che eleggono il Consiglio dei Provvisori.
In questa misura: due dagli operai d'industrie e dai lavoratori della terra; due dalla gente di mare; due dai datori d'opra; uno dai tecnici industriali ed agrarii; uno dalle libere professioni; uno dagli addetti alle amministrazioni delle private aziende; uno dagli impiegati pubblici; uno dagli Insegnanti, dagli studenti degli Istituti superiori e dagli altri socii della sesta Corporazione; uno dalle Società cooperatrici di produzione, di lavoro e di consumo.
I Giudici del Lavoro hanno facoltà di dividere in sezioni i loro collegi per sollecitare i giudizii, servitori pronti d'una giustizia leggera ed espeditissima.
Alle sezioni ricongiunte compete il giudizio d'appello.
XL - I Giudici togati giudicano di tutte quelle questioni civili commerciali e penali in cui i Buoni uomini e i Giudici del Lavoro non abbiano competenza, eccettuate quelle spettanti ai Giudici del Maleficio.
Costituiscono il Tribunale d'appello per le sentenze dei Buoni uomini.
Sono dalla Corte della Ragione scelti per concorsi fra i cittadini addottorati in legge.
XLI - Sette cittadini giurati, assistiti da due supplenti e presieduti da un Giudice togato, compongono il Tribunale del Maleficio, che giudica tutti i delitti di colore politico e tutti quei misfatti che sieno da punire con la privazione della libertà corporale per un tempo superiore al triennio.
XLII - Eletta dal Consiglio nazionale, la Corte della Ragione si compone di cinque membri effettivi e di due supplenti.
Dei membri effettivi almeno tre, dei supplenti almeno uno, saranno scelti fra i dottori di legge.
La Corte della Ragione giudica degli atti e decreti emanati dal Potere legislativo e dal Potere esecutivo, per accettarli conformi alla costituzione; di ogni conflitto statutario fra il Potere legislativo e il Potere esecutivo, fra la Reggenza e i Comuni, fra Comune e Comune, fra la Reggenza e le Corporazioni, fra la Reggenza e i privati, fra i Comuni e le Corporazioni, fra i Comuni e i privati; dei casi di alto tradimento contro la Reggenza per opera di cittadini partecipi del Potere legislativo e dell'esecutivo; degli attentati al diritto delle genti; delle contestazioni civili fra la Reggenza e i Comuni, fra Comune e Comune; delle trasgressioni commesse da partecipi dei poteri; delle questioni riguardanti i diritti di cittadinanza e i privi di patria; delle questioni di competenza fra i vani magistrati giudiciali.
La Corte della Ragione rivede in ultima istanza le sentenze e nomina per concorso i Giudici togati.
Ai cittadini costituiti in Corte della Ragione è fatto divieto di tenere alcun altro officio, sia nella sede sia in altro comune.
Né possono essi esercitare professione o industria o mestiere per tutta la durata della carica.
DEL COMANDANTE
XLIII - Quando la Reggenza venga in pericolo estremo e veda la sua salute nella devota sintonia d'un solo, che sappia raccogliere eccitare e condurre tutte le forze del popolo alla lotta e alla vittoria, il Consiglio nazionale solennemente adunato nell'Arengo può nominare a viva voce per voto il Comandante e a lui rimetterà la potestà suprema senza appellazione.
Il Consiglio determina il più o men breve tempo dall'imperio non dimenticando che nella Repubblica romana la dittatura durava sei mesi.
XLIV - Il Comandante, per la durata dell'imperio, assomma tutti i poteri politici e militari, lagislativi ed esecutivi.
I partecipi del Potere esecutivo assumono presso di lui officio di segretarii e commissarii.
XLV - Spirato il termine dell'imperio, il Consiglio nazionale si raduna e delibera di riconfermare il
Comandante nella carica, oppure di sostituire in suo luogo un altro cittadino, oppure di deporlo, o anche di bandirlo.
XLVI - Ogni cittadino investito dei diritti politici, sia o non sia partecipe dei poteri della Reggenza, può essere eletto al supremo officio.
DELLA DIFESA NAZIONALE
XLVII - Nella Reggenza italiana del Carnaro tutti i cittadini, d'ambedue i sessi, dall'età di diciassette anni all'età di cinquantacinque, sono obbligati al servizio militare per la difesa della terra.
Fatta la cerna, gli uomini validi servono nelle forze di terra e di mare, gli uomini meno atti e le donne salde servono nelle ambulanze, negli ospedali, nelle amministrazioni, nelle fabbriche d'armi, e in ogni altra opera ausiliaria, secondo l'attitudine e secondo la perizia di ognuno.
XLVIII - A tutti i cittadini che durante il servizio militare abbiano contratto una infermità insanabile, e alle loro famiglie in bisogno, è dovuto il largo soccorso dello Stato.
Lo Stato adotta i figli dei cittadini gloriosamente caduti in difesa della terra, soccorre i consanguinei se siano in distratta, raccomanda i nomi dei morti alla memoria della generazioni.
XLIX - In tempo di pace e di sicurezza, la Reggenza non mantiene l'esercito armato; ma tutta la nazione resta armata, nei modi prescritti dall'apposita legge, e allena con sagace sobrietà le sue forze di terra e di mare.
Lo stretto servizio è limitato ai periodi d'istruzione e ai casi di guerra guerreggiata o di pericolo prossimo.
In periodo d'istruzione e in caso di guerra, il cittadino non perde alcun dei suoi diritti civili e politici; e può esercitarli quando sieno conciliabili con la necessità della disciplina attiva.
DELL'ISTRUZIONE PUBBLICA
L - Per ogni gente di nobile origine la coltura è la più luminosa delle armi lunghe.
Per la gente adriatica, di secolo in secolo costretta a una lotta senza tregua contro l'usurpatore incolto, essa è più che un'arme: è una potenza indomabile come il diritto e come la fede
.
Per il popolo di Fiume, nell'atto medesimo della sua rinascita a libertà, diviene il più efficace strumento di salute e di fortuna sopra l'insidia estranea che da secoli la stringe.
La coltura è l'arma contro la corruzioni. La coltura è la saldezza contro le deformazioni.
Sul Carnaro di Dante il culto dalla lingua di Dante è appunto il rispetto e la custodia di ciò che in tutti i tempi fu considerato come il più prezioso tesoro dei popoli, come la più alta testimonianza dalla loro nobiltà originaria, come l'indice supremo del loro sentimento di dominazione morale.
La dominazione morale è la necessità guerriera del nuovo Stato. L'esaltazione delle belle idee umane sorge dalla sua volontà di vittoria.
Mentre compisce la sua unità, mentre conquista la sua libertà, mentre instaura la sua giustizia, il nuovo Stato deve sopra tutti i suoi propositi proporsi di difendere conservare propugnare la sua unità la sua libertà la sua giustizia nella regione dello spirito.
Roma deve qui essere presente nella sua coltura.
L'Italia deve qui essere presente nella sua coltura.
Il ritmo romano, il ritmo fatale del compimento, deve ricondurre su le vie consolari l'altra stirpe inquieta che s'illude di poter cancellare le grandi vestigia e di poter falsare la grande storia.
Nella terra di specie latina, nella terra smossa dal vomere latino, l'altra stirpe sarà foggiata o prima o poi dallo spirito creatore della latinità: il quale non è se non una disciplinata armonia di tutte quelle forze che concorrono alla formazione dell'uomo libero.
Qui si forma l'uomo libero.
E qui si prepara il regno dello spirito, pur nello sforzo del lavoro a nell'acredine del traffico.
Per ciò la Reggenza italiana del Carnaro pone alla sommità delle sue leggi la coltura del popolo; fonda sul patrimonio della grande coltura latina il suo patrimonio.
LI - È instituita nella città di Fiume una Università libera, collocata in un vasto edificio capace di contenere ogni maggiore aumento di studi e di studiosi, retta dai suoi proprii statuti come la Corporazione.
Sono nella città di Fiume instituite una Scuola di Arti belle, una Scuola di Arti decorative, una Scuola di Musica, poste sopra l'abolizione di ogni vizio e pregiudizio magistrali, condotte dal più sincero e ardito spirito di ricerca della novità, rette da un acume atto a purificarle dall'ingombro dei mal dotati e a scevarare i buoni dai migliori e a secondare i migliori nella scoperta di sé e dei nuovi rapporti fra la materia difficile e il sentimento umano.
LII - Provvede a ordinare le Scuole medie il Consiglio degli Ottimi; provvede a ordinare le Scuole tecniche e professionali il Consiglio dei Provvisori; provvede a ordinare gli Alti Studii il Consiglio Nazionale.
In tutte le scuole di tutti i Comuni l'insegnamento della lingua italiana ha privilegio insigne.
Nelle Scuole medie è obbligatorio l'insegnamento dei diversi idiomi parlati in tutta la Reggenza italiana del Carnaro.
L'insegnamento primario è dato nella lingua parlata dalla maggioranza degli abitanti di ciascun Comune e nella lingua parlata dalla minoranza in corsi paralleli.
Se alcun Comune tenti di sottrarsi all'obbligo d'istituire tali corsi, la Reggenza esercita il suo diritto di provvedervi, aggravando della spesa il Comune.
LIII - Un Consiglio scolastico determina l'ordine e il modo dell'insegnamento primario, che è d'obbligo nelle scuole di tutti i Comuni.
L'insegnamento del canto corale fondato su i motivi della più ingenua poesia paesana e l'insegnamento dell'ornato su gli esempii della più fresca arte rustica hanno il primo luogo.
Compongono il Consiglio un rappresentante di ciascun Comune, due rappresentanti delle Scuole medie, due delle Scuole tecniche e professionali, due degli Istituti superiori, eletti dagli insegnanti e dagli studenti, due della Scuola di Musica, due della Scuola di Arti decorative.
LIV - Alle chiare pareti delle scuole aerate non convengono emblemi di religione né figure di parte politica.
Le scuole pubbliche accolgono i seguaci di tutte le confessioni religiose, i credenti di tutte le fedi, e quelli che possono vivere senza altare e senza Dio. Perfettamente rispettata è la libertà di coscienza. E ciascuno può fare la sua preghiera tacita
.
Ma ricorrono su le pareti quelle iscrizioni sobrie che eccitano l'anima e, come i temi d'una sinfonia eroica, ripetute non perdono mai il loro potere di rapimento.
Ma ricorrono sulle pareti le imagini grandiose di quei capolavori che con la massima potenza lirica interpretano la perpetua aspirazione e la perpetua implorazione degli uomini.
DELLA RIFORMA STATUTARIA
LV - Ogni sette anni il grande Consiglio nazionale si aduna in assemblea straordinaria per la riforma della Costituzione.
Ma la Costituzione può essere riformata in ogni tempo, quando sia chiesto dal terzo dei cittadini in diritto di voto.
Hanno facoltà di proporre emendamenti al testo della Costituzione i membri del Consiglio nazionale, le rappresentanze dei Comuni, la Corte della Ragione, le Corporazioni.
DEL DIRITTO D'INIZIATIVA
LVI -Tutti i cittadini appartenenti ai corpi elettorali hanno il diritto d'iniziare proposte di leggi che riguardino le materie riservate all'opera dell'uno o dell'altro Consiglio, rispettivamente.
Ma l'iniziativa non è valida se almeno il quarto degli elettori, per l'uno o per l'altro Consiglio, non la promuova e non la sostenga.
DELLA RIPROVA POPOLARE
LVII - Tutte le leggi sancite dai due corpi del Potere legislativo possono essere sottoposte alla riprova del consenso o del dissenso pubblico quando la riprova sia domandata da un numero di elettori eguale per lo meno al quarto dei cittadini in diritto di voto.
DEL DIRITTO DI PETIZIONE
LVIII - Tutti i cittadini hanno diritto di petizione verso i corpi legislativi che da essi furono per buon diritto eletti.
DELLA INCOMPATIBILITÀ
LIX - Nessun cittadino può esercitare più di un potere né partecipare di due corpi legislativi nel tempo medesimo.
DELLA RIVOCAZIONE
LX - Ogni cittadino può essere rivocato dall'officio che occupa quando egli perda i diritti politici per sentenza confermata dalla Corte della Ragione, quando la rivocazione sia imposta per voto schietto dalla metà più uno degli inscritti al corpo elettorale.
DELLA RESPONSABILITÀ
LXI - Tutti i partecipi dei poteri e tutti i pubblici ufficiali della Reggenza sono penalmente e civilmente responsabili del danno che allo Stato al Comune alla Corporazione al semplice cittadino rechino le loro trasgressioni, per abuso, per incuria, per codardia, per inettezza.
DELLA RETRIBUZIONE
LXII - A tutti gli ufficiali pubblici, nominati negli statuti e collocati nel nuovo ordinamento, è fatta una retribuzione giusta; che una legge votata dal Consiglio nazionale determina di anno in anno.
DELLA EDILITÀ
LXIII - È instituito nella Reggenza un collegio di Edili, eletto con un discernimento fra gli uomini di gusto puro, di squisita perizia, di educazione novissima.
Più che l'edilità romana il collegio rinnovella quegli «Ufficiali dell'Ornato» della città che nel nostro Quattrocento componevano una via o una piazza con quel medesimo senso musicale che li guidava nell'apparato di una pompa repubblicana o in una rappresentazione carnascialesca.
Esso presiede al decoro dal vivere cittadino; cura la sicurezza la decenza la sanità degli edifizii pubblici e della case particolari; impedisce il deturpamento delle vie con fabbriche sconce o mal collocate; allestisce la feste civiche di terra e di mare con sobria eleganza, ricordandosi di quei padri nostri a cui per fare miracoli di gioia bastava la dolce luce, qualche leggera ghirlanda, l'arte del movimento e dell'aggruppamento umano; persuade i lavoratori che l'ornare con qualche segno di arte popolesca la più umile abitazione è un atto pio, e che v'è un sentimento religioso del mistero umano e della natura profonda nel più semplice segno che di generazione in generazione si trasmette inciso o dipinto nella madia, nella culla, nel telaio, nella conocchia, nel forziere, nel giogo; si studia di ridare al popolo l'amore della linea bella e del bel colore nelle cose che servono alla vita d'ogni giorno, mostrandogli quel che la nostra gente vecchia sapesse fare con un leggero
motivo geometrico con una stella con un fiore con un cuore con un serpe con una colomba un boccale, sopra un orcio, sopra una mezzina, sopra una panca, sopra un cofano, sopra un vassoio; si studia di dimostrare al popolo perché e come lo spirito delle antiche libertà comunali si manifestasse non soltanto nelle linee, nei rilievi, nelle connettiture delle pietre, ma perfino nell'impronta dell'uomo posta sul l'utensile fatto vivente e potente; infine, convinto che un popolo non può avere se non l'architettura che meritano la robustezza delle sue ossa e la nobiltà della sua fronte, si studia di incitare e di avviare intraprenditori e costruttori a comprendere come le nuove materie - il ferro il vetro i cementi - non domandino se non di essere inalzate alla vita armoniosa nelle invenzioni della nuova architettura.
DELLA MUSICA
LXIV - Nella Reggenza italiana dal Carnaro la Musica è una istituzione religiosa e sociale.
Ogni mille, ogni duemila anni sorge dalla profondità del popolo un inno e si perpetua.
Un grande popolo non è soltanto quello che crea il suo Dio a sua simiglianza ma quello che anche crea il suo inno per il suo Dio.

Se ogni rinascita d'una gente nobile è uno sforzo lirico, se ogni sentimento unanime e creatore è una potenza lirica, se ogni ordine nuovo è un ordine lirico nel senso vigoroso e impetuoso della parola, la Musica considerata come un linguaggio rituale è l'esaltatrice dell'atto di vita, dell'opera di vita.
Non sembra che la grande Musica annunzi ogni volta alla moltitudine intenta e ansiosa il regno dello spirito?

Il regno dello spirito umano non è cominciato ancora.
«Quando la materia operante su la materia potrà tener vece delle braccia dell'uomo, allora lo spirito comincerà a intravedere l'aurora della sua libertà» disse un uomo adriatico, un uomo dalmatico: il cieco veggente di Sebenico.
Come il grido del gallo eccita l'alba, la musica eccita l'aurora: «excitat auroram».
Intanto negli strumenti del lavoro e del lucro e del gioco, nelle macchine fragorose che anch'esse
obbediscono al ritmo esatto come la poesia, la Musica trova i suoi movimenti e le sue pienezze.
Delle sue pause è formato il silenzio della decima Corporazione.
LXV - Sono istituti in tutti i Comuni della Reggenza corpi corali e corpi istrumentali con sovvenzione dallo Stato.
Nella città di Fiume al collegio degli Edili è commessa l'edificazione di una Rotonda capace di almeno diecimila uditori, fornita di gradinate comode per il popolo e d'una vasta fossa per l'orchestra e per il coro.
Le grandi celebrazioni corali e orchestrali sono «totalmente gratuite» come dai padri della Chiesa è detto delle grazie di Dio.
«Statutum et ordinatum est. Iuro ego»
E questo, nel 1920.
Buona lettura...