Dalla bohème milanese alla Roma bizantina

noi siamo i figli dei padri ammalati: aquile al tempo di mutar le piume, svolazziamo muti, attoniti, affamati, sull’agonia di un nume.” (Emilio Praga- Penombre-1864)

Nella bella cornice della Biblioteca di via Senato, inaugura la mostra a ingresso libero ‘La Scapigliatura e Angelo Sommaruga’, dal 26 giugno al 22 novembre 2009, organizzata con il contributo del Comune di Milano - settore Cultura - in concomitanza con l’esposizione ‘Scapigliatura. Un pandemonio per cambiare l’arte’ allestita a Palazzo Reale.
Partendo dai testi, dalle riviste e dai documenti della Scapigliatura e attraverso l’inedito Fondo Angelo Sommaruga ( di proprietà della Fondazione Biblioteca di via Senato, qui esposto per la prima volta), l’esposizione intende evidenziare come la Scapigliatura non sia stata solamente un episodio locale di imitazione delle mode artistiche d’Oltralpe, ma uno dei momenti più caratterizzanti della cultura italiana dell’800.
In una società che andava inesorabilmente cambiando, la Scapigliatura si è lentamente trasformata in quella che viene definita la letteratura della Nuova Italia, precorrendo temi che troveranno ampio spazio nelle avanguardie del primo ‘900, anche grazie all’opera intelligente dell’editore Sommaruga -ormai dimenticato dai più- anche per le traversie politiche ed economiche che lo tennero a lungo lontano dall’Italia.
Sommaruga provenendo dal mondo della bohèmien milanese seppe portare, all’indomani della proclamazione di Roma capitale, una ventata di radicale novità nel mondo sonnacchioso dei salotti romani.

Curata da Annie-Paule Quinsac - storica dell’arte e curatrice anche della mostra allestita a Palazzo Reale - Giuseppe Farinelli – docente ordinario di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea presso l’Università Cattolica di Milano e Matteo Noja – conservatore della Biblioteca di via Senato - la mostra realizzata in collaborazione con la Civica Raccolta delle Stampe “Achille Bertarelli”, nonchè la Biblioteca Comunale Centrale – Palazzo Sormani- è arricchita da opere di Ernesto Bazzaro, Luigi Conconi, Tranquillo Cremona, Eugenio Pellini, Daniele Ranzoni, Paolo Troubetzkoy, una sezione dedicata alle caricature e libri, riviste,documenti di Carducci, d’Annunzio, De Amicis, Verga, Matilde Serao.

La Scapigliatura e Angelo Sommaruga’

dal 26 giugno al 22 novembre 2009 Fondazione Biblioteca di via Senato 14 – Milano – da martedì a domenica ore 10-18 orario continuato - chiuso il lunedì - Ingresso libero

Ciao Nina

" Io devo a Paolo Grassi e Giorgio Strehler tutto quello che ho imparato della vita: comprensione, tolleranza, indulgenza, e soprattutto umanità, la facoltà di riconoscere e apprezzare gli autentici valori che la vita man mano ci offre. Ho passato giornate intere a cercare di separare Paolo e Giorgio in lite per la data della prima, per il numero di prove, che si prendevano a calci, si buttavano i posacenere… ma discutevano di cultura, una cosa che sarà sempre alla base della vita. Cosa è stata la vita del Piccolo? Arte e cultura ma dentro c’era la vita… perché il teatro nella società rappresenta un luogo dove gli uomini vanno ad ascoltare le parole di altri uomini. Ed è questa la vera solidarietà.
Certo la nascita del Piccolo fu importante per scuotere Milano e i milanesi, ma lo fu soprattutto per l’Europa che, da subito, colse la novità dell’esperienza. La Francia, allora così all’avanguardia per la teorizzazione di un teatro nuovo, voleva i nostri spettacoli, eravamo amatissimi dai teatri dei Paesi scandinavi e riuscimmo, con le tournée americane, ad affascinare anche gli Stati Uniti e l’America del Sud. Il Piccolo era accolto con calore, sia per l’alta poetica delle rappresentazioni strehleriane, sia per la perfezione della macchina produttiva e gestionale.
Il Piccolo ha dovuto inventarsi molte cose nel campo della gestione aziendale, oltre che in quello dell’arte. Nel 1947, anno della nascita del Piccolo, riuscimmo a coinvolgere nella nostra impresa molti industriali milanesi, la grande borghesia imprenditoriale, da Pirelli a Adriano Olivetti, a quella grande figura che fu Mattioli, il presidente della Banca Commerciale Italiana. Ma devo dire che, per primi, abbiamo ideato molte iniziative nel campo della promozione e della gestione del nostro teatro: dai contatti con il mondo della pubblicità, alla creazione degli abbonamenti, all’organizzazione del pubblico tra le scuole e i sindacati e, più recentemente, l’informatizzazione della biglietteria. E siamo forse stati l’unico teatro che si fa certificare il bilancio da una società competente.
Come teatro stabile, abbiamo avuto una produzione molto particolare, in quanto abbiamo lavorato all’estero organizzando un’attività completa, con approfondimenti culturali e dibattiti intorno ad ogni spettacolo. Molti teatri privati allestiscono qualche spettacolo all’estero, ma non in modo sistematico come il Piccolo. La nostra attività è molto più apprezzata all’estero che nel nostro Paese, avaro di riconoscimenti pubblici nei confronti delle proprie istituzioni culturali.
Ho fatto qualche tournée con la compagnia all’estero e ho ricordi molto belli di ogni spettacolo. Mi ha colpita molto, quando siamo andati a Los Angeles con “La tempesta”, la straordinaria reazione del pubblico americano, un po’ infantile, diversa dalla nostra: quando Ariel volava, gli spettatori emettevano gridolini come bambini. In URSS la partecipazione era anche maggiore, commovente, con un approfondimento inimmaginabile. Ma dappertutto abbiamo avuto grande successo.
Ricordo opere innovatrici che abbiamo portato al Piccolo, il Living e il Bread and Puppet.
E rammento volentieri registi e autori venuti a lavorare al Piccolo, da Patrice Chéreau, che in un certo senso è nato da noi, a Grüber, Bob Wilson e soprattutto Brecht, un uomo molto semplice, discreto, interessante, fuori dei cliché dell’uomo che si mette in evidenza, con una grande ricchezza interiore, al pari di sua moglie, Helene Weigel." Nina Vinchi
dal volume “Piccolo è il mondo”, edito da Piccolo Teatro e Fiera Milano, 2006 - foto Busacca

Modi di morire

Organizzato dall’Unione Femminile Nazionale e dalla Libera Università delle Donne in collaborazione con Associazione A77, martedì 16 giugno presso la sede milanese dell’Unione, Maddalena Gasparini e Maria Nadotti incontreranno Iona Heath , autrice di “Modi di Morire”.

Medico di base, la Heath lavora dal 1975 presso il Caversham Group Practice di Kentish Town, nella zona di Camden, a Londra. Da oltre vent’anni componente del Council of the Royal College of General Practitioners, dal 1997 al 2003 ha presieduto l’Health Inequalities Standing Group e dal 1998 al 2004 il Committee on Medical Ethics. Dal 1997 al 1999 ha fatto parte della Royal Commission on Long Term Care for the Elderly e dal 2004 al 2007 della Human Genetics Commission. Attualmente presiede il College’s International Committee e l’Ethics Committee del “British Medical Journal”.
Autrice di vari saggi, tra cui The Mystery of General Practice (1996) e – in collaborazione con Patricia E. Hutt e Roger Neighbour – Confronting an Ill Society: David Widgery, General Practice, Idealism and the Chase for Change, con “Modi di morire” (Bollati Boringhieri, 2008) affronta il tema delicato del rapporto tra medico e paziente.
Che cosa succede quando la medicina è messa in scacco da una malattia terminale o semplicemente dalla vecchiaia? Che rapporto si instaura tra medico e paziente, quando il crinale tra vita e morte si fa sempre più sottile? Come dialogare con chi sta per lasciarci? Come accompagnarlo senza ridurlo a oggetto di inutile accanimento terapeutico? Come e quando passare dalla cura all’alleviamento? Come rendere più lieve e dignitoso il trapasso? Che grado di autonomia rivendicare al termine della vita, sia come individui sia nell’esercizio della professione medica? Quali possibilità, in una società come la nostra, che la morte assuma una valenza sociale?’

Martedì 16 giugno, ore 20.30 - Unione Femminile Nazionale - C.so di Porta Nuova, 32 - 20121 Milano

La strana coppia della danza

Approda allo Strehler di Milano dal 16 al 18 giugno “Three Solos and a Duet” : così lontani, così vicini tra loro, Mikhail Baryshnikov e Ana Laguna sono la più stupefacente strana coppia della danza di oggi.

Lui è “the greatest living dancer”: dalle vette del balletto russo, l’ex transfuga Misha non ha fatto altro che cambiare tutto per non cambiare niente; è rimasto se stesso, una superstar curiosa, perfezionista, inguaribilmente snob. Dopo essere stato il più musicale dei 'Principi del balletto zarista', ha frequentato a lungo il neo-modern e post-modern Usa di Twyla Tharp e Mark Morris per poi concedersi qualche ardita “escursione”: ha calzato tacchi vertiginosi come Achille per il provocatorio Richard Move, si è calato nei panni del fascinoso Aleksandr Petrovsky nel cult tv “Sex & the City”.
Di lei, la spagnola Ana, si sa molto meno: da sempre musa del marito coreografo, lo svedese Mats Ek, è un’antidiva defilata dalla mondanità, immune da qualsiasi vanità femminile. Interprete di viscerale espressività, ha saputo scolpire a piedi nudi creature borderline per le poetiche coreografie contemporanee di Ek. Insieme, Misha & Ana formano una miscela esplosiva.

Con grande smacco di chi vorrebbe la danza perennemente congelata in una smagliante gioventù, ecco la lezione di due sublimi sessantenni. Non salgono in cattedra, ma scivolano nelle angustie del quotidiano - tratteggiato da un tavolo e un tappeto - simulacri di una vita qualunque in cui cullarsi, specchiarsi, accapigliarsi, ritrovarsi.

È “Place”, una tessitura di gesti minuti modellata sui corpi intelligenti di Baryshnikov e Laguna da uno dei maestri più sensibili della scena contemporanea - Mats Ek - che per i due ha adattato anche il suo “Solo for Two”, originariamente concepito per Sylvie Guillem e Niklas Ek, su musica di Arvo Pärt, in cui si intrecciano solitudine, distanza e desiderio tra una donna e un uomo a lungo sospirato.

E' il nuovissimo assolo per Baryshnikov sul la “Valse Fantasie” di Mikhail Glinka - ideato dall’ex direttore del Balletto del Bolshoi Alerei Ratmanski- e un secondo solo per Misha dal titolo “Years Later”, firmato nel 2007 dal francese Benjamin Millepied, principal dancer del New York City Ballet, su musiche di Philip Glass, Erik Satie e Akira Rabelais a riservare le sorprese forse più 'ardite' per questi sessantenni, strana coppia in assolo, da non mancare.


Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 16 al 18 giugno 2009 ore 20.30 'Three Solos and a Duet'
Biglietteria telefonica 848800304 - www.piccoloteatro.org


La Masterclass di Ronconi


Al via domenica 14 giugno la quinta edizione di Masterclass: fino a martedì 30 giugno si alterneranno al Teatro Studio - in alcune sale prova e sul retropalco del Teatro Strehler - otto scuole provenienti da Cina, Ungheria, Russia, Regno Unito, Francia.


Realizzata in collaborazione con Pirelli RE, quest’anno la ‘Casa delle Scuole di Teatro’ ideata da Luca Ronconi, avrà tra gli ospiti d’onore Guido Ceronetti, che porterà in teatro frammenti dalla sua raccolta ‘Le ballate dell’angelo ferito’, viaggio intorno alla fragilità della condizione umana; il “clown da teatro” Pierre Byland - come lo definì Jacques Lecoq - alla cui prestigiosa scuola l’artista si formò, che terrà un workshop dal titolo ‘La scoperta del clown interiore’; l’Accademia Teatrale di Shanghai - istituzione con cui il Piccolo ha stabilito alcune stagioni fa un protocollo di scambio - che oltre a portare in scena un lavoro teatrale legato a un autore cinese contemporaneo, è anche protagonista di un laboratorio su Pirandello.
Tra le novità la Scuola Superiore Shepkin di Mosca, che lo scorso anno ha ospitato la prima avventura della neonata Accademia Internazionale della Commedia dell’Arte diretta da Ferruccio Soleri e che propone un excursus tra i classici del teatro russo del Novecento; la Scuola del Piccolo che conclude il primo anno del suo percorso triennale con una performance dal titolo “Variazioni sul clown”, riprendendo le fila di quel tema della clownerie variamente approfondito nei numerosi workshop.
Ad un pubblico di universitari, provenienti da dieci diverse istituzioni (Università IULM - Libera Università di Lingue e Comunicazione, Scuola d'Arte Drammatica Paolo Grassi, Nuova Accademia di Belle Arti Milano NABA, Università degli Studi di Milano, Università Commerciale Luigi Bocconi, Università degli Studi di Milano-Bicocca, Università Cattolica del Sacro Cuore, Politecnico di Milano, Accademia di Comunicazione, Università di Düsseldorf) è dedicato un progetto di formazione coordinato da Emiliano Bronzino, regista del Piccolo Teatro ed assistente di Luca Ronconi, che prevede la partecipazione alle dimostrazioni-spettacolo, ad incontri con registi e compagnie e al workshop con Pierre Byland.

Introduce la Masterclass il seminario ‘La filosofia del comico’, organizzato in collaborazione con la cattedra di Estetica dell’Università degli Studi di Milano, per raccontare la comicità dell’infelicità attraverso i secoli, dagli antichi a Beckett, a Nietsche, a Deleuze.


Masterclass - La Casa delle Scuole di Teatro
Piccolo Teatro Studio - Piccolo Teatro Strehler
14-30 giugno 2009


Per informazioni sulle modalità di accesso agli spettacoli: masterclass@piccoloteatromilano.it.
Per lo spettacolo di Guido Ceronetti, posto unico 10 euro

Diavolo di un Buzzati!


'Art&Music Festival 2009' inaugura con un grande evento il calendario di appuntamenti nella città di Milano: giovedì 11 e venerdì 12 giugno al Piccolo Teatro Studio sarà in scena la prima rappresentazione assoluta della versione originale di “Ferrovia soprelevata”, racconto musicale in sei episodi del grande Dino Buzzati musicato da Luciano Chailly, uno dei più significativi compositori del secondo Novecento italiano.

La riscoperta è straordinaria: una storia surreale, una forma mista di teatro e musica, di commedia e melodramma, nella quale musica e testo si sviluppano in simbiosi perfetta; una partitura musicale originalissima, priva di archi, nella quale si combinano fiati, tastiere e una schiera di percussioni.

Così Buzzati ha riassunto la fantasiosa vicenda: “ Un diavolo, spedito in missione sulla terra col nome di Max per condurre a perdizione le anime, si innamora proprio della ragazza ch’egli è riuscito a rovinare, di nome Laura. Da qui la sua conversione; affronta la pericolosa incognita di un elettroshock che non si può prevedere quale risultato dia, e che infatti lo trasforma in cane. Ciò non gli impedisce di riscattare la sua natura demoniaca con un gesto eroico e disperato insieme, buttandosi sotto al treno dei diavoli che portano Laura all’inferno. E lo fa deragliare. Così la storia si conclude per Max in un ipotetico paradiso, con la soddisfazione di tutti, tranne che di Belzebù, e con un gioioso alleluja”.
Come anticipato, si tratta della prima rappresentazione assoluta del testo originale, al quale, in occasione dell’unica rappresentazione del 1955, la commissione di censura aveva imposto radicali modifiche; l’intero quinto episodio, che rappresenta un esorcismo praticato da un vescovo, dovette essere completamente riscritto e trasformato in una seduta psicanalitica. Ciò provocava una dicotomia fra il testo nuovo e la musica scritta per quello precedente. La versione originale è stata ripristinata sulla base dei manoscritti autografi, pertanto l’opera andrà in scena per la prima volta come la vollero gli autori.
La parte dello speaker, che tiene le fila della vicenda che si svolge sulla scena, è stata affidata a un interprete “anomalo”: il famoso rapper Frankie Hi Nrg, mentre gli attori principali sono artisti familiari alle produzioni del Piccolo: Giorgia Senesi, Pierluigi Corallo, Giorgio Ginex, Sergio Leone. La regia è di Lisa Nava mentre l’Orchestra Milano Classica è diretta da Gianluca Capuano. La danzatrice iraniana Deniz Azhar Azari, il soprano Mya Fracassini e il baritono Davide Rocca completano lo sterminato cast, che prevede anche mimi, un coro misto (Rhaudenses Cantores diretti da Giovanni Scomparin) e un coro di voci bianche (Piccoli Cantori delle Colline di Brianza diretti da Floranna Spreafico).
Scene di Roberta Pagani, costumi di Margherita Maltese.

Info e prenotazioni: Piccolo Teatro 02.42411889 Biglietto: 10 euro

Serate Bastarde

" Esiste une versione ufficiale della storia ed esiste anche una versione ufficiale del nostro presente. In genere è raccontato dalla televisione (e dall’informazione). La televisione diventa la verità e nella vita cerchiamo di riprodurla. Per riuscirci occorre essere tendenzialmente belli, tendenzialment ricchi, tendenzialmente di successo, tendenzialmente arditi, tendenzialmente veloci, tendenzialmente sfrontati, tendenzialmente erotomani e insieme probi, tendenzialmente produttivi, tendenzialmente solari, tendenzialmente in una maggioranza, tendenzialmente automuniti. Ma c’è un problema: nella realtà siamo storti. Inadeguati. Tendenzialmente brutti, tendenzialmente senza soldi, recentemente senza futuro, tendenzialmente bugiardi. Non siamo ottimi figli, spesso neanche buoni genitori. Siamo umani. E, attualmente, nella crisi: ovvero nel momento terrificante e straordinario della separazione, nel momento della decisione. Un momento che separa ciò che è stato da ciò che potrebbe essere. Il passo dalla finanza alla filosofia è breve.
Serate Bastarde nasce dal desiderio di parlare delle nostre paure: paura di diventare poveri, paura che i vicini di casa ci sparino, paura degli arabi, paura delle malattie, paura di non essere amate per le ustioni che portiamo sul corpo, paura di rimanere fregate, paura di aprire la bocca e paura di morire senza aver aperto la bocca. E nasce dal desiderio di parlare delle nostre spinte rigeneratrici: le parole che rompono le convenzioni del linguaggio. E si sa che la rottura del linguaggio porta con sé la rottura dei complessi.
Raccontare tutto ciò senza la mediazione della metafora ma attraverso la corporalità suicidale dell’incontro diretto con lo spettatore.
Per questo, dentro al racconto, ci siamo messe dentro noi per prime, e il nostro corpo: un’ustionata di 4° grado, le nostre esperienze famigliari, i nostri lutti. Gli argomenti che affrontiamo son quelli delle grandi occasioni: sesso, morte e politica. Il linguaggio è quello del Satiro, quell’essere a membro eretto che aveva il compito di purificare la terra dagli spiriti maligni ostentando riso e linguaggio scurrile come affermazioni della potenza rigeneratrice della natura. Che ha il compito di attaccare i territori di premesse e pregiudizi in cui siamo incappate. E di contro il linguaggio della poesia che solleva il mondano e lo lancia nello spazio.
La vita è breve e la necessità della liberazione un dovere.
Il dovere di conoscere la verità dei fatti, di conoscere chi si è veramente al di là di quello che qualcuno ci richiede di essere.
In genere il mondo lo vediamo tratteggiato in maniera lungamente più grossolana della nostra intima consapevolezza del mondo stesso.
Ma la società si è strutturata per sottrarci il fuoco dell’indagine, la Sorpresa, e ancora peggio: l’Entusiasmo. Ci siamo strutturati per perdere l’uso della parola, la capacità di raccontare ciò che esattamente siamo, ciò che esattamente vorremmo essere(...)
La sorpresa di scoprire cosa c’è, attualmente, dietro alla guerra, dietro a un corpo martoriato dal fuoco, dentro alla casa di una pensionata costretta a lavorare a settant’anni, dietro alla morale della religione, dentro al lutto, dietro alla bandiera." Renata Ciaravino
ore 21.00 martedi 9 giugno ore 21.00 mercoledi 10 giugno ore 21.30
Piccolo Teatro Strehler/Scatola Magica - Milano
TriTTico Festival MIX Milano
Compagnia Dionisi
di Renata Ciaravino e di Carmen Pellegrinelli e Silvia Gallerano
con Ciaravino, Gallerano, Pellegrinelli,
Filmaking di Elvio Longato
Direzione tecnica di Carlo Compare
Produzione Marina Belli
Organizzazione Alessandra Maculan

Ready Made Butoh

Otto anni di ricerche, stage, spettacoli, per approfondire e realizzare una sintesi ed una convergenza tra le arti così dette visive, il teatro e la danza Butoh. Questo è il percorso artistico del gruppo Oloart.
Ready Made-Butoh - omaggiando due importanti artisti del secolo scorso -rievoca, in una chiave dada tra il drammatico, il surreale ed il grottesco, un teatro senza parola, di un fascino ed una suggestione che prende il pubblico e lo trascina in ambiti emozionali estremi. Oriente e occidente, danza e racconto teatrale, scultura e performance,musica contemporanea e visioni evocative, in un arte “olistica” di avanguardia.
Di Tadeutz Kantor i personaggi del teatro e della pittura vengono riproposti sulla scena in chiave Butoh. Il corpo degli interpreti è in bilico tra la disciplina della scultura, della danza e del teatro tra il drammatico ed il grottesco che ricorda l'opera teatrale “Classe Morta” dell’artista polacco.
Più surreale e provocatorio invece l’omaggio Marcel Duchamp dove gli interpreti liberano, in uno spirito decisamente “dada”, l’entusiasmo per la riscoperta dell’oggetto di uso comune così come un corpo di “uso comune” che sulla scena si carica di valenze sicuramente attinenti all’arte totale, l’arte della natura.

READY MADE BUTOH - Guppo Oloart
Domenica 7 giugnoh. 21,00 - Spazio Opera Osnago - Ingresso: 5 €

Orchestra Senza Confini

Al suo penultimo appuntamento la rassegna "Orchestra Senza Confini" rende omaggio a Jimmy Heath, il grande musicista afroamericano nato il 25 ottobre del 1926 e tuttora in piena e creativa attività, lunedì 25 maggio presso il Piccolo Teatro.
Heath, un classico esempio di “musicista per musicisti”, è sassofonista di altissimo profilo oltre che un riconosciuto maestro nell’arte della composizione e dell’arrangiamento.
Influenzato inizialmente da Charlie Parker e a tale proposito soprannominato “Little Bird”, vicino a John Coltrane (che suonò anche nella sua big band alla fine degli anni ’40), lo seguì negli anni del suo apprendistato e poi contribuì a farlo entrare nel primo quintetto di Miles Davis. Proprio con Davis, Jimmy Heath suonerà dopo l’uscita dal gruppo di Coltrane e Davis, anni dopo, inciderà il suo brano Gingerbread Boy, che verrà presentato in questo concerto insieme ad altri classici del sassofonista, tra cui C.T.A., cavallo di battaglia di molti gruppi Hard Bop, e quel Gemini che divenne popolarissimo grazie all’interpretazione di Cannonball Adderley.
Jimmy Heath ha inciso un gran numero di album sia in veste di leader sia in qualità di partner di musicisti quali Gil Evans, Kenny Dorham, Milt Jackson, Art Farmer tra gli altri. Nel 1975, insieme ai suoi fratelli (Percy, contrabbassista del Modern jazz Quartet, e Albert, batterista che suonerà nel concerto milanese), fonderà il gruppo degli Heath Brothers. Didatta di alto profilo, ideatore del Jazz Program al Queen’s College, ha ricevuto un gran numero di Awards & Honors, tra cui i recenti Giants of Black History Award e il Duke Ellington Fellowship.
Nel concerto di Orchestra Senza Confini presenterà i suoi classici arrangiamenti per big band, in un concerto al quale prende parte anche Albert “Tootie” Heath, il più giovane della famiglia (è nato nel 1935), figura storica della batteria jazz, che ha suonato e inciso al fianco di musicisti del livello di John Coltrane, Wes Montgomery, Jay Jay Johnson, Dexter Gordon, Cedar Walton, Herbie Hancock e attualmente è produttore e leader del The Whole Drum Truth, un ensemble di batteristi che ospita personalità come Ben Riley, Ed Thigpen, Billy Hart tra gli altri.
Lunedì 25 maggio, ore 21, presso il Piccolo Teatro Studio via Rivoli 6 – M2 Lanza
Introduzione al concerto a cura di Maurizio Franco
JIMMY HEATH sassofoni
ALBERT “TOOTIE” HEATH batteria
CIVICA JAZZ BAND
solisti: Emilio Soana (tromba), Roberto Rossi (trombone), Giulio Visibelli (sassofoni),
Marco Vaggi (contrabbasso), Tony Arco (batteria)
e gli studenti dei Civici Corsi di Jazz dell’Accademia Internazionale della Musica
Direttore ENRICO INTRA

Shakespeare alla maniera di Shakespeare

Prosegue il Festival del Teatro d’Europa che per la fine del mese di maggio propone un vero e proprio ‘dittico elisabettiano’: Shakespeare come l’avrebbe fatto Shakespeare con Propeller, la compagnia tutta maschile di Edward Hall con sede a Watermill - vecchio mulino ad acqua alle porte di Londra - che raddoppia quest'anno l’appuntamento e accanto a "The Merchant of Venice", in programma al Piccolo Teatro Strehler dal 27 al 31 maggio, propone la sua versione di "A Midsummer Night’s Dream", al Piccolo Teatro Studio dal 21 al 24 maggio.

'A Midsummer Night’s Dream' è “una delle opere più originali, più comunicative e più abilmente costruite di Shakespeare” dice Robert Warren che con il regista Edward Hall ha adattato il testo per la scena. Una storia questa di amori possibili e impossibili, di fughe nella foresta, di giovani amanti, di fate e folletti, di artigiani che si trasformano in comici: un percorso iniziatico nell’intricata geografia dei sentimenti, con pozioni magiche che creano il caos in una lunga notte tra sogno e follia.
E poi la spietata storia di Shylock, di Bassanio, del loro spietato commercio…
Vittima o carnefice? Uomo o donna? L’eterno tema dell’ambiguità e della ricerca di identità torna in un altro dei capolavori di Shakespeare, in una messa in scena originale, divertente, certamente da non mancare.
Piccolo Teatro Studio, via Rivoli 6 (M2 Lanza) – dal 21 al 24 maggio 'A Midsummer Night’s Dream '
Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 27 al 31 maggio 2009 ' The Merchant of Venice'

Il coraggio di dire no

" Me lo chiedo da tempo in un mondo che peggiora, in una società come la nostra che degrada di giorno in giorno e nasconderselo sarebbe ingenuità o delitto.
Si respira un'aria che addormenta, piena di bacilli che corrompono.
La tendenza a scavarsi ciascuno - in questa realtà morbida, instabile, disorientante - una piccola nicchia di quiete personale è diffusa come un'epidemia.
L'arte del compromesso è alla portata di tutti, come Kant e Croce nelle collane tascabili.
Gli strumenti della tecnica, entrati nella vita quotidiana per servirla, se ne impadroniscono. L' auto, il televisore, il frigorifero, la lavatrice, il giradischi sono idoli - ormai - più venerati e obbediti di qualsiasi altro nella storia delle religioni. Diventiamo meschini senza accorgercene, proprio come si diventa vecchi, o pazzi.
La lezione della moderazione, del buonsenso, del senso comune, si fa ossessionante.
Le piccole virtù prendono il posto della grande passione, come in un matrimonio di convenienza.

Le grandi passioni sono faticose: è facile stancarsene.

Penso di descrivere ( telegraficamente) un'esperienza abbastanza diffusa di additare un pericolo che certo non siamo in pochi a vedere. Ecco, m'interessano soprattutto i suoi riflessi sul nostro rapporto coi figli. Se siamo noi a cedere, ad abbandonarci a una vita senza passione, a non provare rabbia per come va il mondo, a rinunciare all'azione, possiamo ottenere due risultati, per noi ugualmente negativi: nel caso migliore ( per loro) saranno i figli a rivoltarsi contro di noi, a fare contro di noi la loro 'rivoluzione culturale' ( speriamo che l'immagine non mi faccia qualificare come 'cinese'); nel caso peggiore, alleveremo dei piccoli ipocriti carrieristi. Bravi tecnici, magari, ma odiosi 'benpensanti'.
E se noi non cediamo: se continuiamo a pensare che una vita senza passione è degna di un albero, d'un gatto, ma non d'un uomo, allora come possiamo comunicare ai nostri figli questo atteggiamento? Sono sufficienti, allora, i consigli della psicologia e le conquiste della pedagogia sperimentale? Essere ' genitori moderni' può bastare? Fino a che punto e con quali mezzi l'educazione del cuore deve accompagnarsi all'educazione della mente?

Dovrei definire, prima d'andare avanti, che cosa intendo per ' passione'.

Sono sicuro d'averlo già fatto capire a sufficienza. Ma se occorre una definizione più precisa, eccola: intendo per passione la capacità di resistenza e di rivolta; l'intransigenza del rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà di azione e di dedizione; il coraggio di sognare in grande, la coscienza del dovere che abbiamo - come uomini - di cambiare il mondo in meglio - senza accontentarci di mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com'era prima: il coraggio di dire di no quand'è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non fare come gli altri, anche se per questo bisogna pagare un prezzo."
Gianni Rodari

L’artigiano dei sogni

Nell'ambito di "Artigiana 2009" promossa da Regione Lombardia e Unioncamere Lombardia, un open day sul "saper fare artigiano": mercoledì 6 maggio 2009 alle 16.30, il Piccolo Teatro Studio apre le porte agli artigiani, creatori di emozioni, figure fondamentali nella vita quotidiana e assolutamente indispensabili nel teatro, nel cinema e nello sport.
A loro è dedicato l'incontro 'L'artigiano dei sogni. L'eccellenza artigiana nel creare emozioni', organizzato da Regione Lombardia DG Artigianato e Servizi e Unioncamere Lombardia in collaborazione con il Piccolo Teatro, moderato da Federica Gentile, conduttrice della trasmissione di RaiTre Okkupati.

Interverranno Andrea Crisanti, scenografo cinematografico; Angelo Sala, coordinatore artistico degli allievi scenografi presso l'Accademia di Arti e Mestieri del Teatro alla Scala; Mauro Carosi, scenografo; Odette Nicoletti, costumista; Stefano De Luca, regista teatrale: Gianluca Lo Presti, regista cinematografico, animazione tradizionale; Domenico Lillia, Presidente Cantiere Nautico Lillia; Enrico Chieffi, velista.
Piccolo Teatro - via Rivoli 6, M2 Lanza - ingresso libero fino a esaurimento posti. Prenotazioni 02 72.333.313

Lo specchio dell'amore

“Sempre ci amammo.E come potevamo non farlo, quando tu sei così simile a me, amor mio,
pur con un volto così diverso?”

Dopo lo straordinario successo della serata inaugurale con " Sono diventato etero!", il secondo appuntamento della terza rassegna di teatro omosessuale ospitata da Teatro Libero è con “Lo specchio dell'amore”, diretto da Tobia Rossi e tratto dall'omonima, bizzarra “operetta amorale” di Alan Moore e José Villarrubia.
Tra i resti di un selvaggio party alcolico due creature, uomo e donna solo in apparenza, rimasti soli sul fare del giorno, giocano a raccontarsi la bizzarra fiaba della storia dell'omosessualità. Tra schermaglie, scherzi e tensioni erotiche compiono una ricognizione dei momenti salienti della storia gay, momenti di ingiustizie e conquiste, di vergogna ed emancipazione. Il loro è un viaggio straordinario, faticoso, a volte doloroso, senz'altro emozionante e si compie anche attraverso l'esperienza, la vita e le opere di grandi artisti come Saffo, Caravaggio, Wilfred Owen, Allen Ginsberg, evocati sulla scena come fantasmi.
Nella rievocazione di lotte civili e private, di solitudini e aneliti di libertà, i due personaggi si scambiano i sessi, in un gioco di specchi e travestimenti, celebrando così una concezione dell'amore che va al di là dei ruoli e delle etichette, non una definizione ma la sublimazione del rapporto tra due spiriti.
L'opera di partenza per questo lavoro presentato dalla compagnia ' La città invisibile ' è “Lo specchio dell'amore” di Alan Moore -opera polimorfica multimediale - nata per un'antologia di fumetti e successivamente integrata con una serie di fotografie a opera di Josè Villarrubia trasformatasi poi in performance teatrale, con l'intervento del drammaturgo David Drake.
Con Elena Forlino, Monica Massone e Andrea Negruzzo, regia di Tobia Rossi.

Teatro Libero - via Savona 10 Milano - 5 maggio 2009

biglietteria@teatrolibero.it - www.teatrolibero.it 02-8323126



Liberi Amori Possibili


Al via la terza edizione della rassegna 'Liberi Amori Possibili' che Teatro Libero di Milano - sul modello di quanto accade da diversi anni negli Usa e a Dublino e in concomitanza con il Théâtre Côté Cour di Parigi - presenta al pubblico dal 4 al 12 maggio attraverso 9 spettacoli, spunti di riflessione per indagare i diversi aspetti dell'omosessualità, il rapporto uomo-uomo, quello donna-donna, il transgender, la bisessualità.
In stretta collaborazione con le maggiori associazioni omosessuali, tra cui Il C.I.G. Comitato Provinciale Arcigay Milano e Arcilesbica che hanno aderito con interesse alla manifestazione e la Provincia di Milano - settore cultura - che ha patrocinato l'iniziativa, la rassegna apre il 4 maggio con lo spettacolo “Sono diventato Etero!” commedia musicale di Lorenzo De Feo che ancora oggi - rappresentata per la prima volta a Roma nel 2007 - gode di un successo senza interruzioni, grazie soprattutto al passaparola del pubblico delle sue ormai più di cinquanta repliche.
Marco è il figlio omosessuale ideale: nessuna tendenza al travestitismo o a mestieri prettamente gay, equilibrato nelle sue tendenze, per niente effeminato: insomma, un maschietto a tutti gli effetti se non fosse per la sua omosessualità! Omosessualità accettata da lui stesso, ma soprattutto dalla sua famiglia, dai parenti e dai vicini… Tutti felici della sua felice condizione di omosessuale, vissuta senza fantasmi del passato. Convinto e felice… Se non fosse per Isa…Isabella, sua madre: ostacolo da una vita, interferenza costante, assillante proprio come… una madre. Sempre schierata dalla sua parte, orgogliosa dell’omosessualità del suo unico figlio maschio, lieta che egli sia omosessuale e non… frocio! Differenza che ritiene fondamentale. Fino a quando questo perfetto equilibrio viene bruscamente interrotto: Marco ama... una donna!Ha immediatamente inizio il classico “gioco delle parti”: nessuno è quello che sembra e nessuno è quello che vuol far credere agli altri e al pubblico.
Solo alla fine di questa commedia paradossale, che diverte ma allo stesso tempo induce a riflettere sulle diverse sfaccettature dell'essere umano, solo quando ormai paure e debolezze, crudeltà e sentimenti di ognuno sono venuti alla luce, si riveleranno le vere identità dei
Scritta e diretta da Lorenzo De Feo, musiche e canzoni di Loriana Lana per l'Associazione Culturale Millelire; con Alessandro Cassoni, Susanna Cantelmo e Antonio Lupi

Teatro Libero - via Savona 10, Milano - dal 4 al 12 maggio 2009
prenotazioni : biglietteria@teatrolibero.it - www.teatrolibero.it - 02-8323126
Programma:
4 maggio
Millelire presenta “Sono diventato etero!” di Lorenzo De Feo, regia di Lorenzo De Feo, con Alessandro Cassoni, Susanna Cantelmo e Antonio Lupi;
5 maggio
La Città Invisibile presenta “Lo specchio dell'amore” tratto dall'opera di Alan Moore e José Villarrubia, regia di Tobia Rossi, con Elena Forlino, Monica Massone e Andrea Nerguzzo;
6 maggio
Skenè presenta “Oberon” di Ugo Chiti , regia di Nanny Schifino, con Federica Capuano, Livia Trama, Nanny Schifino e Giovanni Scura, coreografie di Ricky Bonavita;
7 maggio
Zauberteatro e NoirDesir.it presentano “Attrazione dell'abisso” di Massimo Stinco, regia di Massimo Stinco, con Massimo Stinco, Niccolò Gaggio, Dejan Djordjevic, Jacopo Bartaloni e Cesare Mascitelli;
8 maggio
Beat 72 presenta “Sotto il convento... niente!” di Flavio Mazzini, regia di Marco Medelin, con Angelo Curci, Stefano De Santis, Giuliana Di Marco, Fabrizio Foligno, Riccardo Laurina e Silvana Spina;
9 maggio
Piccolo Teatro Campo d'Arte e Diverbia et Cantica presentano “Le luci di Laramie” di Moises
Kaufman, regia di Gianluca Ferrato, con Gabriele Colferai, Annabella Calabrese, Monica Maroncelli Cerquitelli, Gianpiero Pumo, Guido Saudelli, Igor Petrotto, Imma Dante e Valentina Chisci;
10 maggio
Quinta Tinta presenta “Benzina” di Daniele Falleri, regia di Roberto Zunino, con Laura Renaldo, Lia Lopomo, Simona Guandalini e Roberto Zunino;
11 maggio
Spazi Vuoti presenta “Anch'io come te” di Gianluca De Col, regia di Marta Arosio, con Sara Corso, Denis Michallet, Lorenzo Piccolo e Laura Pozone;
12 maggio
Decimopianeta e I Teatrini presentano “12 baci sulla bocca” di Mario Geraldi , regia di Giuseppe Miale di Mauro, con Francesco Di Leva,
Stefano Meglio e Andrea Vellotti.

La cimice di Majakovskij al Piccolo di Milano


Serena Sinigaglia torna al Piccolo Teatro di Milano con “La cimice” di Vladimir Majakovskij, di cui segue oltre che la regia, traduzione e adattamento insieme a Fausto Malcovati.

Nei panni di Prisipkin Paolo Rossi, reduce dallo straordinario successo del suo one man show - “Sulla strada ancora” - e in quelli di Oleg Bajan, Massimo de Francovich.
La storia è presto detta: l’operaio Prisypkin, preso dall’ambizione di avere “una vita migliore”, lascia l’operaia Zoja, che lo ama e che per lui tenta il suicidio, e si fidanza con Elzevira, di professione cassiera, figlia di piccolo-borghesi. Si sposano e durante il banchetto nuziale, che finisce in una sbornia collettiva, scoppia un incendio. Vi perdono la vita tutti, tranne Prisypkin, che rimane ibernato dall’acqua gelida degli idranti. Dopo cinquant’anni – la commedia venne rappresentata per la prima volta nel 1929 – nella nuova società comunista che si è nel frattempo realizzata, certi comportamenti individuali, egoistici, propri di un mondo diviso in classi e dominato da interessi privati sono ormai superati e vengono considerati come antiche malattie. Prisypkin viene rinvenuto nel suo blocco di ghiaccio e fatto scongelare per essere esaminato: gli si trova addosso una cimice che viene catturata e isolata nello zoo. Nonostante il controllo degli scienziati, ben presto i germi della malattia nota come borghesia ancora attivi nel corpo di Prisypkin si diffondono provocando inaudite manifestazioni. Alla fine i due parassiti, il “borghesius vulgaris” Prisypkin e il “cimex normalis” vengono rinchiusi nello zoo per essere mostrati alla folla attonita… “Questo testo”, scrisse Majakovskij,è la variante teatrale di quell’argomento fondamentale al quale ho dedicato versi e poemi: la lotta contro il piccolo-borghese”.

“La cimice” si inserisce nella intensa riflessione di Majakovskij sul processo rivoluzionario seguita alla morte di Lenin nel 1924. L’evoluzione del regime sovietico procede a partire da quell’anno verso una burocratizzazione e un irrigidimento dogmatico che turbano il poeta, accusato sempre più spesso di distaccarsi dai bisogni proletari della nazione. Majakovskij reagisce alla involuzione burocratica, contraria agli ideali della Rivoluzione, con la satira, scrivendo due opere teatrali, “La cimice” appunto e “Il bagno”, rappresentate nel 1929 e nel 1930 ed entrambe accolte freddamente dalla critica di partito.
Penso che Majakovskij non sia stato solo un uomo di teatro ma uno di quegli artisti completi di cui oggi, soprattutto in Italia, sentiamo molto la mancanza”, spiega Serena Sinigaglia. “Chi fa teatro non fa cinema, chi lavora nel cinema non dipinge… Majakovskij aveva talento per tutto: faceva cinema, era attore, scriveva per il teatro, disegnava manifesti, costumi e scenografie. Soprattutto, come molti altri della sua generazione, era un poeta. Un poeta nel senso pasoliniano del termine, quella figura che, in una forma di religiosità laica, è il vero profeta di una società. Ma siccome l’essere umano spesso non è all’altezza del proprio compito”, aggiunge la regista, “chi sa guardare avanti - il poeta - e vorrebbe volare in alto, finisce sempre per schiantarsi tragicamente…”.

Ecco allora beffarda ottant’anni dopo la domanda: siamo tutti delle cimici?

Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 4 al 24 maggio 2009
Il Piccolo Teatro di Milano, in collaborazione con l’Associazione Italia-Russia, ha organizzato una serie di incontri dal titolo “Majakovskij e la rivoluzione. Che senso ha se ti salvi solo tu?”. L’ultimo appuntamento, venerdì 8 maggio, è un confronto tra la regista, Serena Sinigaglia, Fausto Malcovati e alcuni attori della compagnia.
L’incontro si svolge nella Scatola Magica del Piccolo Teatro Strehler, alle ore 17, ed è a ingresso libero, fino a esaurimento posti.

La Costituzione non è un residuato bellico

(...)"La Costituzione repubblicana non è dunque una specie di residuato bellico, come da qualche parte si vorrebbe talvolta far intendere. Essa fu preparata da indagini a tutto campo e cospicue pubblicazioni del Ministero per la Costituente, che esplorò tra l’altro le Costituzioni e le leggi elettorali dei principali altri paesi, mettendo a confronto le esperienze altrui e le condizioni del nostro paese. La Carta che scaturì dall’Assemblea Costituente, nacque dunque guardando avanti, guardando lontano : essa seppe – partendo da esperienze drammatiche, di cui scongiurare ogni possibile riprodursi – dare fondamenta solide e prospettive di lunga durata al nuovo edificio dell’Italia democratica. Quelle fondamenta poggiavano sui valori maturati nell’opposizione al fascismo, nella Resistenza, in nuove elaborazioni di pensiero e programmatiche ; quelle prospettive furono affidate a uno sforzo sapiente, nelle formulazioni e negli indirizzi della Carta, per tenere aperte le porte del nuovo edificio alle imprevedibili evoluzioni e istanze del futuro.I valori dell’antifascismo e della Resistenza non restarono mai chiusi in una semplice logica di rifiuto e di contrasto, sprigionarono sempre impulsi positivi e propositivi, e poterono perciò tradursi, con la Costituzione, in principi e in diritti condivisibili anche da quanti fossero rimasti estranei all’antifascismo e alla Resistenza. Perciò il 25 aprile non è festa di una parte sola. Principi e diritti. Principi cui ispirare la legislazione, la giurisprudenza, i comportamenti effettivi di molteplici soggetti pubblici e privati ; diritti da garantire, anche attraverso il ricorso alla giustizia, da rispettare nel concreto dei rapporti sociali e civili. Questo è un punto sul quale vale la pena di insistere. La Costituzione non è una semplice carta dei valori. Essa ha certamente una forte carica ideale e simbolica, capace di ispirare e unire gli italiani. Ma i suoi ideatori mirarono a farne un corpo coerente di principi e norme che avessero, senza eccezione alcuna, “un valore giuridico come direttiva e precetto al legislatore e criterio di interpretazione per il giudice”. Con quelle parole si espresse il Presidente della Commissione dei 75 che in seno all’Assemblea Costituente aveva predisposto il progetto di Costituzione ; e la prima sentenza della Corte Costituzionale istituita nel 1955 stabilì che anche le disposizioni cosiddette programmatiche contenute nella Costituzione avevano rilevanza giuridica.Insomma, la Costituzione repubblicana non solo non fu mai intesa come manifesto ideologico o politico di parte ; ma nemmeno si limitò a formulare valori nazionali, storico-morali, unificanti. La nostra come ogni altra Costituzione democratica è legge fondamentale, architrave dell’ordinamento giuridico e dell’assetto istituzionale. E in quanto tale essa va applicata e rispettata : applicata non una volta per tutte, ma in un processo inesauribile di adesione a nuove realtà, a nuove sensibilità, a nuove sollecitazioni. Così l’hanno intesa ed applicata governi e Parlamenti della Repubblica, così l’ha intesa, e ha vegliato sul suo rispetto, la Corte Costituzionale.E’ legge fondamentale, è legge suprema, la Costituzione, anche e innanzitutto nel segnare i limiti entro cui può svolgersi ogni potere costituito e viene “disciplinata” la stessa volontà sovrana del popolo (Fioravanti 2009). Si rifletta, a questo proposito, sul primo articolo della nostra Carta Costituzionale, là dove recita : “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Una volta cioè che il potere costituente espresso dal popolo sovrano con l’elezione di una assemblea investita di quel mandato si sia compiuto, ogni ulteriore espressione della sovranità popolare, ogni potere delle istituzioni rappresentative, il potere legislativo ordinario come il potere esecutivo, riconosce la supremazia della Costituzione, rispetta i limiti che essa gli pone. Questa è caratteristica essenziale della moderna democrazia costituzionale, quale si è voluto fondarla in Italia, con il più ampio consenso, alla luce delle esperienze del passato e con l’occhio rivolto ai modelli dell’Occidente democratico. Comune a quei modelli, pur nella loro varietà, è il senso dei limiti che non possono essere ignorati nemmeno in forza dell’investitura popolare, diretta o indiretta, di chi governa.Rispettare la Costituzione è dunque espressione altamente impegnativa : ben al di là di una superficiale e generica attestazione di lealtà. Rispettarla significa anche riconoscere il ruolo fondamentale del controllo di costituzionalità e dunque l’autorità delle istituzioni di garanzia. Queste non dovrebbero mai formare oggetto di attacchi politici e giudizi sprezzanti, al di là dell’espressione di responsabili riserve su loro specifiche decisioni. Tutte le istituzioni di controllo e di garanzia non possono essere viste come elementi frenanti del processo decisionale, ma come presidio legittimo di quella dialettica istituzionale che in definitiva assicura trasparenza, correttezza, tutela dei diritti dei cittadini.Questo richiamo ad essenziali caratteristiche della democrazia costituzionale non ha nulla a che vedere con una visione statica della nostra Carta, con una sua celebrazione fine a se stessa o con l’affermazione della sua intoccabilità. Ho già detto delle potenzialità che presentano principi e indirizzi introdotti nella Costituzione repubblicana in termini tali da tenere le porte aperte al futuro : è perciò giusto e possibile avere della nostra Carta una visione dinamica, scavare in essa per coglierne tutte le suggestioni attuali. Si deve così far vivere la Costituzione : come in sessant’anni si è già, attraverso molteplici contributi, teso concretamente a fare.Nello stesso tempo, va ancora una volta ripetuto che gli stessi padri Costituenti vollero prospettare possibili esigenze e precise procedure di revisione della Costituzione. Il testo entrato in vigore il 1° gennaio 1948 è stato d’altronde già toccato, già riveduto in decine di articoli, qualcuno dei quali, in anni recenti, di notevole rilievo, e in un intero Titolo della Seconda Parte. E su ulteriori revisioni il discorso è non solo pienamente legittimo, ma per generale riconoscimento obbiettivamente fondato. Ad una revisione più ampia della Costituzione si lavorò concretamente in Parlamento nel 1993-94, nel 1996-97 e nel 2004-2006, sulla base di procedure esse stesse integrate rispetto a quelle segnate nell’art. 138.Nessuno di quei tre tentativi di riforma – relativi alla seconda parte della Costituzione, e cioè all’“ordinamento della Repubblica” – è, in diverse circostanze e per diverse ragioni, andato a buon fine. Ma le forze politiche presenti in Parlamento convergono largamente sulla necessità che quell’“ordinamento” richieda di essere riveduto e adeguato in più punti. Non si può solo denunciare il rischio che esso sia stravolto. Si ricordi che se ne postulò, nel modo più autorevole già dopo le elezioni del 1992, una revisione che (disse l’allora appena eletto Presidente della Repubblica) incidesse “nell’articolazione delle diverse istituzioni” : ridefinendone i caratteri, le prerogative, il modo di operare dell’una o dell’altra, e ridefinendo gli equilibri tra esse.Spetta ancora una volta al Parlamento pronunciarsi sulla possibilità di procedere in questa direzione, sugli obbiettivi da perseguire, sul grado di consenso a cui tendere. Pur non potendo – nell’esercizio del ruolo attribuitomi dalla Costituzione – esprimere indicazioni di merito, suggerire ipotesi di soluzione, ritengo che sia mia responsabilità esortare le forze presenti in Parlamento a uno sforzo di realismo e di saggezza per avviare il confronto su essenziali proposte di riforma della seconda parte della Costituzione, sulle quali sia possibile giungere alla più ampia condivisione. Lo spirito dovrebbe essere quello, come si è di recente autorevolmente detto, di una rinnovata “stagione costituente”. Non c’è da ripartire da zero ; non c’è da arrendersi a resistenze conservatrici né, all’opposto, da tendere a conflittualità rischiose e improduttive ; occorre che da tutte le parti si dia prova di consapevolezza riformatrice e senso della misura. Non c’è da ripartire da zero, anche perché sia attraverso revisioni parziali della Carta del 1948, sia attraverso innovazioni nelle leggi elettorali e nei regolamenti parlamentari, nonché in rapporto a cambiamenti prodottisi nel sistema politico, i termini di diverse questioni sono già sensibilmente mutati. E’ in corso una visibile evoluzione – in senso regionalistico federale – della forma di Stato ; e in quanto alla forma di governo, pur essendo essa rimasta parlamentare, non trascurabili sono le nuove modulazioni che ha già conosciuto.Nell’ambito della forma di governo parlamentare, che è quella di gran lunga prevalente in Europa, sono possibili, e in effetti si sono espressi, equilibri diversi tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo e potere legislativo, e anche tra questi due poteri e quello giudiziario. La Costituzione italiana del 1948 fu certamente contrassegnata da un’accentuazione delle prerogative del Parlamento rispetto a quelle del governo. Le esigenze di stabilità e di efficienza decisionale di quest’ultimo rimasero allora in secondo piano. Ma molte cose sono via via cambiate, già negli anni ’80 con le riforme dei regolamenti parlamentari, e sempre di più a partire dagli anni ’90 con il crescente ricorso alla decretazione d’urgenza e all’istituto del voto di fiducia e da ultimo con il rafforzarsi del vincolo tra governo e maggioranza parlamentare, così come con il drastico ridursi della frammentazione politica in Parlamento. Ciò ha indotto uno studioso e protagonista come Giuliano Amato a giudicare (in un suo recente scritto) “oggi obsoleta la tradizionale constatazione della debolezza del governo nel rapporto con il Parlamento”.E allora, è del tutto legittimo politicamente, ma partendo da questi dati di fatto, e dunque senza cadere in enfasi polemiche infondate, verificare quali concreti elementi di ulteriore rafforzamento dei poteri del governo, e di chi lo presiede, possano introdursi sulla base di motivazioni trasparenti e convincenti.Quel che è risultata, anche di recente, condivisa e percorribile è di certo l’ipotesi di una riforma della Costituzione che segni il superamento dell’anomalia di un anacronistico bicameralismo perfetto, il coronamento dell’evoluzione in senso federale, da tempo in atto, come ho ricordato, con la istituzione di una Camera delle autonomie in luogo del Senato tradizionale. Ne scaturirebbe anche una razionalizzazione del processo legislativo, e con essa quel “legiferare meglio” che viene giustamente sempre più spesso, e finora invano, invocato.Vorrei però a questo punto allargare la visuale della mia riflessione per cogliere – al di là dello specchio spesso deformante delle dispute politiche strettamente italiane – questioni e dilemmi che attraversano, e già da tempo, il discorso sulla democrazia in Occidente. Da decenni ormai si è aperto il dibattito generale sulla governabilità delle società democratiche : nelle quali, a una crescente complessità dei problemi e a un tendenziale moltiplicarsi delle domande e dei conflitti, non corrispondono capacità adeguate di risposta, attraverso decisioni tempestive ed efficaci, da parte delle istituzioni.Nell’affrontare a suo tempo questo tema cruciale, Norberto Bobbio osservò che mentre all’inizio della contesa sul rapporto tra liberalismo e democrazia “il bersaglio principale era stato la tirannia della maggioranza”, esso stava finendo per assumere un segno opposto, “non l’eccesso ma il difetto di potere”. E Bobbio aggiunse, pur senza eludere il problema : “la denuncia della ingovernabilità tende a suggerire soluzioni autoritarie”. Un monito, quest’ultimo, che non si dovrebbe dimenticare mai. E dal quale va ricavata l’esigenza di tenere sempre ben ferma la validità e irrinunciabilità delle “principali istituzioni del liberalismo” – concepite in antitesi a ogni dispotismo – tra le quali –, nella classica definizione dello stesso Bobbio, “la garanzia di diritti di libertà (in primis libertà di pensiero e di stampa), la divisione dei poteri, la pluralità dei partiti, la tutela delle minoranze politiche”. E sempre Bobbio metteva egualmente l’accento sulla rappresentatività del Parlamento, sull’indipendenza della magistratura, sul principio di legalità.Tutto ciò non costituisce un bagaglio obsoleto, sacrificabile – esplicitamente o di fatto – sull’altare della governabilità, in funzione di “decisioni – definizione di Bobbio - rapide, perentorie e definitive” da parte dei poteri pubblici. Ho evocato – ed è di certo tra gli istituti non sacrificabili – la distinzione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) ; e mi sarà permesso di richiamare anche il riconoscimento del Capo dello Stato come “potere neutro”, secondo il principio che, enunciato da Benjamin Constant due secoli fa, ispirò ancora i nostri padri costituenti nel disegnare la figura del Presidente della Repubblica. Ho egualmente menzionato come essenziale la rappresentatività del Parlamento : a proposito della quale penso si possa dire che essa non viene fatalmente incrinata da regole vigenti in diversi paesi democratici, finalizzate ad evitare un’eccessiva frammentazione politica, ma rischia di risultare seriamente indebolita in assenza di valide procedure di formazione delle candidature e di meccanismi atti ad ancorare gli eletti al rapporto col territorio e con gli elettori.In definitiva, non si può ricorrere a semplificazioni di sistema e a restrizioni di diritti in nome del dovere di governare. Grande è certamente la difficoltà del governare in condizioni di pluralismo sociale, politico e istituzionale, e ancor più in presenza, oggi, della profonda crisi che ha investito le nostre economie. Ma non c’è, sul piano democratico, alternativa al confrontarsi, al combinare ascolto, mediazione e decisioni, al giungere alla sintesi con la necessaria tempestività ma senza sacrificare i diritti e l’apporto della rappresentanza.E a ciò non si sfugge nemmeno nei sistemi politico-istituzionali che sembrano assicurare il massimo di affermazione del potere di governo affidato a una suprema autorità personale. Mi riferisco naturalmente a sistemi e modelli autenticamente democratici come quello presidenzialista degli Stati Uniti d’America : dove, al di là del mutare o dell’oscillare, nel tempo, dell’equilibrio tra Presidente e Congresso, a quest’ultimo, cioè alla rappresentanza parlamentare, nella sua netta separazione dall’esecutivo, viene riservata sempre un’ampia area di influenza e di intervento – e in definitiva l’ultima parola – nel processo deliberativo. Anche nei momenti, aggiungo, di emergenza e urgenza nazionale, come ci dicono le recenti vicende del complesso rapporto – sul terreno legislativo – tra il nuovo Presidente, la nuova Amministrazione americana, e il Congresso degli Stati Uniti.Si parla da tempo, e spesso, di crisi della democrazia rappresentativa, in riferimento all’indebolirsi delle sue istituzioni e della fiducia che in esse ripongono i cittadini. Ma da più parti si sono venute positivamente proponendo concezioni più ampie, che vedono – si è scritto – “la rappresentanza come processo che connette la società e le istituzioni”, che affidano alla politica le responsabilità di un legame operante “tra l’interno e l’esterno delle istituzioni politiche”, l’attivazione di una “corrente comunicativa” – espressione che a me pare molto felice di una nostra studiosa – “tra società civile e società politica” (Urbinati, 2006). E in questo senso si è in effetti venuto aprendo il campo di ricerche e proposte interessanti per giungere a forme concrete di democrazia partecipativa e deliberativa diffusa : forme concrete sperimentabili in particolar modo attraverso il raccordo tra assemblee elettive regionali e locali e realtà associative e canali di consultazione e di coinvolgimento dei cittadini in trasparenti processi decisionali. Non una datata contrapposizione ideologica, cioè, tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta, ma uno sforzo d’integrazione tra istituzioni, nell’esercizio delle loro funzioni e prerogative, ed espressioni di un più vasto moto di partecipazione democratica a tutti i livelli.L’esigenza di suscitare la vicinanza e l’adesione, non passiva ma vigile e propulsiva, dei cittadini alle istituzioni democratiche, l’esigenza di evitare un fatale indebolimento di queste ultime per effetto di tendenze al distacco, alla sfiducia, all’indifferenza da parte dei cittadini, appare complessa come non mai nell’attuale fase storica – ed è questo l’ultimo punto che vorrei brevemente toccare. E’ in atto da tempo un passaggio dalle dimensioni nazionali della sfera decisionale a dimensioni ultranazionali, europee e globali : e c’è da chiedersi se sia praticabile in questo nuovo contesto quella che si è venuta costruendo in Occidente come democrazia rappresentativa. Questa si impose – ha osservato un eminente studioso dei sistemi democratici, Robert Dahl – con il passaggio storico dalle città-Stato agli Stati nazionali : si è ora in presenza di un “cambiamento altrettanto importante per la democrazia” per effetto del passaggio delle decisioni pubbliche a dimensioni transnazionali.Vengono di qui interrogativi di fondo sulla possibilità di controllare democraticamente le organizzazioni internazionali, le decisioni prese a quel livello. E questi interrogativi stanno assumendo – appare chiaro – una stringente attualità. Sulle risposte ipotizzabili il dibattito è aperto in tutta la sua complessità. Ma io desidero richiamare l’attenzione su un processo che è già in atto e che può rappresentare un approccio fecondo al discorso sul governo della globalizzazione : parlo del processo delle integrazioni regionali, continentali o sub-continentali, che si è concretamente prodotto in Europa ma tende a prodursi anche fuori d’Europa.La Comunità e quindi l’Unione Europea hanno rappresentato forme originali, da oltre cinquant’anni a questa parte, di esercizio condiviso della sovranità al livello sovranazionale. Ed è peraltro un fatto che alla crescita di questa esperienza, dai primi Trattati tra i sei paesi fondatori in poi, si è accompagnata la preoccupazione di un deficit democratico, in quanto le decisioni che si concentravano in istituzioni come la Commissione e il Consiglio sembrarono a lungo sfuggire a un controllo democratico. A differenza, si diceva, delle istituzioni tradizionali degli Stati nazionali. Ma essendo un fatto irreversibile la perdita da parte di questi ultimi di quote crescenti della loro sovranità, imponendosi sempre di più – e mai come oggi questa ci appare un’esigenza imperiosa – decisioni e politiche comuni al livello europeo, non poteva non sorgere la questione del dar vita e forza a istituti e forme corrispondenti di democrazia sovranazionale.Ebbene, questa esigenza dopo essere rimasta, per non breve tempo, largamente insoddisfatta, ha via via trovato sbocco nel rafforzamento dell’investitura e del ruolo del Parlamento europeo. Non si può certo dire che ogni insufficienza, ambiguità e contraddizione, sia stata risolta. Ma passi in avanti decisivi sono stati compiuti, dall’elezione diretta, a suffragio universale, del Parlamento europeo all’attribuzione, che gli è stata sempre più riconosciuta, di poteri determinanti nella formazione delle leggi dell’Unione, e anche di più incisive funzioni di indirizzo e di controllo nei confronti dell’esecutivo, identificato nella Commissione di Bruxelles. Il Parlamento europeo si sta dunque affermando come l’istituzione sovranazionale per eccellenza e come garante della legittimità democratica dell’Unione : dovrebbero esserne consapevoli gli elettori chiamati di qui a poco a votare per il Parlamento di Strasburgo. Speriamo che si parli di ciò nella campagna elettorale, e non di meschine vicende di politica interna.Nello stesso tempo, con il Trattato costituzionale poi abortito ed egualmente, però, con il Trattato di Lisbona di cui si sta completando la ratifica, si sono aperte nuove possibilità di cooperazione e sinergia tra istituzioni europee, segnatamente il Parlamento europeo, e i Parlamenti nazionali; e nuove possibilità di comunicazione e di dialogo strutturato tra istituzioni europee e società civile. Non a caso dunque l’esperienza dell’integrazione europea viene ormai assunta come riferimento – anche sotto il profilo della governabilità democratica – per gli analoghi processi che si avviano in altri continenti e per le strade da intraprendere sul piano globale.L’impegno per l’ulteriore, più conseguente sviluppo dell’integrazione europea è per noi italiani parte essenziale dell’impegno a proiettare nel futuro la nostra Costituzione repubblicana. La prospettiva dell’Europa unita, a favore della quale consentire alle necessarie limitazioni di sovranità, fu evocata nel dibattito dell’Assemblea costituente e fu di fatto anticipata nel lungimirante dettato dell’articolo 11 della nostra Carta. Per consolidare, far vivere e crescere la democrazia in Italia e in un mondo in così impetuosa trasformazione, bisogna non solo “presidiare” la Costituzione, tutelare e riaffermare i principi e i diritti che essa ha sancito alla luce di dure lezioni della storia ; bisogna di continuo calarla nel divenire della società italiana e anche della società internazionale.Sappiamo – lo vorrei dire in modo particolare ai più giovani - quali orizzonti nuovi la Costituzione abbia aperto per il nostro paese : orizzonti di libertà e di eguaglianza, di modernizzazione e di solidarietà. La condizione per coltivare queste potenzialità, in termini rispondenti ai bisogni e alle istanze che maturano via via nel corpo sociale, nella comunità nazionale – la condizione per rafforzare così le basi della democrazia e il consenso da cui essa può trarre sicurezza e slancio – è in un impegno che attraversi la società, che si faccia sentire e pesi in quanto espressione della consapevolezza e della volontà di molti, uomini e donne di ogni generazione e di ogni ceto.In queste settimane, dinanzi alla tragedia del terremoto in Abruzzo, l’Italia è stata percorsa da un moto di solidarietà che ha dato il senso della ricchezza di risorse umane – vere e proprie, preziose riserve di energia – su cui il paese può contare, in uno spirito di unità nazionale. Se ne può trarre, io credo, un buon auspicio anche per il manifestarsi, più in generale, di quella sensibilità democratica e di quell’impegno dei cittadini, a sostegno dei principi e degli indirizzi costituzionali, di cui ho appena indicato la necessità. Parlo di un rilancio, davvero indispensabile, del senso civico, della dedizione all’interesse generale, della partecipazione diffusa a forme di vita sociale e di attività politica. Parlo di uno scatto culturale e morale e di una mobilitazione collettiva, di cui l’Italia in momenti critici anche molto duri – perciò, oggi, di lì ho voluto partire – si è mostrata capace. L’occasione per mostrarcene ancora capaci è data dalla crisi profonda che ha investito, in un contesto mondiale nuovo e complesso, l’economia e la società italiana. L’appello è ad esserne, ciascuno di noi, pienamente all’altezza."


LEZIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA GIORGIO NAPOLITANO ALLA PRIMA EDIZIONE DI BIENNALE DEMOCRAZIA - Torino – Teatro Regio, 22 aprile 2009

Avec le temps

In un mondo improvvisamente colto dall’elogio della lentezza che scopre e celebra lo “Slow Down Festival” dopo aver bruciato nell’ultimo ventennio non solo l’economia, quanto i valori che attengono all’etica del fare e alla Virtù; tra dibattiti, seminari, libri, giornate mondiali a promuovere questa ‘nuova filosofia di vita', questi ditirambi celebrano l’uomo nell’unità di corpo – mente - cuore, attraverso un Tempo e un linguaggio che non muta se la cornice cambia, di rara bellezza e forza intuitiva: notturno, antelucano, come la magia potente arma evocatrice in sintonia con i sogni e l’anima.

Di un Tempo che contempla unicamente il ‘qui ed ora’.

Lo facciamo provocatoriamente attraverso cartigli di straordinaria intensità – la fine di un amore - che rivelano più di quanto la ragione possa filtrare, più di quanto antiche e nuove teorie possano postulare; e lo dedichiamo a quanti superficialmente, distrattamente, conducono la propria vita; a quanti – dissociati in pensieri e parole – sono sempre altrove, anche quando fanno l'amore; a quanti sottraggono ai rapporti personali attenzione, ascolto, condivisione; a quanti delegano ogni decisione, anche la più banale; a quanti trovano sicuro rifugio e giaciglio presso pareti domestiche, magari sotto protettive ‘ali’ materne pur di non affrontare se stessi, le proprie insicurezze e il mondo perché questo costa fatica, sacrificio e a volte anche solitudine; a quanti - chiusi nel piccolo mondo di abitudini quotidiane - soffocano quello di chi sta loro accanto con il vittimismo, l’egoismo e l'impetuosità di gesti che manifestano unicamente il loro male di vivere; a quanti lasciano che l'intensità del momento volga lo sguardo altrove, perché troppo assenti, distratti, ripiegati su se stessi, le proprie paure, i propri desideri; a quanti rivendicano e abusano della parola amore, senza conoscere rivoluzione del cuore.

Del perduto amor

Leggendo ‘ pillole di saggezza’ sulle pagine del Corriere della Sera, dispensate dal noto sociologo del lunedì, ci chiediamo: meritano la prima pagina ragionamenti quali : “..il maschio prova piacere sessuale con qualsiasi partner, mentre la ragazza cerca sempre uno che le piaccia. Inoltre per lei il sesso è solo l’inizio, poi vuole qualcosa di più, una emozione, un amore…però le ragazze provano sentimenti amorosi intensi e un desiderio di durata che viene spesso frustrato dalla infedeltà maschile. Alcune reagiscono cercando di comportarsi come maschi, con l’alcool, le droghe, cambiando continuamente partner. Ma è contro la loro natura. Alla fine restano deluse, irritate,, amareggiate e quando trovano il grande amore fanno fatica ad avere fiducia, ad abbandonarsi e possono sciupare anche quello.”
Leggendo tali banalità, ci siamo chiesti come mai lo stesso non abbia continuato nei suoi ragionamenti sull’amore – sugli amori precoci - con frasi tipo ‘ le donne sono più sensibili degli uomini ’ e via dicendo con altri stereotipi e amenità varie.
Ma tant’è , l’immagine della donna tutta dedita all’amore, vulnerabile, ‘piegata’ all’uomo e al sentimento come votata ‘ per natura ’ o per ‘ natura diversa ’ al focolare domestico, è dura a morire e soddisfa quella morale e quel conservatorismo che in periodi di incertezza – morale, economica – relega e vorrebbe relegare le donne nella marginalità, perpetuando nell’immaginario collettivo l’idea della figura delicata e debole.
Stile Anna Verta Gentile, per intenderci.
Così, nel momento delle massime celebrazioni futuriste, vorremmo rispondere non con il ‘ Manifesto della donna futurista ’ di Valentine de Saint Point di cui abbiamo ampiamente e diffusamente parlato, quanto di un altro manifesto – a noi caro – delle donne di Fiume; quella Fiume occupata da D’Annunzio e da quei ‘figli dei fiori’ meno noti e conosciuti di quelli del più famoso ’68, che parteciparono un’avventura rivoluzionaria in linea con le avanguardie del tempo, momento insurrezionale di bravate futuriste e utopie, trasgressione sessuale e pirateria, gioco e guerra.
Così nel 1919 Margherita Keller Besozzi – la legionaria Fiammetta – esorta le donne a ribellarsi alla morale corrente: “Donne, è l’ora del vostro risveglio! Non abbiate paura dell’ipocrisia mascherata da morale. Non temete la verità. Non temete le parole. (…) nonostante la divina luce che irradia oggi dalla città di Vita e d’Amore, la donna di Fiume è forse la sola fra le donne d’Italia che sia, e ci tenga ad essere moralista. Moralista in tutto il senso vile della parola. La donna di Fiume è ancora quella dei romanzi – canzonette napoletane – galateo – Anna Verta Gentile. Vuole essere corteggiata: molto, delicatamente, con tutto e soprattutto con impostura.
Salvo poi a cedere facilissimamente quando un cretino sappia fare come l’idiozia vuole, come vuole il Mondo ( non ancora morto) di ieri.
Ma allora ( per carità!) che non lo si sappia, che non lo si dica, che nessuno se ne accorga. E’ più onesta la donna di Fiume delle donne di tutto il mondo? NO! E’ semplicemente più vecchia. Non si è ancora accorta della sua missione. Non si è ancora accorta della sua funzione. La donna di Fiume non è altro che la madre della donna moderna.
Distruggiamo tutto questo passato.
Libertà.
Spregiudicatezza.
Coraggio.”

Una donna



"..lasciatemi addormentare come Saffo" : 66 anni, autrice di saggi sulla condizione femminile, Roberta Tatafiore si è congedata dal mondo e dai suoi affetti in una stanza d'albergo.
Lucidamente programmato il gesto, come le scelte di vita.

Femminista impegnata, autrice che maggiormente ha contribuito al dibattito intorno le donne - queste sconosciute - sul mercato della prostituzione, sulla pornografia, sulla difficoltà di vivere e resistere alla violenza, di esserci e portare il proprio contributo in un mondo in cui l'esclusione è dogma.
Un mondo che non perdona gli spiriti autenticamente liberi, libertari, capaci di mutare prospettiva pagando anche con la solitudine scelte come il distacco da quello che lei stessa era arrivata a definire " femminismo collettivista".
L'ultima suo intervento - appassionato quanto la donna - contro questo "statalismo chiesastico" esibito sul caso di Eluana Englaro, possiamo leggerlo sul sito di DeA, donne e altri.

Ecco allora che la fine, quella temuta, osteggiata, esclusa dal dibattito e con 'violenza' disciplinata da norme, leggi e leggine, irrompe con forza nel gesto di una donna che ha scelto la libera morte, rivendicandone il gesto.
Colpisce , nel ricordo di chi la conobbe e partecipò con lei avventure, il respiro lieve e l'attenzione sulla donna e il pudore di una sofferenza mai esibita; così Daniele Scalise ricorda Roberta Tatafiore, nell'articolo di Simonetta Fiori pubblicato sul quotidiano La Repubblica: " Come tutte le donne veramente sofferenti - Roberta non esibiva il dolore" e queste parole da sole bastano per cogliere la donna nella fierezza dei gesti che l'hanno accompagnata in vita come negli ultimi mesi, nelle spirito libertario, nelle scelte compiute come intellettuale e militante politica.
Nella solitudine di chi lotta e si spende a spezzare ipocrisie, di chi amando la libertà, rivendica e rispetta l'altrui libertà.

Così, mentre intorno a noi c'è confusione, lotta, smarrimento e una affannosa ricerca della felicità che non contempla la Virtù, rimandiamo al lettore attento il sorriso di chi lascia - dietro - lo stupore degli attoniti.

L'uomo che non sapeva amare


Robert Lepage torna al Piccolo Teatro Strehler con 'The Andersen Project '- scritto nel 2005 in occasione del bicentenario della nascita del celebre scrittore per l’infanzia - per quattro giorni dal 16 al 19 aprile 2009.
Un racconto, una storia di solitudine, che fiorisce in un incantesimo tecnologico: epoche, vite e fiabe si intrecciano e sovrappongono; cinque personaggi, un solo attore in scena, Yves Jacques (nella prima edizione era lo stesso Lepage), effetti speciali strabilianti e una colonna sonora trascinante che amalgama repertorio classico e contemporaneo, spaziando da Donizetti, Grieg, Offenbach a Sweet Surrender di Sarah McLachlan.
Ispirandosi a due racconti tra i meno noti di Andersen " La driade e L’ombra", Lepage costruisce un monologo in cui racconta la storia di Frédéric Lapointe - canadese del Québec - scrittore di testi per canzoni, che si reca a Parigi dove il sovrintendente dell’Opéra Garnier gli ha commissionato la stesura di un libretto per un’opera lirica che avrà come soggetto proprio La driade. Con un magnifico gioco di travestimenti e trasformismo, Yves Jacques si cala nei panni di tutti i personaggi: oltre a Lapointe, interpreta il sovrintendente dell’Opéra, travolto dagli scioperi delle maestranze, in lotta con il ministero e in crisi con la moglie che, subodorandone l’omosessualità, è fuggita con un altro e lo minaccia di portargli via la figlia; è il maghrebino Rachid, che fa le pulizie nel peep show del quartiere malfamato dove Lapointe ha trovato casa e che con le bombolette colorate scrive sui muri del métro messaggi disperatamente grotteschi; ma è anche la Driade, ninfa dei boschi, che baratta la propria immortalità per una notte nella Parigi dell’Expo Universelle del 1867.
Andersen ha avuto una vita molto, molto solitaria… - spiega Lepage - e questa mi è parsa un’ottima ragione per trarne un monologo! In fondo, un monologo è sempre una rappresentazione della solitudine. Così sono partito dalla biografia di Andersen per creare, alla fine, uno spettacolo assolutamente personale, in cui parlo moltissimo di me stesso e altrettanto del travaglio della creazione artistica”
Più di uno spettacolo un evento, un racconto che è storia di una solitudine che fiorisce in un incantesimo tecnologico e regala due ore di magia: Lepage riesce a domare la tecnologia al servizio del meraviglioso facendo reagire insieme - in perfetta alchimia - la natura più profonda del teatro, con effetti speciali high tech, scenografie proiettate e abitabili, video tridimensionali, cartoni animati, cinema, marionette, teatro d’ombre, opera lirica.
Al centro sempre e solo Andersen e i suoi mille volti - il “brutto anatroccolo”, il diverso geniale, l’uomo che non sapeva amare, ma che tanto avrebbe voluto.
Da non mancare.

Piccolo Teatro Strehler, largo Greppi (M2 Lanza) – dal 16 al 19 aprile 2009 'The Andersen Project'